PRATO – “Questo è un film con quattro storie d’amore, e come l’amore non ha logica, non ha coerenza, non ha un esito prevedibile”.
Nell’ambito della rassegna Contemporanea Prato, al Teatro Metastasio va in scena lo spettacolo “La luz de un lago” de El Condre de Torrefiel, progetto artistico nato a Barcellona dal sodalizio fra Tanya Beyeler e Pablo Gisbert. I due artisti catalani hanno curato la realizzazione, la regia e la drammaturgia di “La luz de un lago”, che fa tappa a Prato in data unica all’interno di un tour europeo fra Spagna, Italia e Belgio.

Come esplicitamente dichiarato dalla voce fuori campo all’inizio, lo spettacolo è definito come un film in quattro scene o episodi che racconta altrettante storie poste a incastro “una dentro l’altra”. In ogni storia cambiano i protagonisti, le situazioni e l’ambientazione, sono vicende in apparenza completamente diverse l’una dall’altra ma hanno tutte un “filo nascosto” che le lega, dal momento che la storia precedente viene sempre in qualche modo richiamata in quella successiva.
E poi c’è il tema dell’amore, vero elemento ricorrente che si palesa in tutte e quattro le narrazioni, mettendo in mostra le sue varie sfaccettature: c’è l’innamoramento tra due giovani a un concerto rock, una passione sensuale che nasce e si scatena sulle note della musica; c’è l’amore omosessuale, segreto e “scandaloso”, di due rispettabili impiegati di banca che si incontrano nel buio di una sala di cinema per consumare i loro rapporti; c’è l’amore di un nipote per la propria nonna che non c’è più, e tuttavia capace di sopravvivere negli anni e di resistere a radicali cambiamenti; c’è l’amore per un’arte che non sia un prodotto di consumo o qualcosa finalizzato solo a suscitare meraviglia negli spettatori, ma che sia capace di far pensare e di scavare a fondo nei meandri dell’animo umano.
Quattro storie sospese fra passato recente, presente e prossimo futuro, che il collettivo mette in scena utilizzando in simultanea diversi linguaggi artistici. Il testo dei racconti viene proiettato su pannelli e accompagnato da musiche evocative, oppure e scandito da una voce fuori campo mentre l’attenzione degli spettatori è catturata dalle azioni che i tecnici compiono sul palcoscenico, dove la scenografia appare in continuo mutamento.
Parole, musica e immagini che premettono al pubblico di compiere di fatto un’esperienza “immersiva” tra le pieghe dello spettacolo. E “La luz de un lago” è proprio questo: un viaggio verso l’abisso, un invito a immergersi nelle profondità e nelle complessità della percezione visiva, alla ricerca di chiarezza in un mondo “annegato” nelle immagini.
In ogni storia è presente una trama piuttosto semplice e definita, ma non è questo l’aspetto su cui gli autori vogliono concentrare la nostra attenzione, bensì rendere ciascuna vicenda un’occasione di riflessione su amore ed erotismo, vita e morte. Lo vediamo bene nel primo capitolo, ambientato nella Manchester post industriale dell’estate del 1995 in occasione di un concerto del gruppo rock britannico Massive Attack, evento che fa da sfondo all’incontro e all’innamoramento tra due giovani poco più che ventenni. Fra il racconto della loro serata al concerto e della notte trascorsa in un famoso club della città, tra musica trance e un trip di LSD, la narrazione stimola interessanti riflessioni sul rapporto tra l’uomo e il tempo (certa musica da discoteca nella sua semplicità e nei suoi ritmi ripetitivi non richiama forse il nostro ancestrale bisogno di scandire e governare il tempo, che altrimenti ci sfuggirebbe?) e sulla sublimazione dell’artista che ottiene fama immortale quando riesce a conciliare e armonizzare in un’unica opera (che si tratti di una scultura una pittura un romanzo un album di musica) quel rapporto fra amore e morte, Eros e Thanatos, che da sempre affascina e allo stesso tempo incute timore agli uomini.
Oppure nella seconda storia, ambientata nella Atene della crisi economica greca di qualche anno fa, il rapporto sentimentale ed erotico “clandestino” fra due impiegati di banca ci fa pensare a quante barriere mentali siano ancora presenti nella nostra società per impedire alle persone omosessuali di vivere con naturalezza e serenità le loro relazioni.
Anche nella terza storia, ambientata nella Parigi contemporanea, la biologa marina e docente universitaria Marianne ha da qualche anno cambiato sesso, dopo un percorso doloroso ma necessario: nata come Philippe, ha deciso di prendere il nome dell’amata nonna, scomparsa quando era ancora un ragazzino adolescente, in onore della persona che più di tutte l’ha amata e le ha lasciato in eredità forse il bene più prezioso di tutti, una fondamentale lezione di vita. Spesso Marianne, quando torna a casa dal lavoro dopo un lungo viaggio in metropolitana, ama tirare fuori dal cassetto una scatola contenente l’ultima lettera scrittale dalla nonna prima di morire, nella quale pregava l’allora nipote Philippe di rimanere sempre bambino nello spirito, di mantenere immutate vivacità, curiosità e intraprendenza, di non lasciarsi plagiare e omologare da un mondo degli adulti che vuole tarpare le ali ai ragazzi, cercando in tutti i modi di normalizzarli, di renderli uguali e di cancellare i loro sogni.
Fino alla veemente polemica contro un certo tipo di arte (la cosiddetta “arte uau”) che ci fa pensare e riflettere sul significato e sulle finalità di un’opera d’arte, con particolare riferimento al teatro d’opera. Polemica che si esprime attraverso una scena in tutti i sensi “futurista”: durante una solenne e pomposa messa in scena di una tragedia al teatro La Fenice di Venezia per l’inaugurazione della stagione dell’anno 2036, un collettivo di giovani decide di dare vita a un happening molto particolare, interrompendo lo spettacolo e iniziando a lanciare merda sulle teste del pubblico nel buio della sala. Un caos generale, un’immagine da girone dantesco o da film di Pasolini, e che attraverso l’arma di un’ironia feroce e dissacrante mette a nudo le contraddizioni e i limiti dell’arte, con riferimento al suo utilizzo come strumento commerciale.
Nel complesso “La luz de un lago” è una sorta di “vortice” che attrae e coinvolge lo spettatore, dove il linguaggio semplice delle storie narrate si unisce alla complessità delle immagini visive (il lavoro continuo dei tecnici sul palcoscenico, a muovere, sistemare e cambiare i panelli della scenografia) e sonore (musiche evocative e potenti, capaci di “disegnare” le storie) per un viaggio “antropologico” alla scoperta di una varia umanità, in scene di accurato, sensuale e talvolta crudo realismo.










