mercoledì, Settembre 9, 2026

La musica popolare, Roma, “Maestrale”: intervista al Muro del Canto

PISTOIA – Mercoledì 5 luglio, prima serata del Pistoia Blues Festival, in apertura del concerto si Xavier Rudd si esibirè sul palco di Piazza Duomo la band romana de Il Muro del Canto, in tour per presentare il suo quinto album in studio “Maestrale”.

Sarà l’occasione per vedere e ascoltare dal vivo un “complesso di musica popolare romana”, come essi si definiscono, interpreti di un genere particolare e originale che unisce elementi rock, folk e punk con la tradizione dei canti popolari in dialetto romanesco.

La band romana de Il Muro del Canto, ospiti del Pistoia Blues Festival

Il progetto artistico del Muro del Canto prende avvio nel 2010 con la pubblicazione del primo singolo “Luce mia”, e ben presto si afferma come una delle realtà emergenti più interessanti della scena musicale indipendente della capitale: negli anni successivi la band sarà protagonista di alcune fortunate collaborazioni con artisti romani come Piotta e Assalti Frontali, e alcuni suoi membri si dedicheranno anche a progetti solisti come l’ex chitarrista Giancane.

Proprio in previsione della loro esibizione sul palco del Blues, abbiamo avuto modo di intervistare il Muro del Canto chiedendo loro alcune curiosità sulla loro musica, i temi affrontati nei loro brani e il rapporto con la città di Roma.

I vostri brani, che riprendono la tradizione del canto popolare in dialetto romanesco, rappresentano un “viaggio” nell’anima più profonda e “nascosta” di Roma e dei suoi abitanti, una realtà vista in tutte le sue contraddizioni. Ma che cosa significa per voi la “romanità”?

La romanità è un privilegio che ci fa dannare l’anima e una condanna in grado di ristorarla. Roma è una metropoli dove tutto è tre volte più complicato che altrove e noi riusciamo a portare tutto a termine, senza che ci facciano santi e senza diventare eroi. Questo può fortificarci o farci venire un infarto a quarant’anni.

La vostra esperienza artistica è da sempre legata all’impegno civile e alla denuncia di temi quali le diseguaglianze sociali, le situazioni di emarginazione e discriminazione, la speculazione edilizia. Quali sono secondo voi i problemi più stringenti sui quali oggi urge sensibilizzare gli ascoltatori?

Non sappiamo cosa sia giusto dire e cosa sia sbagliato, parliamo di quello che ci preme. Passiamo il tempo della nostra vita a cercare di lavorare per pagare un tetto e le tasse e siamo sottopagati e ultratassati. Ci piacerebbe dare un po’ di coraggio a chi ci ascolta, infondere forza o semplicemente dirgli di ribellarsi a questo sistema che è contro di noi.

La copertina di “Maestrale”, ultimo album del Muro del Canto

Il vostro ultimo album “Maestrale”, pubblicato lo scorso anno, prende il nome dal vento di nord-ovest che porta il bel tempo e che spira su Roma, “magistra mundi”, al cui nome si dice sia legato. Perchè la scelta di questo titolo? E qual è il filo conduttore che unisce le undici tracce dell’album?

Il filo conduttore dell’album è sicuramente la natura, il disco è stato scritto e suonato in campagna durante la pandemia. La scelta del titolo è caduta sulla parola “Maestrale” perchè è una bella parola, indica un vento che secondo la tradizione prende il nome da Roma e soprattutto perchè porta via le nuvole, “liberandoci” da pensieri negativi.

Maestrale” rivela anche una grande cura nei testi e negli arrangiamenti, è un lavoro costato tempo e impegno come nella “tradizione” cantautorale: secondo la vostra esperienza c’è spazio oggi in Italia – nelle radio, nei live, nelle piattaforme online – per una musica che nasce dall’esigenza di dire e di comunicare qualcosa, al di là del riscontro commerciale?

Se il riscontro commerciale avesse delle velleità culturali, queste avrebbero un valore formativo sui fruitori; purtroppo funziona esattamente al contrario, come in politica, ormai la gara è a ribasso, vince chi offre di meno e le consequenze le subiamo già da tempo. Chi vuole nutrirsi di cultura deve cercarsela: potrebbe sembrare deprimente ma è molto “romantico”.

Il singolo “La luce della luna” si conclude con la frase “sia maledetta la tranquillità”, un’esperessione che mi ha molto colpito: è una provocazione oppure è un inno al vitalismo, alla voglia di combattere e di non arrendersi mai di fronte a una vita che talvolta ci mette davanti ostacoli e miserie?

È sia una provocazione che un chiaro invito a vivere la propria vita combattendo. Sarebbe bello potersi arrendere, ma solo dopo aver vinto!

È la vostra “prima volta” a Pistoia? Che cosa significa salire sul palco del Blues e far dialogare la tradizione rock e blues del festival con la vostra “musica popolare romana”?

Roma è il nostro marchio di fabbrica e la nostra estrazione è sicuramente popolare ma le nostre influenze musicali sono il rock, il folk e il punk. I nostri sono messaggi universali e il linguaggio ha molto più in comune con il blues che con la musica tradizionale.

Siamo felicissimi di essere a Pistoia Blues, un festival all’insegna della qualità che resiste dopo tanti anni, non vediamo l’ora di salire su questo prestigioso palco.

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