PISTOIA – Il drammatico viaggio nell’inferno dei campi di sterminio, il processo di degradazione e disumanizzazione dei prigionieri, la presenza continua e ossessiva della morte, le angoscianti domande sull’esistenza di Dio e il significato della Shoah, il valore della testimonianza per i sopravvissuti ai lager, l’impossibilità per i posteri di riuscire a comprendere ciò che è realmente accaduto.
In occasione della Giornata della Memoria, nell’ambito della rassegna “Le parole di Urbinek”, il collettivo Archiviozeta (Diana Dardi, Pouria Jashn Tirgan, Giuseppe Losacco, Andrea Maffetti, Enrica Sangiovanni e Giacomo Tamburini) ha portato in scena al Funaro di Pistoia lo spettacolo “La notte”, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Elie Wiesel.
Un’ora e mezza di narrazione densa e drammatica fra luci, video e letture dei brani più significativi di questo breve ma intenso libro di memorie, dall’andamento frammentario, che ricostruisce il viaggio del protagonista, allora quindicenne, nell’orrore del sistema concentrazionario nazista dalla deportazione alla prigionia ad Auschwitz e poi a Buchenwald fino alla liberazione per mano degli Alleati.

Eliezer “Elie” Wiesel (1928-2016), ebreo romeno di Sighet, è stato uno dei principali testimoni diretti dell’Olocausto e uno dei pochi sopravvissuti alla “macchina della morte” di Auschwitz e alla successiva evacuazione verso Buchenwald, in una drammatica marcia in pieno inverno in cui migliaia di deportati trovarono la morte; nel dopoguerra, con il trasferimento negli Stati Uniti, ha continuato il proprio impegno di testimone sul tema della Shoah e di attivista politico contro antisemitismo, razzismo e discriminazioni etniche, venendo insignito nel 1986 con il Premio Nobel per la Pace.
“La notte”, che già dal titolo richiama al tema dell’oscurità e al momento della giornata in cui accadono gli avvenimenti più tragici, prende avvio nella tranquilla cittadina di Sighet in Transilvania, dove il giovane Eliezer vive con la propria famiglio all’interno di una comunità ebraica ben integrata nel tessuto sociale ed economico cittadino. Le giornate trascorrono serene, tra la scuola, le amicizie, le feste in casa, lo studio della Torah, e la guerra scoppiata già da tre anni in Europa sembra qualcosa di ancora lontano, incapace di turbare o sconvolgere la quiete e la monotonia della provincia rumena.
Ma con la presa del potere dei fascisti ungheresi e l’arrivo di soldati tedeschi in zona le cose cominciano a cambiare, in maniera tanto rapida quanto drammatica, da non permettere agli stessi ebrei di Sighet di comprendere bene ciò che sta accadendo loro: prima le leggi razziali, poi la segregazione all’interno di un ghetto, poi la decisione del comando tedesco di “liquidare” il ghetto e deportare tutti gli ebrei cittadini in una località non meglio precisata.
Il racconto prosegue, in un crescendo di tensione, tra il dolore di dover abbandonare le proprie case e l’incredulità di non riuscire a capire il senso dell’essere deportati chissà dove, ammassati nei vagoni di un treno che per giorni attraversa l’Europa. In realtà alcuni comprendono e tacciono: dal momento in cui sono stati caricati su quel treno, hanno cessato di essere uomini e si sono trasformati nelle vittime di una “fabbrica della morte” in apparenza folle e irrazionale, ma in realtà precisa, metodica, studiata al fine di portare alla distruzione “scientifica” dell’individuo.
Ecco l’arrivo ad Auschwitz, la vita terribile nelle baracche, la visione dei corpi dati alle fiamme, le esecuzioni pubbliche, le mille leggi e regole del lager tanto tremende quanto inutili, visto che per i prigionieri la sorte appare già segnata. Eliezer e suo padre sono posti ai lavori forzati nella fabbrica di Buna come accaduto anche a Primo Levi: sono presenti alcune analogie tra l’esperienza di Wiesel e quella di Levi all’interno del lager, anche se il loro “ritorno alla vita” avverrà con tempi e modalità differenti.
Ma simili sono le riflessioni che nelle loro testimonianze scaturiscono dalla prigionia nel lager, così come le angosciose domande di carattere esistenziale: in particolare, si chiede Wiesel, perchè Dio permette tutto questo? La visione pressochè quotidiana della violenza e della morte porta alla perdita della fede: Eliezer, che pure aveva avuto un’educazione fortemente religiosa e si definiva un ebreo ortodosso, si domanda più volte il senso di questo Olocausto, di questo sacrificio di un intero popolo che questa volta non è punito da Dio per i propri peccati, ma sopraffatto e distrutto da altri uomini.
E si sforza di capire anche l’agire dei nazisti e di tutti i personaggi che “ruotano” attorno al campo di concentramento, anch’essi non più uomini ma divenuti semplici ingranaggi, senza più sentimenti, di una macchina infernale prodotta dal totalitarismo.
Tanti gli spunti di riflessione dello spettacolo, intenso e corale, con le letture intervallate da brevi video con protagonista lo stesso Wiesel intento a raccontare episodi della sua vicenda personale o a leggere estratti del suo romanzo. Un modo perchè la Giornata della Memoria non sia solo una commemorazione degli orrori della Shoah e dei campi di sterminio, nè un ricordo del passato, ma sia una testimonianza viva e un impegno per il nostro futuro.










