di Fabrizio Geri

C’è un Paese che ogni mattina si alza presto, va a lavorare, paga le tasse, affronta il traffico, attende mesi per una visita medica e cerca di costruire un futuro per i propri figli. Poi c’è un altro Paese, quello della politica, che sembra vivere in una dimensione parallela fatta di dichiarazioni, polemiche, strategie di partito e battaglie per il consenso. Due mondi che dovrebbero incontrarsi e dialogare, ma che oggi appaiono sempre più lontani.
La politica ha progressivamente smesso di essere uno strumento al servizio dei cittadini per trasformarsi, troppo spesso, in un sistema che tende ad alimentare sé stesso. I problemi reali vengono evocati nei discorsi e nelle campagne elettorali, ma raramente affrontati con la serietà e la continuità necessarie. Ogni emergenza diventa uno slogan, ogni difficoltà un’occasione di propaganda, ogni crisi un terreno di scontro tra schieramenti.
Nel frattempo, la vita delle persone continua. Le famiglie fanno i conti con il costo della vita, i giovani cercano lavoro o sono costretti a lasciare il proprio territorio, gli anziani vedono diminuire i servizi e aumentare le difficoltà quotidiane. Eppure, osservando il dibattito politico, sembra che queste questioni siano spesso secondarie rispetto alle lotte per il potere e alla ricerca della visibilità mediatica.
La classe politica appare sempre più chiusa in una cerchia ristretta di professionisti della politica. Persone che passano da una carica all’altra, da un partito all’altro, da una candidatura all’altra, senza mai confrontarsi realmente con le conseguenze delle decisioni che prendono. Chi vive ogni giorno le difficoltà del lavoro precario, delle liste d’attesa negli ospedali o delle bollette che aumentano fatica a riconoscersi in rappresentanti che sembrano vivere una realtà completamente diversa.
A rendere ancora più profonda questa frattura contribuiscono i privilegi e le tutele che continuano a circondare il mondo politico. Mentre ai cittadini vengono richiesti sacrifici, rigore e pazienza, la politica spesso appare incapace di applicare a sé stessa gli stessi criteri che pretende dagli altri. Questa disparità alimenta rabbia e sfiducia, perché la credibilità nasce dall’esempio, non dalle parole.
I social network e i talk show hanno ulteriormente peggiorato il quadro. Oggi molti politici sembrano più preoccupati di conquistare qualche secondo di visibilità che di costruire soluzioni durature. Una battuta efficace vale più di una proposta concreta. Un video virale riceve più attenzione di una riforma ben studiata. La politica si è trasformata in uno spettacolo permanente, mentre i problemi dei cittadini restano spesso irrisolti.
Non sorprende, quindi, che sempre più persone decidano di allontanarsi dalla partecipazione politica. L’astensionismo record che caratterizza molte consultazioni elettorali non rappresenta soltanto disinteresse: è il sintomo di una profonda crisi di fiducia. Molti cittadini non credono più che il loro voto possa incidere realmente sulle scelte che riguardano la loro vita.
La questione più preoccupante è che questa distanza non viene sempre percepita da chi governa. Chi vive chiuso nei palazzi del potere rischia di confondere il consenso costruito sui social o nei salotti televisivi con il consenso reale del Paese. Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto.
Una democrazia sana non può sopravvivere se la politica smette di ascoltare i cittadini. Governare significa comprendere i bisogni delle persone, non limitarsi a raccontare una versione conveniente della realtà. Significa essere presenti nei territori, affrontare i problemi senza filtri e accettare il confronto anche quando è scomodo.
Oggi più che mai serve una politica che torni a camminare tra la gente anziché limitarsi a parlarne. Perché quando il divario tra istituzioni e cittadini diventa troppo grande, a perdere non è soltanto la politica. A perdere è la democrazia stessa.










