lunedì, Agosto 10, 2026

La politica senza coraggio lascia spazio al pressappochismo

di Fabrizio Geri

Fabrizio Geri

La politica italiana vive una delle sue stagioni più confuse. Non perché manchino i partiti, le dichiarazioni o le polemiche quotidiane, ma perché sembra mancare ciò che della politica dovrebbe rappresentare l’essenza: una visione, una classe dirigente credibile e il coraggio di scegliere.
Abbiamo sempre più spesso politici che inseguono il consenso invece di costruirlo, che commentano ogni avvenimento invece di anticiparlo e che affidano ai social la propria identità politica. Si parla molto, ma si ragiona poco. Si promette tanto, ma si costruisce quasi nulla.
E quando la politica seria arretra, inevitabilmente qualcuno occupa quello spazio.
È in questo vuoto che si inserisce prepotentemente il fenomeno Vannacci, con un modo di fare politica che punta sulla provocazione, sulla semplificazione e sulla capacità di trasformare questioni complesse in messaggi immediati. Possiamo criticarlo, possiamo non condividere le sue idee, possiamo contestarne il linguaggio. Ma sarebbe un errore non capire perché riesca a trovare consenso.
Il problema, infatti, non è soltanto Vannacci.
Il problema è il vuoto che gli altri gli hanno lasciato davanti.
Quando una parte dell’elettorato non trova più risposte convincenti, cerca qualcuno che almeno dia l’impressione di averle. E così il pressappochismo può diventare politicamente efficace, soprattutto quando dall’altra parte trova una politica incapace di rinnovarsi.
Ed è qui che la sinistra dovrebbe interrogarsi seriamente.
Invece di costruire una proposta politica capace di parlare al Paese, continua spesso a consumare le proprie energie in una sorta di guerra fra poveri. Divisioni, personalismi, correnti, candidature già decise e vecchi equilibri sembrano contare più della necessità di riconquistare la fiducia degli elettori.
Ma gli elettori non sono stupidi.
Vedono quando una classe dirigente si ripropone continuamente con gli stessi volti e gli stessi schemi. Vedono quando il rinnovamento viene annunciato a parole e poi rinviato nei fatti. E soprattutto si accorgono quando la politica sembra preoccuparsi più delle proprie dinamiche interne che dei problemi delle persone.
Per questo il tema delle prossime candidature alla Presidenza del Consiglio non può essere affrontato come una semplice distribuzione di posti.
Serve una svolta.
Servono volti nuovi, persone capaci, competenti e credibili. Persone che arrivino dalla società, dal mondo del lavoro, dalle professioni, dall’associazionismo, dai territori. Persone che abbiano qualcosa da dire e non semplicemente un posto da occupare.
E soprattutto serve il coraggio dei leader di fare un passo indietro quando necessario.
Perché il vero leader non è quello che controlla tutto. È quello che sa costruire una classe dirigente anche oltre se stesso.
La sinistra dovrebbe avere il coraggio di rompere con la logica delle candidature costruite a tavolino e delle fedeltà personali. Dovrebbe comprendere che il rinnovamento non è una minaccia per chi guida un partito: è l’unico modo per evitare che quel partito diventi irrilevante.
Non servono soltanto facce giovani. Servono facce nuove.
La differenza è enorme.
Un volto giovane può riprodurre esattamente le vecchie logiche. Un volto nuovo, invece, può portare idee, esperienze e sensibilità diverse, anche quando non è giovane.
La politica deve tornare a parlare alle persone, non soltanto agli iscritti. Deve tornare a convincere, non soltanto a contrapporsi. Deve smettere di avere paura del cambiamento.
Perché mentre i partiti litigano su chi debba occupare il centro della scena, fuori dai palazzi cresce la sfiducia.
E quando la politica tradizionale non riesce più a rappresentare quella sfiducia, arrivano altri a farlo.
Questa dovrebbe essere la vera lezione del fenomeno Vannacci.
Non basta dire che certe proposte sono sbagliate. Bisogna chiedersi perché qualcuno riesce a venderle come soluzioni.
La risposta è scomoda, ma semplice: perché spesso dall’altra parte non c’è una proposta altrettanto forte, chiara e credibile.
La sinistra ha ancora tempo per cambiare rotta. Ma deve decidere se vuole difendere i propri vecchi equilibri o costruire una nuova stagione politica.
Gli elettori, probabilmente, hanno già scelto.
Adesso tocca ai partiti avere il coraggio di ascoltarli.

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