sabato, Maggio 2, 2026

La “porta dei misteri” nel Duomo di Prato

PRATO – I simboli, i misteri, la storia e le leggende di una delle porte d’ingresso del Duomo di Prato.

La cattedrale pratese, capolavoro dell’architettura romanica, famosa per la sua facciata in marmo bianco e serpentino, per il pulpito esterno del Sacro Cingolo e per il ciclo di affreschi di Filippo Lippi, nasconde un piccolo “mistero” ancora tutto da decifrare.

Lungo il suo fianco meridionale, proprio dirimpetto a via Mazzoni, si trova un portale d’accesso piuttosto singolare, che ha dato origine a suggestioni, leggende e misteri. Il portale laterale, sorretto da colonnine in marmo bicromato e sormontato da una lunetta, risale con tutta probabilità alla seconda metà del XII secolo, epoca in cui è attestata un’intensa attività artistica e architettonica presso la fabbrica del Duomo di Prato, ad opera soprattutto dello sculture Guidetto e della sua bottega.

Il portale laterale del Duomo di Prato con le misteriose decorazioni (foto di Andrea Capecchi)

Ma ciò che colpisce l’osservatore sono gli intarsi marmorei sulle due colonne in marmo verde che sorreggono l’architrave: non si tratta di semplici decorazioni geometriche, peraltro molto frequenti nell’arte romanica, ma di un vero e proprio “apparato simbolico” di segni che rimandano a una qualche simbologia o a un “linguaggio criptato”.

Gli studiosi concordano sul fatto che tali simboli, posti su un portale prospiciente la piazza – un ingresso aperto e ben visibile, e spesso utilizzato per processioni e cerimonie – siano una sorta di “scrittura viva” che nasconde un messaggio simbolico, non necessariamente “segreto” e riservato a una ristretta cerchia di adepti.

Già, ma che cosa ci vogliono comunicare i simboli del portale pratese? Sulla colonna di destra troviamo, nell’ordine: una stella a otto punte, una croce patente con un pendaglio in dieci losanghe, un’altra stella a dodici punte, una croce inscritta in un cerchio che lo divide in quattro sezioni. Sulla colonna di sinistra sono disposti un sole a otto punte, tre file di cinque colonnine l’una, un pentacolo (stella a cinque punte iscritta in un cerchio) e una scacchiera di sei cerchi.

Come è comprensibile, diverse e variegate sono state le interpretazioni date fino a oggi a questi misteriosi simboli, in apparenza oscuri e indecifrabili: c’è chi ha tirato in ballo i Templari e i loro segni segreti, facendo riferimento alla loro presenza a Prato; chi ha offerto una visione “gnostica” ed “esoterica” dei simboli, visti come gli strumenti di un percorso di innalzamento spirituale e di ricerca dell’incontro con Dio; chi infine ha proposto un’interpretazione più legata al ruolo di Dio nel governo del mondo e dell’ordine cosmico, vedendo negli intarsi la “spiegazione simbolica” del dualismo tra Fede e Ragione.

Un particolare dei simboli del lato destro (foto di Andrea Capecchi)

Non ci addentreremo nei dettagli di tali letture, che, seppur oggetto di discussione, possono tutte contare su elementi a proprio favore. Senza dubbio vi è, da profani e da semplici visitatori, lo stupore e la curiosità di fronte ai singolari e suggestivi intarsi del portale, che richiamano – e su questo tutti sono d’accordo – il valore simbolico dei numeri.

Nel Medioevo cristiano la numerologia assume un importante significato, ogni numero ha un valore “sacro” che lo connette alla teologia cristiana: anche sul portale pratese compaiono con insistenza e sono ricorrenti, variamente combinati, numeri come il tre (la Trinità divina), il quattro (gli evangelisti), il cinque (gli elementi basilari che costituiscono il cosmo: acqua, aria, terra, fuoco e spirito), l’otto (l’infinito, l’eterno, la Resurrezione di Cristo) e il dodici (i discepoli di Cristo).

Possono dunque questi simboli e i numeri che essi rappresentano costituire una sorta di “itinerario spirituale” verso la salvezza? Possono queste incisioni marmoree ricordare ai fedeli che si accingono a varcare la soglia del Duomo i princìpi fondamentali della fede e della dottrina cristiana, come la vita eterna, l’ordine universale voluto da Dio, l’eterna lotta tra Bene e Male, l’equilibrio e l’armonia del cosmo? E possono, inoltre, avere una finalità apotropaica e fungere da potenti talismani contro gli spiriti diabolici e le forze del Male, per proteggere la casa di Dio – in questo caso, la Cattedrale pratese – dagli assalti di Satana?

Un particolare del pentacolo sul lato sinistro (foto di Andrea Capecchi)

La ricerca è ancora in corso, le ipotesi restano sul tavolo, la soluzione all’enigma non è ancora stata svelata.

Ma i “misteri” del portale non si esauriscono qui: se ci si avvicina e si guarda con attenzione in alto, all’angolo sinistro, proprio sotto l’architrave si troverà un lieve arrossamento sulla superficie del marmo bianco. Il marmo si è scurito in seguito al passare dei secoli e delle intemperie?

Niente affatto, almeno secondo una radicata leggenda che vede in quella macchia rossa il sangue lasciato sulla porta del Duomo dalla mano mozzata di Musciattino, il ladro sacrilego che tentò di rubare, per conto dei pistoiesi, la preziosa reliquia della Sacra Cintola custodita gelosamente dai pratesi nel loro Duomo.

In realtà Giovanni di Landetto – al quale venne poi attribuito il soprannome dispregiativo di Musciattino – era un laico dipendente della propositura che progettò di rubare la reliquia forse per vendetta contro i canonici di Prato, e di portarla a Firenze per rivenderla ad alto prezzo: in apparenza niente di singolare, visto che per tutto il Medioevo le reliquie erano al centro di un ricco e remunerativo commercio.

Musciattino aveva libero accesso alla canonica, e la notte tra il 27 e il 28 luglio del 1312 si recò all’altare della Cintola, forzò la serratura, prese la reliquia e la nascose in una cassa; poi, secondo la leggenda, si diresse verso Pistoia per consegnare ai “nemici” la preziosa reliquia, ma una fitta nebbia calata all’improvviso sulla piana – che ovviamente la tradizione attribuisce all’intervento divino della Vergine – confuse il ladro, che credette di essere giunto sotto le mura di Pistoia, mentre in realtà era ritornato di nuovo a Prato.

“Aprite, aprite pistoiesi, che ho la Cintola de’ pratesi!”: queste furono le ultime parole pronunciate dallo sfortunato Musciattino, che, scoperto e riconosciuto, venne subito catturato dalle guardie pratesi, processato all’istante e condannato a un orribile supplizio, visto che la sua condotta sacrilega meritava una punizione esemplare: trascinato da un asino fino alla Cattedrale, le sue mani vennero mozzate e il suo corpo gettato insepolto nel greto del Bisenzio. Proprio una delle mani del ladro sarebbe stata gettata contro il muro del Duomo, e avrebbe lasciato quel segno rosso visibile ancora oggi.

La macchia rossa lasciata dalla mano di Musciattino (foto di Andrea Capecchi)

Al di là dei particolari leggendari, è indubbio che l’episodio del tentato furto della Cintola, così ben radicato nella tradizione e nella memoria dei pratesi, si inserisca a pieno titolo all’interno delle lotte politiche e delle frequenti guerre tra Comuni, la cui accesa rivalità si misurava anche attraverso il possesso di preziose reliquie, capaci di accrescere il prestigio della città e di procurarle benefici economici, oppure attraverso i numerosi tentativi di privare la città rivale della sua reliquia.

Perchè rubare la Cintola significava privare i pratesi della loro identità e della loro anima; per questo non vi fu pietà per Musciattino, come il “portale dei misteri” ci ricorda ancora oggi.

Related Articles

1 commento

  1. Altro bellissimo articolo del sig. Capecchi che dimostra non solo la conoscenza della storia di Pistoia ma anche oltre tale territorio.
    Sarebbe bello raccogliere tutti questi articoli, curiosità e aneddoti in in libro, guida o.altro. Magari “pillole” in video su TVL, proprio per far conoscere tutto ciò ai pistoiesi e magari incentivare il turismo della domenica…
    Complimenti ancora sig. Capecchi.

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI