PISTOIA – Una commedia degli equivoci brillante e giocosa, ricca di colpi di scena e situazioni imbarazzanti, conclude la stagione di prosa al Teatro Manzoni di Pistoia.
Il regista Carmelo Rifici, insieme a Tindaro Granata, porta in scena un nuovo adattamento de “La pulce nell’orecchio”, esilarante commedia vaudeville in tre atti scritta nel 1907 da Georges Feydeau, considerato uno dei massimi autori della commedia francese, secondo solo a Moliere. Un’opera che segue in buona parte il “canovaccio” della classica “commedia degli equivoci”, in cui il sospetto di un tradimento tra moglie e marito dà il via a una serie di situazioni comiche, paradossali e grottesche, ma capace di unire alla risata un approfondimento sui rapporti e sulle relazioni che si stabiliscono tra personaggi appartenenti ai due sessi o a diversi ceti sociali.

In una Parigi sospesa tra passato e presente – nell’adattamento di Rifici ci sono voluti anacronismi e una fusione di elementi che oscillano tra inizi del Novecento ed epoca contemporanea, a sottolineare il carattere “universale” della commedia – Raimonda Chandebise è insospettita e allarmata dal comportamento piuttosto freddo e distratto da parte del marito, l’assicuratore Vittorio Emanuele, e teme che egli abbia un’amante.
Il dubbio – per l’appunto, la “pulce nell’orecchio” che dà il nome all’opera – le è nato dopo il ritrovamento di un paio di bretelle, simili a quelle indossate abitualmente dal consorte, presso l’Hotel Feydeau, un umile albergo parigino dalla fama equivoca. Per mettere alla prova la presunta infedeltà del marito, gli spedisce tramite l’amica Luciana un’appassionata e anonima lettera d’amore, cosparsa di profumo, in cui dà appuntamento all’uomo in quello stesso albergo, dove Raimonda si recherà per vedere se il coniuge cadrà nella trappola.
Vittorio Emanuele, credendo però che il destinatario effettivo della lettera sia il suo migliore amico Tornello, noto per la sua nomea di “sciupafemmine”, la consegna a quest’ultimo invitandolo a presentarsi nella camera d’albergo, dove Raimonda in realtà aspetta il marito. Tuttavia Vittorio Emanuele ignora che proprio Tornello è stato in passato il desiderio di fantasie adulterine della moglie, e inoltre deve fare i conti con il marito spagnolo di Luciana, uomo dal carattere irruento e impulsivo, che non conosce mezze misure quando si parla di tradimenti.
Da questa situazione prenderà avvio una catena di equivoci e fraintendimenti che indurrà tutti i personaggi a incontrarsi nelle stanze dell’Hotel Feydeau, dove, in un crescendo dal carattere farsesco, le vicende anziché chiarirsi andranno sempre più a sovrapporsi e a ingarbugliarsi. Tutti i personaggi, dai protagonisti a quelli “minori”, si troveranno così invischiati in situazioni bizzarre, tra pareti girevoli, vecchietti che fungono da alibi, inaspettati sosia che aumentano la confusione, crisi di identità, gelosi giocatori di rugby nella vana attesa del loro amore, travestimenti vari: ciascuno, ignorando la verità o conoscendo solo una parte di essa, “brancolando nel buio” cercherà disperatamente di salvare le apparenze e di uscire indenne da questa “gabbia di matti”.
La trasposizione di Rifici e Granata mantiene lo stile frizzante, giocoso e selvaggio del testo di Feydeau, esaltando un ingranaggio comico che ben funziona e ponendo l’attenzione del pubblico sui personaggi, che rispetto all’originale sono “liberati” dai loro ruoli borghesi e vengono per molti aspetti attualizzati, con, in particolare, una maggiore valorizzazione dei ruoli femminili.

La commedia, come già accennato, viene svincolata da una precisa ambientazione storica e geografica e assume un ruolo universale: la scenografia è quindi decostruita attraverso un insieme di blocchi quadrati, di varia forma e colore, che permettono di immaginare i vari ambienti della casa della famiglia Chandebise o le camere dell’Hotel Feydeau, i due luoghi in cui si svolgono le vicende narrate. Tali blocchi sono situati su una piattaforma girevole, che da un lato permette rapidi mutamenti di scena, dall’altro dà modo ai dodici personaggi di apparire tutti in contemporanea con fughe, inseguimenti, dialoghi in simultanea.
Al centro dello spazio scenico, un inquietante armadio non assolve solo la funzione di provvidenziale “nascondiglio” contro mariti gelosi o mogli isteriche, ma costituisce un vero e proprio “portale” per l’ingresso o l’uscita in scena dei personaggi. Oltre a essere, per sua natura, il luogo dove attraverso il travestimento cambia l’identità dell’individuo: chi prima appariva in un modo, adesso non è più lo stesso.
Un’ultima riflessione merita il tema del linguaggio, ricorrente nelle opere teatrali di Feydeau, perchè numerosi equivoci nascono proprio dall’ambiguità delle parole o dal non comprendere il loro significato in maniera corretta: e come accade in questa commedia, di fronte a una lettera scritta che si presta a più letture e interpretazioni, ecco che la verità può essere messa in discussione e generare sospetti che nella nostra mente diventano certezze. Spesso ci lamentiamo perché gli altri non riescono a farsi intendere: ma è proprio così oppure siamo noi che non siamo in grado o non vogliamo capirli?









