mercoledì, Settembre 9, 2026

La sostenibilità in allevamento fra Pistoia e Prato: le aziende e le strategie per valorizzarla

di Enrico Becchi

PISTOIA – Razze altamente produttive, scarsa premura per il benessere animale e una forte dipendenza da input esterni. In buona sostanza, questi sono i tre grandi ingredienti di cui è fatto l’allevamento intensivo. Una tipologia in cui ricadono i 2/3 degli allevamenti del mondo e che, però, presentano al mondo stesso un conto salatissimo: estinzioni di razze, distruzione di habitat, abuso di risorse, inquinamento e ricadute sulla salute umana.

Ma esiste anche un altro modo di fare allevamento. Uno più etico, più sostenibile. Uno fatto di razze particolari, prossimità, circolarità della produzione. E soprattutto di benessere animale – che significa anche benessere dell’uomo.

Azienda La Dispensa

E sarebbe possibile trovare esempi di questo tipo delle province di Pistoia e Prato? E se sì, che tipo di prodotti saprebbero offrire?

“Oltre che allevamento, siamo anche agriturismo, frantoio e caseificio – racconta Stefano Spinelli, titolare dell’azienda omonima di Lamporecchio, meglio conosciuta come “La Dispensa” – Alleviamo circa 150 pecore Assaf, una razza israeliana rustica, produttiva e dal latte molto delicato. Se non è possibile fare altrimenti le nutriamo con fieno che acquistiamo, se no le facciamo pascolare a rotazione in degli spazi recintati. La monta avviene in maniera naturale, gli agnelli sono allattati dalle madri fino allo svezzamento,
e cerchiamo il più possibile di curare la loro salute con metodi preventivi e omeopatici. Produciamo ricotta, yogurt, formaggi freschi o stagionati in grotta, che poi serviamo in agriturismo o rivendiamo alla nostra bottega, in circuiti della zona, online, o all’estero. In tutto questo, siamo anche abbastanza autosufficienti, perché riutilizziamo il letame come concime e la sansa come ammendante, abbiamo un impianto fotovoltaico, uno di depurazione per i fanghi attivi, e una caldaia a cippato alimentata con gli scarti delle potature”.

Savigni

Dai derivati animali, si passa anche a chi produce prodotti di origine animale. “Prossimamente meditiamo di diventare anche agriturismo. Ad oggi siamo macelleria agricola, perciò abbiamo l’allevamento e numerose botteghe” afferma Niccolò Savigni, titolare dell’azienda “Savigni” di Pavana insieme al fratello Mileto e ai genitori Fausto e Paola. “Alleviamo bovini e suini Cinta Senese e Rustico Sambucano, tutti secondo il disciplinare del biologico. Gli animali hanno una crescita naturale, non usiamo antibiotici per le loro cure, e il numero di capi è scelto in base al numero di ettari di pascolo. Infatti,
in inverno possiamo integrare la loro dieta con qualche mangime, altrimenti gli animali sono liberi di pascolare a rotazione su terreni certificati biologici. Riutilizziamo il letame di scrofe e bovini come fertilizzante, al salumificio abbiamo un impianto solare, e prossimamente vorremmo realizzarne anche uno fotovoltaico e a biogas. Produciamo carni fresche, salumi stagionati e salumi cotti, che rivendiamo nelle nostre botteghe, sul negozio online, in mercati locali o di altre Regioni, e in diversi Paesi europei”.

Se ci spostiamo nella Provincia di Prato, troviamo anche chi alleva delle razze autoctone molto particolari.

Il poggiolino

“Oltre all’Asina Amiatina, la Pecora Garfagnina, la Gallina Nera del Valdarno e altri tipici animali da fattoria, alleviamo il Suino Nero Macchiaiola Maremmana – spiega Giulia Tissi, titolare de “Il Poggiolino” di Montemurlo – È un suino autoctono, allevato in Toscana fin dall’epoca etrusca, considerato estinto finché non fu ritrovato nel 2005 intorno al Monte Amiata. Oggi siamo una delle uniche due aziende in Toscana che lo allevano, e lo facciamo rispettando i suoi tempi di crescita, di almeno 2 anni. Lo teniamo allo stato semi- brado, lasciandolo nutrire dei prodotti del bosco, integrando quando è necessario secondo la stagionalità; per esempio con il fieno, cosa insolita per i suini ma tipica di questa razza. Produciamo prosciutti che facciamo stagionare almeno 2 anni, e un pecorino che stagioniamo nel lardo del suino, tanto simile all’olivo da essere chiamato “olivo a quattro zampe”. Insieme a carni, salumi, uova e altri formaggi, rivendiamo tutto online, in azienda, a domicilio, o nel nostro punto vendita”.

Alpaca Anticofeudo

E sempre a Prato, non poteva mancare chi intreccia l’allevamento con la filiera del tessile.
“Nel 2012, recuperando un terreno di famiglia, ho aperto un allevamento di alpaca di razza Huacaya – dice Greta Cherubini, titolare di “Alpaca Anticofeudo” di Vernio – Gli animali non sono stabulati, ma si muovono liberamente in terreni recintati, dove vanno al pascolo in rotazione. Hanno a disposizione acqua corrente e, per integrare la dieta, fieno e altri mangimi, in parte autoprodotti e in parte acquistati. Sono animali molto resistenti e autosufficienti, perciò forniamo loro una tettoria per ripararsi da vento e acqua, e
le cure minime e indispensabili; per il resto sono davvero molto indipendenti, quindi i nostri interventi sono minimi. Produciamo filati, capi finiti come cappelli, sciarpe, maglioni e stole, e rivendiamo alcune nascite in modo da mantenere un massimo di 30 esemplari. I nostri prodotti li rivendiamo in azienda, online, o alle fiere dell’artigianato”.

Ma allevare in modo sostenibile come in tutti questi esempi, ha dei vantaggi che compensano gli svantaggi? E se sì, come fare per valorizzare di più questo metodo?

Secondo gli allevatori intervistati, costi iniziali di investimento e dei prodotti più elevati, minori quantità, più tempo e più energie da dedicare sono sicuramente fra gli svantaggi. Ma vengono ampiamente compensati da qualità, benessere animale, sviluppo dell’economia locale, salvaguardia della biodiversità e salute umana e ambientale.

Tutte cose che, prima di tutto, potrebbero essere valorizzate da una buona formazione dei futuri allevatori e da una buona informazione dei clienti su cosa significa allevare con questi metodi; non per niente, tutte le aziende intervistate organizzano visite didattiche aperte a scuole e famiglie.

E poi, una parte la potrebbero giocare anche le Istituzioni, creando un sistema di etichettatura ad hoc per l’allevamento sostenibile, e semplificando gli iter burocratici per questa e per altre certificazioni già esistenti.

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