PISTOIA – Come sarebbe un museo immaginario dedicato a Pier Paolo Pasolini? Quali oggetti potrebbe contenere, capaci di evocare i momenti più significativi della vita e del pensiero di questa grande figura intellettuale del Novecento italiano?
Ascanio Celestini porta in scena alla Fortezza Santa Barbara lo spettacolo “Museo Pasolini”, un intenso monologo in cui il racconto della vita di Pasolini si mescola e si intreccia di continuo con la “grande storia” del secolo scorso – una storia fatta di guerre, stragi, attentati, regimi totalitari, ma anche di progresso, innovazioni, cambiamenti talvolta radicali – e con le “piccole storie”, intime e personali, tragiche e comiche, dei molti personaggi “minori” che popolano la vicenda umana del poeta e che diventano i protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi film.

Nell’anno in cui ricorre il centenario della nascita di Pasolini – quasi mai nominato durante il monologo, ma chiamato semplicemente “il poeta” – ecco che Celestini si trasforma nella “guida” di un immaginario museo a lui dedicato, introducendo gli spettatori alla visita attraverso la narrazione della sua vicenda biografica.
All’inizio il racconto segue molto da vicino, e in maniera piana e ordinata, lo svolgersi dell’infanzia e dell’adolescenza del poeta, attraverso un susseguirsi di date: si conoscono così la sua famiglia, gli anni trascorsi a Bologna, la passione per le arti figurative, i soggiorni a Casarsa, l’interesse per la poesia, la pubblicazione del primo volume di poesie in lingua friulana, gli ideali antifascisti, la tragica morte del fratello Guido assassinato a Porzus dai comunisti titini.
Ma con il passare dei minuti quella che inizialmente sembra la cronologia della vita di Pasolini si fa sempre più sfumata, e cede il passo a un racconto “a più voci” in cui il narratore finisce per eclissarsi e far parlare una serie di figure, sia personaggi del popolo e delle classi subalterne delle periferie romane, sia personaggi storici e politici come il “principe nero” Junio Valerio Borghese: sono loro, con le loro storie e le loro parole, a ricostruire la vita e soprattutto il pensiero del poeta, e a introdurci alla realtà politica e sociale dell’Italia postbellica che diventa oggetto dell’indagine pasoliniana.
Siamo ormai negli anni del dopoguerra, della rinascita, del boom economico, ma anche negli anni della guerra fredda, della contrapposizione politica e ideologica tra i due blocchi, dell’esclusione dei comunisti dal governo: Pasolini, a seguito di una denuncia per atti osceni, è stato allontanato dall’insegnamento, è stato espulso dal Pci per “condotta immorale” e si è trasferito a Roma, in un piccolo appartamento del rione Tiburtino.
La capitale diventa per il poeta un punto di osservazione privilegiato sulle contraddizioni economiche e sociali di quegli anni; accanto a una borghesia che si arricchisce, ci sono le classi inferiori costituite da ex contadini inurbati e lavoratori sfruttati che vivono nelle distese di baracche delle periferie romane.
Gli “incontri” con il poeta diventano quindi occasioni per raccontare situazioni e aneddoti, per illustrare la realtà italiana degli anni Sessanta, per aprire importanti “finestre” sugli eventi politici di quel periodo, che Pasolini, sempre animato da una forte passione politica, non intende tacere, anzi si sforza di denunciare apertamente: i fatti d’Ungheria e l’intervento sovietico, le serrate nelle fabbriche e il licenziamento degli operai iscritti al Pci, le manifestazioni represse dalle forze di polizia, le proteste del Sessantotto, la strage di piazza Fontana, le stragi e le bombe neofasciste, il tentato colpo di Stato di Borghese, la strategia della tensione portata avanti da settori statali per impedire l’arrivo al governo dei comunisti per via democratica.

È un viaggio affascinante ma allo stesso tempo drammatico, che certo non lascia indifferente lo spettatore, tra i meandri del Novecento italiano e dei suoi “punti oscuri”, fino alla tragica morte del poeta, assassinato in circostanze “misteriose”, che in un certo senso riassume molto bene l’Italia delle “mezze verità” dove i veri colpevoli e mandanti non vengono mai portati alla luce.
Ucciso barbaramente all’idroscalo di Ostia, ben presto della sua morte si perdono le tracce, fra teorie del complotto e tentativi di derubricare l’assassinio a un “incidente”, a una banale disputa fra omosessuali poi degenerata in tragedia. In tanti, a destra e a sinistra, hanno giudicato Pasolini come un “pervertito” che in fin dei conti “se l’è cercata”: ma prescindendo da affrettati e odiosi giudizi morali, indici di quel conformismo sempre detestato dal poeta, è importante recuperare l’immagine di un intellettuale fra i più significativi della seconda metà del Novecento, capace di mettere a fuoco in maniera attenta e lucida, talvolta cruda, la società italiana e le sue dinamiche in un periodo di impetuose trasformazioni.
Uno spettacolo di oltre due ore in cui Ascanio Celestini dà prova di grande abilità recitativa, rinunciando al classico format del reading teatrale a favore di un monologo a più voci, con un continuo cambio di toni e registri linguistici. C’è il romanesco colorito e irriverente dei popolani e dei “borgatari” dell’Urbe, le cui battute scatenano le risate del pubblico; c’è il linguaggio grottesco del principe Borghese e dei golpisti, dipinti come macchiette tragicomiche, burattini manovrati da un potere più in alto di loro; c’è il linguaggio appassionato, deciso, talvolta molto duro dell’attore-narratore. Un Celestini narratore che, come nella tradizione manzoniana, non rinuncia a intervenire nel racconto con riflessioni e considerazioni personali, aprendo dei brevi collegamenti con il presente a dimostrazione dell’attualità di certe affermazioni e “letture” pasoliniane.
Uno spettacolo capace di alternare dramma e commedia, di far riflettere e di strappare qualche risata, senza mai annoiare il pubblico.









