PISTOIA – Il possesso e il controllo delle terre nelle aree di confine, strumento nelle mani del nazionalismo per l’affermazione di una presunta identità nazionale.
Nell’ambito degli eventi di Pistoia Capitale italiana del Libro si è svolta nella Sala Manzini della Biblioteca San Giorgio la presentazione del saggio “Terra italiana. Possedere il suolo per assicurare i confini, 1915-1954” (Editori Laterza, 2023) di Andrea Di Michele, docente di Storia contemporanea presso la Libera Università di Bolzano, alla presenza dell’autore in dialogo con lo storico Emilio Bartolini (Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea di Pistoia).

Nel suo complesso il libro rappresenta un’analisi densa e fondamentale per comprendere come il concetto di possesso materiale della terra sia stato il perno attorno a cui l’Italia ha cercato di costruire la propria identità nazionale in un’epoca compresa tra la Grande Guerra e la stabilizzazione del confine orientale con il Memorandum di Londra.
Attraverso una narrazione che intreccia storia politica e sociale, l’autore evidenzia come il nazionalismo italiano, ancor prima della definitiva affermazione del fascismo, non si sia limitato solo alla conquista militare dei territori, ma abbia sentito l’esigenza di “italianizzarli” nel profondo.
Dalla retorica sulle terre “irredente” che dovevano essere riunite alla patria e liberate dalla presenza “oppressiva” degli stranieri, fino al mito fascista dei “sacri confini” chiamati a delimitare uno spazio di presunta “italianità” dal punto di vista geografico ma soprattutto ideologico, il comportamento da seguire nei confronti dei nuovi territori di confine annessi all’Italia nel 1919 a seguito della Grande Guerra rappresenta il filo rosso che attraversa il saggio, e che cerca di dare risposte agli interrogativi sul rapporto tra lo Stato italiano e le “nuove regioni” acquisite. Di fronte all’affermazione dell’italianità di questi territori, come ci si pone nei confronti delle popolazioni di ingua e cultura tedesca o slava che li abitano?
Il libro chiarisce fin da subito che la terra non era considerata solo uno spazio geografico o un limite amministrativo, ma un corpo vivo da plasmare per garantire la sopravvivenza stessa della nazione. Questo processo di appropriazione del suolo diventa particolarmente aggressivo durante il ventennio fascista, quando il regime trasforma la gestione dei confini in una vera e propria missione ideologica e demografica.
Di Michele spiega con precisione che per il fascismo possedere il suolo significava scalzare le presenze allogene e sostituirle con una presenza italiana che fosse visibile non solo nelle istituzioni, ma anche nel paesaggio agricolo e architettonico. Le due guerre mondiali fungono da tragici acceleratori di questo progetto, trasformando le zone di frontiera in laboratori di ingegneria sociale dove l’identità italiana veniva imposta attraverso espropri, bonifiche e insediamenti colonici.
Il tema del nazionalismo emerge come una forza che cerca di rendere omogeneo ciò che per natura è pluralista, vedendo nella diversità linguistica e culturale dei confini una minaccia alla sicurezza e l’integrità dello Stato.
In Alto Adige il tentativo di “snazionalizzazione” della popolazione di lingua tedesca è passato attraverso una gestione autoritaria della proprietà fondiaria e la creazione della zona industriale di Bolzano, nel tentativo di alterare l’equilibrio demografico a favore dell’elemento italofono. Qui la terra è stata usata come arma: togliere il controllo del suolo ai contadini locali significava minare le basi della loro identità culturale, stante la presenza di comunità rurali molto conservatrici, ferventemente cattoliche, fortemente legate alla loro terra (spesso gestita nella forma del “maso chiuso”) e ancorate alle proprie tradizioni.

Allo stesso tempo, però, il fascismo cerca di trovare nei sudtirolesi un’origine latina facendo risalire la civilizzazione di questi territori al “marchio” della dominazione romana di duemila anni prima, sostenendo così l’idea di riportare queste popolazioni in seno all’italianità attraverso la rimozione della patina di germanesimo che si è accumulata nel corso dei secoli.
Si tratta chiaramente di una ricostruzione strumentale e a mera finalità politica, ma che vediamo tuttavia ben presente nelle corrispondenze e nelle lettere degli amministratori locali dell’età fascista, convinti che il compito del regime sia quello di restituire tali popoli alla civiltà latina della quale essi proverrebbero. Non è un problema di lingua parlata, che si può cambiare, ma di origini etniche e culturali: è il fondo biologico quello che conta, e gli scienziati cercano di dimostrarlo attraverso la misurazione dei crani che consentirebbe di provare dal punto di vista scientifico una lontana appartenenza di questi popoli alla “razza” latina.
Allo stesso modo, nella Venezia Giulia, il conflitto per il possesso della terra assume toni ancora più drammatici a causa della contrapposizione con la popolazione slovena e croata. Di Michele analizza come le riforme agrarie e le politiche di popolamento abbiano esacerbato le tensioni etniche, preparando il terreno per le violenze che avrebbero segnato la fine del secondo conflitto mondiale e il difficile dopoguerra. Il libro evidenzia come, anche dopo la caduta del fascismo, la neonata Repubblica abbia dovuto gestire un’eredità pesantissima, cercando di bilanciare le spinte autonomistiche con la necessità di mantenere l’integrità territoriale in un contesto internazionale mutato.
È l’immagine di un’Italia che ha lottato per decenni per definire se stessa attraverso i suoi margini, scoprendo che la sicurezza dei confini non dipende solo dai trattati diplomatici, ma dal legame, spesso forzato e doloroso, tra il popolo e la terra che abita. E in un’epoca come quella che stiamo vivendo, segnata dal riaffacciarsi di pulsioni nazionaliste che pretendono di ridisegnare con la forza i confini o di erigere nuovi muri in Europa e non solo, il saggio di Di Michele rappresenta una lettura estremamente interessante e attuale per comprendere i caratteri e le origini della retorica sul “possesso della terra” come base dell’identità nazionale.









