di Giancarlo Magni
FIRENZE – L’ultimo grido di allarme viene dal settore moda che da solo, con oltre 110mila addetti, rappresenta circa il 40% dell’intera manifattura regionale.

I dati sono stati diffusi dalla CGIL. Nel corso del 2024 dei 6000 licenziamenti per motivi economici che si sono avuti in Toscana, 4000 provengono dalla moda. Nel primo trimestre del ’25 l’export è diminuito del 20%. La cassa integrazione aumenta in modo esponenziale ormai da tre anni. Tutti gli indicatori dimostrano che ci troviamo di fronte ad una crisi ormai strutturale.
Le cose non vanno molto meglio in altri comparti trainanti dell’economia regionale, come la chimica, la metalmeccanica, le costruzioni, il legno. Per le aziende della Toscana abbiamo avuto 605 crisi gravi nel 2022, 655 nel ’23 e 761 nel ’24. Nei primi sei mesi del 2025 siamo già a 646. Stiamo assistendo a una deindustrializzazione molto accentuata come, del tutto inascoltati, hanno denunciato alcuni mesi addietro i prof. Buti, Casini e Petretto presentando il “Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana”. La cosa però non sembra destare allarme o preoccupazione. Il presidente Giani, su due pagine di intervista di fine anno al Corriere Fiorentino, dedica alla crisi dell’industria 4 righe e lo fa parlando dell’importanza del reddito di inclusione che renderà i percettori “competenti per le nuove manifatture e i settori che tirano… lo stesso processo avverrà alla ex Beko dove si facevano elettrodomestici”. Poi concede che “la sfida è dare prospettive nel manifatturiero”.
Se ripensiamo alla Toscana di 50 anni fa, vediamo, anche solo con un’occhiata superficiale, un panorama completamente diverso. In regione e a Firenze c’erano industrie, giornali, assicurazioni, case editrici e istituti bancari realmente espressione del territorio. Firenze era la capitale italiana della moda e una città di riferimento per l’attività culturale. Oggi, a tenere parzialmente in piedi l’economia, è rimasto solo il turismo e non è certo un caso che il nuovo presidente della Confindustria regionale sia proprio un operatore del settore. Ma il comparto turistico, per sua natura, produce rendita, non certo innovazione.

Andando avanti di questo passo, Firenze e tutta la regione diventeranno una gigantesca Disneyland, piena di alberghi e ristoranti, dove ad allietare i turisti ci saranno, al posto dei personaggi della Disney e delle giostre, i paesaggi, la bellezza dei luoghi, i monumenti e l’importanza della storia.
Logica vorrebbe che, a fronte di questa situazione, che dipende da molteplici fattori anche indipendenti dalle realtà locali, ci fosse una forte reazione, certo della classe politica ma non solo. Invece niente. Si continua a lanciare allarmi, senza nemmeno avere la capacità di vedere che non ci troviamo di fronte a tanti casi isolati ma ad una crisi sistemica che avrebbe bisogno di nuove idee, e ci si limita alla difesa ad oltranza dell’esistente, che è cosa diversa dalla giusta tutela dei lavoratori, anche quando ci troviamo di fronte a siti produttivi ormai desueti e condannati dal progresso. Valga per tutti il caso della ex – GKN. Una rigidità che, fra l’altro, non incoraggia certo nuovi investimenti sul territorio regionale.
Si aggiunga a questo, da parte della Giunta regionale appena eletta, un approccio, tutto ideologico, ai vari problemi al quale il presidente Giani cerca, almeno un po’, di opporsi, senza troppo successo. Basti un esempio molto illuminante: l’annunciata ripubblicizzazione totale dell’acqua. Un provvedimento che non è giustificato da nient’altro che dall’avversione ideologica a una presenza privata nel settore. Una scelta che porterà a una spesa, solo per l’indennizzo all’attuale socio privato, di almeno 150 milioni che, vista soprattutto la cronica carenza di risorse, potrebbero essere impiegati molto meglio.
E questo senza considerare i vantaggi e i risparmi che, al contrario di quello che pensano “i dirigisti” toscani, assicura l’attuale gestione mista.










