di Caterina Benini
FIRENZE – Agnese Pini è la prima donna a dirigere “La Nazione” in 165 anni di storia del giornale, incarico ricevuto a 34 anni, nel 2019. Dal 2022 è direttrice anche de “Il Giorno”, “Il Resto del Carlino” e “Quotidiano Nazionale”. Nel maggio scorso è subentrata a Ferruccio De Bortoli alla presidenza della Longanesi, una tra le più prestigiose case editrici italiane. Dal 20 maggio è in libreria con il suo ultimo libro “La verità è un fuoco” edito da Garzanti.

Il libro è un vero e proprio pugno allo stomaco. È una storia che si legge tutta d’un fiato, si è catturati dallo scorrere del racconto e non si può fare a meno di andare avanti.
È una storia autobiografica, quella di Agnese e della verità che brucia riguardo alla sua famiglia. A tredici anni, in piena adolescenza, scopre che suo padre era stato un prete, prima ancora di conoscere e innamorarsi di sua madre. La scoperta è sconvolgente e apre il tempo delle domande. Il signor Pini fino a quel giorno per lei era un professore di italiano di una scuola superiore, a Carrara. La fotografia che Agnese trova in un cassetto, dentro un piccolo album rosso, ritrae suo padre, giovanissimo, con indosso l’abito talare. Quell’immagine segna il confine tra la sua infanzia e l’età adulta.
Il romanzo, un memoir, racconta di silenzi e di verità taciute, un elemento comune a tante famiglie. Aprirsi totalmente, rivelare sé stessi, non è facile. Oggi, più che in passato, nelle famiglie c’è il timore di raccontarsi, di conoscersi davvero per ciò che si è. L’essere autentici spesso fa paura, il non sapere fa comodo, fino a quando la verità non comincia a bruciare.

Agnese, attraverso la sua scrittura, racconta la difficoltà di fare domande e la fatica di cercare le risposte. Perché non tutto si può spiegare. Attraverso le pagine di questa storia, l’autrice, cerca le risposte di cui ha bisogno per sentirsi in pace e libera. Il padre è anziano, il tempo forse ha fatto sentire più forte l’urgenza di scrivere e il bisogno di ricucire gli strappi che le parole non dette hanno creato.
Agnese, ha detto a suo padre che voleva scrivere un libro su di lui?
Gli ho parlato prima di scriverlo, avevo bisogno della sua comprensione, non tanto dell’approvazione quanto della condivisione perché questa storia non è soltanto mia. Il libro racconta di un lungo silenzio ed è su questo silenzio che si fonda. Tutte le famiglie sono storie, quando però non hanno le parole per essere raccontate diventano mute. Quando finalmente ho detto a mio padre che volevo scrivere, lui mi ha semplicemente detto “Io non sono un protagonista”. In quel momento ho capito come dovevo scrivere questa storia. La sua risposta non mi ha sorpreso perché mio padre ha passato tutta la vita da non protagonista. La storia racconta della fatica dei figli nel parlare con i genitori. Nel silenzio dei padri, in particolare, c’è un regalo prezioso, la libertà. Lui, infatti, non mi ha dato la sua versione dei fatti, mi ha costretta a dare alla realtà una spiegazione che non era influenzata dalla sua verità. Quando ha letto la bozza del libro non mi ha chiesto di togliere niente. Credo che questo sia il più grande atto di libertà che potesse fare. Quella di mio padre è stata una vocazione autentica, è rimasto un uomo di fede che ha fatto una scelta perché non poteva tenere insieme l’amore per mia madre e la vocazione, altrimenti lo avrebbe fatto.
Cosa le ha detto suo padre quando il libro è uscito?
Ho portato a lui e a mia madre le bozze. È stata mia madre a leggerle a voce alta perché lui in quel momento aveva un problema agli occhi. È stato molto tenero che lo leggessero insieme. Lei, che caratterialmente è molto diversa da lui, mi ha chiamata subito, era entusiasta. Una domenica che sono andata da loro a pranzo, lui non mi ha detto niente del libro ma ha cominciato ad aprirsi, a parlare di sé con naturalezza, sorridendo. Lì ho capito che avevo fatto un buon lavoro.
Conserva ancora quella foto?
Da quel pomeriggio non ho più visto l’album. I miei genitori lo hanno fatto sparire. Dicono che non sanno dove l’hanno messo. Io però mi ricordo tutte le foto, mi piacerebbe averlo di nuovo tra le mani per capire se i miei ricordi sono autentici o frutto di qualcosa che ho costruito nel tempo. Magari un giorno lo ritroverò. Quella scoperta sicuramente mi ha plasmato come essere umano.
Che rapporto ha con la fede?
Un rapporto profondo, complicato che mi interroga e mi spaventa. È come tornare a casa, non sai cosa troverai. Così è la fede, è desiderare anche se non hai certezza di cosa c’è, desideri oltre ciò che è certo. Come Ulisse che torna a casa, non sa cosa troverà ma il desiderio di tornare è più forte dell’incertezza. Senza la fede non avrei potuto scrivere.
Nel mondo dell’editoria italiana è tra le personalità più influenti, dirige giornali prestigiosi, unica donna nella storia de “La Nazione”, è presidente di una casa editrice, è spesso ospite in televisione per commentare la cronaca nazionale e internazionale: sente di aver raggiunto tutti gli obiettivi o le manca qualcosa?
Non avrei mai pensato di arrivare dove sono, io volevo fare la giornalista, lo desideravo con tanta forza, quello che è venuto dopo è stato tutto inaspettato. Non potevo sognare da ragazza quello che non c’era. La direzione di un giornale era un ruolo maschile. Arrivare dove sono non era un mio obiettivo, io volevo fortemente fare la giornalista, io volevo scrivere. Non si può vivere sempre pensando a cosa accadrà dopo. Così non viviamo serenamente il presente. Bisogna vivere la vita coltivando qualcosa per sé, vivendo con felicità il momento attuale senza essere continuamente concentrati su quello che verrà dopo. È importante sentire il ruolo che si ricopre fino in fondo perché pensare al dopo è un po’ come fuggire da quello che viviamo nel presente.
È in pausa dalla scrittura o già all’opera con un’altra storia?
Non ancora. Il libro è uscito a maggio, lo avevo finito il 16 marzo, sono ancora molto immersa in questa storia. Di sicuro scriverò ancora perché quella della scrittura è una dimensione che mi appartiene. Scrivere è un atto di verità, deve emergere l’autenticità di quello che scrivi. Quando si scrive c’è una parte vigile, quella che riguarda la grammatica, la correttezza formale, ma è all’opera anche una parte non vigile di te. La scrittura fa emergere la parte inconscia, è qualcosa che non possiamo controllare ma ci aiuta a fare ordine. Per me scrivere è una cura.
Qual è il suo libro del cuore?
Non c’è un libro in particolare. Posso dirti cosa ho letto mentre scrivevo: “1984” di George Orwell. È in libro politico ma è anche un racconto d’amore. L’amore è il sentimento più sovversivo che rompe le regole. Non piace alle dittature perché l’amore fa rompere gli schemi, ci porta a scegliere e poter scegliere è un grande atto d’amore. Mi è tornato in mente il primo libro che ho letto da bambina, era “Le quattro stagioni di Bosco di Rovo e altre storie” di Jill Barklem. Di sicuro nei libri cerco la bellezza delle storie autentiche. La lettura è importante perché i libri sono delle grandi palestre di sentimenti e di emozioni, ecco perché è fondamentale trasmettere il suo valore ai ragazzi, fin da piccoli.
“La verità è un fuoco” di Agnese Pini edito da Garzanti, cerca di riempire di parole i lunghi periodi di silenzio che hanno caratterizzato la vita di una famiglia. Mentre quel vuoto si riempie, Agnese, trova le risposte alle tante domande rimaste sospese che sono state causa di sofferenza ma al contempo hanno forgiato la donna che è oggi. È un libro che indaga tra le dinamiche complesse delle relazioni familiari, delle parole taciute, dei silenzi che spesso sono un’arma per vincere le paure. La pace e la serenità di un’esistenza però si possono trovare nelle parole cercate e scritte, come ha fatto Agnese, che dando forma al dolore e aiutano a comprenderlo.









