PRATO – Le storie degli ultimi e degli emarginati che si intrecciano a riflessioni su Dio e la religione, la giustizia e la solidarietà, l’indifferenza e la condizione esistenziale dei “poveri Cristi”.
Al Teatro Fabbricone va in scena “Laika”, primo appuntamento della “Trilogia dei poveri Cristi” di Ascanio Celestini, con protagonista lo stesso attore romano accompagnato dalla fisarmonica di Gianluca Casadei. Per tre serate consecutive il mondo degli umili, degli esclusi, degli emarginati, dei derelitti, dei senza volto – i “poveri Cristi” secondo la definizione dell’autore – sale sul palco del Fabbricone e si mostra del suo crudo realismo quotidiano, nella sua sofferenza, nel suo essere dimenticato dal potere e dalla storia, ma anche nella sua profonda dignità e umanità.

Quello dei “poveri Cristi” è un tema caro a Celestini e ricorrente nel suo teatro, con le tre opere in programma – “Laika” (2015), “Pueblo” (2017) e “Rumba” (2023) – a voler fare luce sugli “invisibili” della nostra società e delle nostre periferie: non solo con una velata denuncia sociale, ma soprattutto attraverso la lente della compassione intesa nel senso più autentico del termine, quello di comprensione e sincera compartecipazione ai dolori e ai drammi dei personaggi, senza pietismo e con una punta di verace ironia.
In “Laika” l’autore ci conduce in un viaggio ironico e struggente attraverso lo sguardo di un Gesù improbabile, cieco e profondamente umano: non è il Messia trionfante della tradizione, non è depositario di certezze assolute, al contrario è un uomo stanco che osservando il mondo è scosso da profondi dubbi, trovandosi non di rado a parlare di scienza e religione, delle teorie di Hawking e dei racconti biblici, dell’esistenza o meno di Dio.
Insieme al suo compagno, un altrettanto derelitto Pietro che passa le sue giornate a fare la spesa al supermercato, abita in un appartamento di una palazzina in una zona di periferia, in quello che ha tutta l’aria di essere un quartiere di Roma ma che potrebbe trovarsi in qualunque altra città del mondo: un microcosmo che comprende la palazzina residenziale, un ampio parcheggio, il supermercato di fronte, un bar e una grande azienda di logistica lì vicina. Uno spazio ristretto, quasi claustrofobico, e isolato rispetto a tutto ciò che si trova oltre, un orizzonte limitato entro il quale si muove l’azione di questo insolito Gesù che un giorno entra nel bar e si ritrova a un tavolo con altri avventori a raccontare storie, di fronte a un bicchiere e una bottiglia di Sambuca.
La trama non segue una narrazione lineare, ma si dipana attraverso una serie di monologhi carichi di una poesia cruda, dove la religione si mescola alla lotta di classe e la teologia diventa cronaca quotidiana. Si parla di operai, di immigrati, di prostitute e di barboni, figure che popolano questo spicchio di periferia e che a turno prendono la parola per narrare in prima persona le loro storie, talvolta portate a intrecciarsi nello spazio del parcheggio del supermercato, vero e proprio palcoscenico di questo struggente “teatro di periferia”.
Ecco allora la storia della vecchia con la testa “impicciata” che alterna momenti di follia e di estrema lucidità, e invocando Dio annota sui suoi quadernetti tutti i pensieri, i ricordi, i fatti della propria vita; quella del facchino africano sfruttato che spostava e scaricava pacchi nell’azienda di logistica in turni di lavoro massacranti, è stato licenziato e adesso con alcuni colleghi sta scioperando davanti ai cancelli dell’azienda per far valere i propri diritti, almeno finchè la polizia non arriverà a rimuovere il picchetto; quella della prostituta dalla spiccata etica professionale che da giovane voleva farsi suora, adesso è sul marciapiede e puzza di copertone bruciato; quella infine del barbone che rovista nei cassonetti della spazzatura, si lava alla fontanella pubblica della piazza e sta all’ingresso del supermercato per chiedere l’elemosina ai clienti.
Celestini utilizza la metafora di Laika – la cagnetta spedita nello spazio dai sovietici il 3 novembre 1957 con la missione Sputnik 2 – per descrivere la condizione di queste persone: uomini e donne lanciati in un’orbita di solitudine, osservati da lontano ma mai realmente soccorsi, sacrificati in nome di un progresso che non li include e anzi li travolge senza pietà. In questo quadro di miserie, perchè Dio non interviene ad alleviare le sofferenze di questi derelitti? Perchè non concede loro un giorno al mese di dignità? Forse davvero Dio non esiste, forse è occupato a fare altro, o forse vuole che siamo noi, che quando usciamo dal supermercato lanciamo un’occhiata al barbone con sguardo distratto e indifferente, a condividere il destino delle sue creature più fragili e provare verso di esse un moto di compassione.
Alle volte il “miracolo” accade: come quando, alla fine dello spettacolo, tre persone – una vecchia, una matta e un cieco – scendono in strada nel cuore della notte per salvare la vita al barbone malmenato dalla polizia.
Con la sua consueta maestria narrativa, capace di mescolare diversi registri linguistici e smorzare la drammaticità con la sua pungente ironia, Ascanio Celestini trasforma la scena in un luogo di resistenza civile, dove il ridere delle sventure altrui diventa un modo per riconoscerle come proprie. Lo spettacolo si chiude lasciando nello spettatore la sensazione di aver guardato dentro un buco nero di emarginazione, scoprendo però che anche lì, tra i rifiuti e le stelle lontane, batte un cuore ostinatamente vivo.









