PISTOIA – Mercoledì 8 luglio l’atteso concerto dei The Darkness al Pistoia Blues Festival sarà aperto dalla giovane rock band fiorentina degli Spleen, composta da Samuele Riccucci (chitarra e voce), Matteo Innocenti (batteria), Olmo Fantini (chitarra) e Alberto Sanna (basso).
Interpreti di un rock che strizza l’occhio alle grandi band degli anni Ottanta e Novanta, con sonorità riconducibili al post-punk, al grunge e alla new wave, gli Spleen pubblicano nel giugno del 2024 per Contempo Records (storica etichetta discografica di artisti come, tra gli altri, Diaframma, Litfiba e Pankow) il loro primo EP dal titolo “Dystopic School”, distribuito anche nel Regno Unito, dove la band si esibisce in diversi live.
Nella primavera del 2025 gli Spleen suonano in apertura dei concerti di Piero Pelù in tutte le date del suo tour nei club “Il ritorno del Diablo”, mentre nel corso dei mesi estivi girano l’Italia con il loro tour “Behind The Sun Summer Tour”. Il 2026 segna un traguardo importante per la band che sempre con Contempo Records pubblica il suo primo album in studio, “Gush”, uscito su tutte le piattaforme lo scorso 22 maggio e preceduto dal singolo “Would You Ever Die For Me”.
In previsione della loro esibizione sul palco del Blues, abbiamo avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande agli Spleen riguardanti il loro percorso artistico, il lancio dell’album di debutto e l’esperienza internazionale compiuta nei live in Gran Bretagna.

A breve salirete per la prima volta sul palco del Pistoia Blues in apertura del concerto dei The Darkness. Quali sono le vostre emozioni all’idea di calcare un palco dalla storia così longeva e prestigiosa? Cosa si dovrà aspettare il pubblico dal vostro live?
È sempre una sensazione particolare quando un anno ti trovi sotto un palco e quello dopo sei dall’altra parte, a suonarci sopra. È qualcosa di piacevolmente straniante e che ci rende molto orgogliosi. Siamo davvero felici di avere l’opportunità di esibirci su un palco così importante: per noi sarà una delle prime esperienze di questa portata. Dal vivo il nostro obiettivo è quello di presentare il nostro progetto nel modo più autentico possibile. Vogliamo far conoscere la nostra musica nella dimensione in cui è stata concepita.
Da poche settimane avete pubblicato “Gush”, il vostro primo album in studio: è stato un processo lungo e meditato oppure è un disco uscito più di getto, con materiale che avevate già pronto?
“Gush” raccoglie tutto ciò che abbiamo costruito in oltre due anni di percorso come band. Mi piace descriverlo con la metafora di una pianta che libera i propri semi solo quando sono maturi: queste canzoni sono cresciute con noi nel tempo e a un certo punto abbiamo sentito l’esigenza di dare loro una forma compiuta, racchiudendole in un album. Il titolo “Gush” nasce proprio da questa idea di un’esplosione improvvisa, di qualcosa che viene fuori con forza dopo essere stato trattenuto e maturato a lungo. Non è quindi un disco nato di getto, ma il risultato di un percorso che abbiamo voluto condensare e presentare in modo organico.
C’è un filo rosso che lega i pezzi del vostro album di debutto? Che tipo di storie volete raccontare al vostro pubblico, quali riflessioni vi preme suscitare in chi vi ascolta?
Il filo conduttore dell’album è una certa disillusione nei confronti della vita, un invito a tornare con i piedi per terra. È un sentimento che si riflette sia nei testi sia nel sound del disco. Non ci interessa dare risposte definitive o impartire lezioni: crediamo che, molto spesso, una domanda sia una risorsa molto più preziosa di un’affermazione. Se chi ascolta le nostre canzoni si ritrova a interrogarsi o a guardare le cose da una prospettiva diversa, allora abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.

Fin dal lancio del vostro EP “Dystopic School” due anni fa avete avuto modo di esibirvi dal vivo nel Regno Unito: questa esperienza e il contatto diretto con una realtà internazionale vi hanno aiutati a crescere dal punto di vista artistico e musicale?
Abbiamo avuto la fortuna di far conoscere il nostro progetto anche fuori dall’Italia grazie a “Dystopic School”, che ha ricevuto riscontri molto positivi nel Regno Unito. Sicuramente il fatto di cantare esclusivamente in inglese ci ha aiutato a entrare più facilmente in contatto con il pubblico internazionale.
Ogni volta che siamo stati in Inghilterra ci siamo trovati molto bene: il linguaggio del live è universale e abbiamo sempre percepito una grande attenzione e partecipazione da parte del pubblico.
Nel tempo siamo riusciti a costruire una rete di contatti, piccola ma solida, che continua a offrirci opportunità importanti oltremanica. Il nostro primo mini-tour nel Regno Unito ci ha portati, tra le altre cose, a esibirci al Rebellion Festival nel 2025, e quest’anno torneremo nuovamente per l’edizione 2026. È sicuramente uno dei risultati che ci rende più orgogliosi nel nostro percorso fino a oggi.
Al momento siete concentrati sul lancio del vostro album oppure c’è già qualche altro progetto artistico che bolle in pentola?
In questo momento il nostro obiettivo principale è far conoscere “Gush”. Non tanto in un’ottica commerciale, quanto perché rappresenta il nostro vero biglietto da visita: raccoglie tutto ciò che siamo stati e ciò che siamo oggi come band. Per questo vogliamo portarlo davanti al maggior numero possibile di persone, soprattutto attraverso i concerti.
Quest’estate avremo l’opportunità di suonare su palchi importanti, sia in Italia che all’estero, e per noi sarà il modo migliore per presentare il disco e continuare a far crescere il progetto. Naturalmente non abbiamo smesso di scrivere: quando ci troviamo in sala prove stiamo già lavorando a nuovo materiale, perché è una parte fondamentale del nostro percorso. Al momento, però, la priorità resta valorizzare e portare il più lontano possibile questo primo album.











