PISTOIA – Caro Giovanni, Sindaco, ti scrivo, da semplice cittadino elettore, senza pretendere di rappresentare nessuno se non me stesso, dopo aver condiviso, questa mattina, la quotidiana odissea dei pendolari pistoiesi (e non solo) verso Firenze e aver perso la coincidenza ferroviaria per Roma.
Il treno regionale era così pieno che, nonostante fossi seduto, una pendolare, nello scendere a Prato ha travolto suo malgrado, il mio Pc.
Ti chiamo Sindaco, Giovanni, perché ormai nemmeno tu ti nascondi più, anche pubblicamente. Sappiamo tutti e tutte che il 24 e 25 maggio prossimi sarai eletto sindaco di Pistoia, con grande probabilità al primo turno, con margine.
Chi ti descriveva come Belzebù, magari a ridosso delle primarie, ora tesse sociologicamente le tue lodi sui giornali, magari dichiarando che eri un sindaco nato, fin dalla prima elementare.
Ti scrivo nel giorno in cui, credo per la prima e unica volta, un quotidiano nazionale si occupa di Pistoia e della tua candidatura, con un pezzo, che, come sai da giorni, ho sostenuto, supportato, ispirato, financo nella foto scelta, pur suggerendo, in verità, di non santificare nessuno, nemmeno te.
Addirittura nell’ultima settimana elettorale (su questo, invece, farei gli scongiuri…) prima come battuta sussurrata e poi dichiarata manifestamente nelle iniziative, si è addirittura rivendicato come necessario e certo anche un tuo secondo mandato.
C’è chi ti paragona, tra il serio e il faceto, a una specie di Messia: “Giovanni Capecchi è (ri)apparso su Pistoia, addì… etc, etc.”
Tornando all’eventuale secondo mandato, ricordo che questo tema non ha portato molta fortuna a predecessori di centrosinistra come Samuele Bertinelli che lo rivendicavano apertamente per: “passare alla storia”. Sappiamo bene come è andata e che il consenso, anche il più ampio, può erodersi, svanire in un battibaleno (Renzi e Salvini, ma anche Prima Repubblica docent).
Caro Giovanni,
hai saputo, davvero, narrare un sogno, forse una favola, prenderti, aprirti spazio in città, in quella “palude pistoiese” della sinistra che descrivesti con impressionante precisione e spietata, inequivocabile chiarezza, a San Domenico, il 28 febbraio scorso.
Lanciasti la tua parola d’ordine, poi forzatamente accettata dalla maggioranza del Pd e dai piccoli partiti che, a sinistra e al centro, non ti sostenevano: le primarie aperte di coalizione.
Che, però, a causa tua, tanto aperte non sono state.
C’è stato, infatti, un primo infortunio: il muro inaspettato e inopportuno che il tuo gruppo personale e il partito Avs-Sce hanno posto davanti a primarie davvero inclusive di giovani e immigrati residenti, come avviene, da sempre, in tutto il resto d’Italia.
Ho provato in tutti i modi, pubblici e privati, a farti cambiare idea, ho scritto appelli, raccolto firme, discusso insieme a te e ai tuoi sponsor di Avs-Sce, ma non c’è stato verso. A differenza di Stefania Nesi, molto più libera di te in quel frangente, mi sei sembrato davvero imprigionato.
Al di là di quanto detto pubblicamente e privatamente da molti tuoi sostenitori, sulle primarie pienamente aperte non esisteva, come ovvio, alcun problema pratico (perché a Pistoia no e, quasi contemporaneamente, a Viareggio sì?) ma il diffuso terrore dell’impegno della comunità albanese che vedeva coinvolti due pezzi da novanta come Bernard Dika e Bruno Leka, schierati con Stefania Nesi, rivelatasi, un po’ a sorpresa, tua impegnativa competitor.
Conversando con Bruno ci siamo detti in questi giorni: ma che male ci sarebbe stato, anche sulla base di naturali conoscenze, se ci fosse stata una normale mobilitazione della comunità albanese pistoiese (che peraltro, in parte vota, come è normalissimo, centrodestra) in quelle primarie?
Non vale lo stesso discorso, ad esempio, per una comunità molto forte a Pistoia, per vari flussi migratori interni, come quella degli originari del Cilento?
Il livello di integrazione e inclusione dei cittadini albanesi pistoiesi è altissimo, le loro storie personali, penso a quella di Bernard, ma anche a quella commovente di Bruno, giunto avventurosamente a Pistoia a tre anni durante la guerra civile in Albania, hanno molto, moltissimo da insegnarci.
E se Bernard e Bruno, entrambi nati in Albania, la cittadinanza la hanno, altri/altre, altrettanto meritevoli, altrettanto cittadini e cittadine, anche per colpa di un centrosinistra in passato su questo tema immobile a livello nazionale, purtroppo no.
Negare il voto alle primarie è stata una grave violenza e a nulla valgono tardivi mea culpa giunti del tutto fuori tempo massimo dal tuo ristretto entourage.
Un ulteriore grave infortunio è stato quello relativo alla sicurezza e alle note questioni: Ramini, Vicofaro, Biancalani.
Caro Giovanni, io più di te e in più occasioni, ma insieme abbiamo toccato con mano, la sofferenza, il dolore, l’esasperazione, direi la disperazione della popolazione di Ramini, tenuta in ostaggio da una figura che io ritengo molto negativa per la comunità di Pistoia che non si chiama Matteo Pomposi (un po’ sopravvalutato, secondo me), ma Massimo Biancalani.
Stiamo parlando di una pseudo-accoglienza priva di qualsiasi requisito di sicurezza e di progettualità: un ammassamento di corpi e di anime inverosimile che produce, purtroppo, ma inevitabilmente, diffidenza, lontananza, scontro, paura, pregiudizio, deleterio razzismo e, perché no, anche qualche fisiologico opportunismo elettorale.
Abbiamo provato con l’Associazione Sognare da Svegli il 13 maggio scorso, a proporti, caro Giovanni, quattro diverse e sperimentate strade di accoglienza, integrazione, nuova cittadinanza, alternative al fallimentare, nocivo, pericoloso cosiddetto “modello Biancalani”.
Da te abbiamo ricevuto purtroppo assenza e silenzio che qualche tuo supporter chiama tristemente: “prudenza elettorale”.
Stiamo parlando di un modello sbagliato che nelle tue altalenanti dichiarazioni sembri sostanzialmente difendere (a parte le “quantità”), ma che non ha davvero nulla a che fare con il messaggio liberante, emancipatorio del Vangelo: che si nutre del “culturalismo”, una corrente razzista e molto ignorante che giustifica qualsiasi problema, ma anche molti reati, sulla base dell’inferiorità malamente presupposta delle culture di origine dei migranti stessi.
Siamo molto, molto distanti dalla nostra Costituzione, dalla Carta dei diritti dell’Unione Europea, ma anche dagli insegnamenti di Don Lorenzo Milani, indimenticato priore di Barbiana.
Potrei andare avanti a lungo Giovanni e continuare, ad esempio, analizzando una tua innegabile timidezza nell’affrontare il tema vivaismo e inquinamento delle falde acquifere (e non solo).
Nei tuoi interventi, in maniera crescente, sembra che i vivaisti pistoiesi siano un modello assoluto di responsabilità sociale, che i problemi a partire dal glifosato e dall’utilizzo massivo di plastica e acqua (non dimentichiamoci il cambiamento climatico) siano definitivamente risolti (o quasi) e che, magari, ci si possa prospettare ulteriori espansioni pervasive di questo autoproclamato: “vivaismo sostenibile”.
Se è vero che passi avanti sono stati fatti, ci prenderemmo in giro se dati epidemiologici di Pistoia Sud ed Est alla mano, (ma basta dare un occhio più superficialmente ai prezzi delle case) pensassimo che la questione, complessa, dal rapporto tra vivaismo e ambiente, tra vivaismo e salute, sia prematuramente da derubricare dai problemi della futura amministrazione di Pistoia.
Sintetizzo, infine, sul ruolo di partiti di centrosinistra spesso stra-divisi al loro interno, dilaniati da personalismi endemici e da irrisolti snodi programmatici.
Il sistema, per me, perverso della preferenza doppia uomo-donna non aiuta (peraltro ci sarebbe anche stato un referendum vittorioso sulla preferenza unica nel 1991…), ma, certo non possiamo nemmeno vivere, lo abbiamo visto alle ultime elezioni Regionali, di svilenti e per nulla rappresentativi listini bloccati.
Sorvolo sulla grave e quasi totale assenza di una classe politica pistoiese di governo nel centrosinistra (basta dare un’occhiata alle liste e ai cosiddetti ticket) e alla presenza di una tua lista civica generosa, di alto livello culturale, ma che è esempio di un amalgama politico tutto da dimostrare, sperimentare, costruire.
Non posso poi un po’ sorridere sulla questione partecipazione: hai un capolista di una tua lista, parecchio quotata, che si vanta di proporre come parole d’ordine, da un po’ di anni: “cura, servizio e sogno” e, almeno è la mia feroce esperienza, nella pratica rappresenta esattamente l’opposto: “noncuranza, opportunismo e incubo”.
Vengo e chiudo con il tuo rapporto con un tema complesso come il “potere” e al modello di leadership che hai proposto, in queste settimane, alla città di Pistoia.
Ormai quasi cinque anni fa, in un nostro breve saggio, scritto a quattro mani sulla Rivista Passione&Linguaggi, io ed Ilaria Lani, già coordinatrice nazionale dei Giovani della Cgil, ricordammo insieme, i vent’anni dai fatti di Genova 2001.
Citammo subito una canzone del 1979 di Silvio Rodriguez: “La maza” che affermava metaforicamente il valore dell’essere, dell’immaginare, del costruire comunità: “Che cosa sarebbe il piccone senza la cava?”.
Ieri notte, tornato dalla casa del popolo di Bottegone, dopo che ci siamo salutati, ho aperto i giornali online e ho scoperto l’orrore degli attivisti di quaranta diversi paesi della Flotilla, prima torturati e poi umiliati e derisi dal ministro fascista-ortodosso del governo israeliano Ben Gvir, per fortuna durissimamente contestato dal nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Di fronte a persone inginocchiate, bendate, ammanettate Ben Gvir ha gridato beffardo: “Benvenuti, questa è casa nostra!”. E di fronte ad un’azione violenta e del tutto illegale della polizia israeliana ha affermato subitaneamente: “Ben fatto!”.
Eccola la comunità escludente, direbbe Aldo Bonomi, citando i nazionalismi nei Balcani: “maledetta”.
Quello che colpisce è che non si tratta di immagini rubate, filmate di nascosto da qualche coraggioso attivista e giunte avventurosamente sul web.
Si tratta di filmati caricati online, con sprezzo di ogni umanità, proprio dal famigerato Ministro del criminale Governo Netanyahu.
Abbiamo compiuto, venticinque anni dopo Genova 2001, un terribile passo in avanti: la violenza del potere si trasforma in esplosione del dominio (pensiamo, tornando a Genova, ai fatti della scuola Diaz). Essa non ha più bisogno delle tenebre, dei depistaggi, dei segreti. La violenza del trinomio potere-dominio-guerra può tranquillamente manifestarsi, sostenuta sfacciatamente da una leadership maschilista-machista, autoritaria, che affonda nelle strutture profonde del patriarcato, ma le innova, le incattivisce ulteriormente.
Oggi in Palestina-Israele, fra poco, magari, a Cuba.
Spesso, tra l’altro, usando, tradendo, mistificando, bestemmiando plurimi messaggi religiosi.
Nel 2017 un bello ed evocativo articolo di Carlo Bonini su Repubblica, aveva ospitato l’allora capo della Polizia Gabrielli definire l’ordine pubblico e le torture di Bolzaneto e della Diaz durante il G8 di Genova, come una “catastrofe”.
Bonini iniziava il suo pezzo così: “Si dice che non ci sia ferita, per quanto profonda, che il tempo non aiuti a cicatrizzare”.
Questo assunto, se forse non è sempre valido nemmeno nei rapporti interpersonali o di coppia, certamente ci interroga nel mondo in fiamme di oggi, ancora rispetto a Genova 2001, un: “ricordo ibernato, con una ferita che torna a sanguinare ogni volta che la cronaca, con la forza della proprietà transitiva, finisce con il riesumarne la memoria”.
E Flotilla 2026, almeno a me, ha ricordato, con le terribili innovazioni che ho citato, proprio il peggio di Genova 2001, da me vissuta rischiando in piazza, insieme al movimento pacifista, da lavoratore operaio e, contemporaneamente, studente universitario, a quel tempo impegnato a Gorizia, allora frontiera di Schengen.
Pochi mesi dopo Genova 2001, da militante ecologista e della sinistra pacifista, dopo non pochi anni in consiglio comunale, tu Giovanni, saresti diventato giovane assessore alla cultura del Comune di Pistoia.
Conoscendo i tuoi trascorsi giovanili nel movimento di protesta universitario della Pantera del 1990, mi sono chiesto se tu, Giovanni, pur più anziano di qualche anno, facessi ancora parte, come me ed Ilaria Lani, della “generazione Genova”.
Una generazione intera di giovani che ha vissuto un impatto traumatico con il potere e con la violenza e le sue ferite.
Una violenza istituzionalizzata che ha dimostrato, già allora, che in ogni momento la democrazia può essere sospesa e che ha modificato il rapporto di molti giovani italiani ed italiane come me ed Ilaria con la vita politica e l’impegno civile.
Abbandonati dal potere, dai partiti, dal sindacato. Soli. Ma non privi di tenacia e di speranza.
Spesso Giovanni, tu ti contrapponi a modelli leaderistici e individuali: hai provato, persino, a declinare al plurale, durante la campagna elettorale, il tuo nome: “Noi Giovanni Capecchi”.
Ma quanto è possibile tutto ciò, nella politica di oggi, con un progetto amministrativo che ambisce a rendere Pistoia città di Pace e luogo aperto, di dialogo nel Mondo?
A renderla comunità educante, nelle relazioni tra i generi e le generazioni, nell’emancipazione, mai pietista, dei più fragili? Di chi è al margine? Di chi non ha voce, ma rimane un soggetto, non un oggetto da ammassare, ammaestrare e utilizzare?
Come si innova, non solo a parole, la pratica della leadership, di fronte al trionfo di un patriarcato, a volte tristemente imitato da donne che si alimentano del suo veleno e del suo modello?
Se si propone un modello fondato sulla partecipazione, l’ascolto, l’incontro, il dialogo, un modello diremmo “femminista”, pur nella commistione/intreccio tra i generi, non solo binari, come si riesce ad essere, davvero, conseguenti? Portatori sinceri e credibili, certo mai perfetti, di una “maschilità di Pace”?
Come si rompono gli schemi del patriarcato di fronte a una pseudo accoglienza disumanizzante, priva di progetto e di professionalità, guidata da un vecchio uomo bianco, sprovvisto di qualsiasi capacità di mediazione e di ascolto dell’altro/a?
Non ci giro intorno sindaco Giovanni Capecchi. Non posso pretendere sincerità e trasparenza se non la offro io.
Sono anche rimasto molto deluso, come ti ho detto e scritto privatamente, anche dalla tua prudenza pubblica (a fronte di una totale vicinanza privata, manifestatami in forma scritta) quando una vicenda, su cui spero verrà fatta presto piena luce, mi ha contrapposto ad alcune persone di una tua lista, avvelenate nei miei confronti proprio per le posizioni su Ramini e Vicofaro. Ciò al di là di altre incredibili, scandalose, ridicole, artefatte mistificazioni.
So che verrò sommerso, anzi già ho avuto avvisaglie, dopo queste mie parole, dalla palude del fango di certa finta sinistra da salotto o da Ztl (non importa quanto grande sia) come è successo anche a te prima del 28 febbraio e del 12 di aprile.
Lo accetto: il personale è sempre politico.
Ma per cambiare una città, davvero, non a parole o a slogan, ma nel profondo, e Pistoia necessità di un cambiamento radicale, non bastano prudenza, cultura, bon ton, visioni sulla carta.
Ci vogliono, nella nuda vita, nel qui e ora, caro Sindaco Capecchi, caro Giovanni, anche il coraggio, la trasparenza, la parresia, la capacità di eresia e di scelta.
Affermava Rodomiro Tomic, un democristiano cileno nell’opporsi al regime militare cileno di Augusto Pinochet: “Non esiste il centro tra la giustizia e l’ingiustizia”.
Non esiste il centro, sindaco Giovanni, tra vittime e carnefici, tra chi resta umano e chi preferisce linciare l’infinito, magari per un misero posto di consigliere/consigliera comunale, pur di maggioranza, per carità o di possibile portavoce/assistente del futuro sindaco.
Spero di potermi ricredere, più avanti.
Ma no, pur rimanendo totalmente alternativo al centrodestra, non riuscirò a tracciare la scheda sul tuo nome. Ne domenica, né lunedì.
Vincerai lo stesso, ovviamente. Ma poi occorrerà governare e trasformare il potere in servizio e non in dominio.
E, visti i presupposti e certi staff, non sarà per nulla semplice, nemmeno con le più buone delle intenzioni.
Con sincerità,
Francesco Lauria, cittadino, ex sostenitore.










