di Andrea Mori
PRATO – Il dramma del popolo iraniano nelle testimonianze di donne e uomini che stanno subendo una repressione feroce. Testimonianze lette davanti al Castello dell’Imperatore, in piazza Santa Maria delle carceri, da alcune ragazze vestite di bianco, in piedi al centro della piazza; storie drammatiche di donne e uomini. Un evento per ricordare Mahsa Amini, la ragazza di 22 anni arrestata dalla polizia religiosa a Teheran, dove era in vacanza con la famiglia, “colpevole” di non indossare il velo in modo corretto, come la legge impone.
La giovane venne arrestata e portata in una stazione di polizia, da dove ne uscirà soltanto in coma. Dall’ospedale invece non ne uscirà proprio, o, detta “meglio”: non ne uscirà viva.
La morte di Amini ha provocato proteste molto accese in tutto il mondo.

Proprio per ricordare Amina e tutte le donne e gli uomini vittime delle violenze del regime, Matilde Toni, Valentina Amelia, Alice Risaliti e Lavinia Nuti, del collettivo MASC ( Magazzino Arte Sociale Contemporanea, un collettivo artistico in residenza a Officina Giovani dal 2020) hanno allestito questa performance.
Abbiamo chiesto a Lavinia, una dei quattro componenti del collettivo, com’è nata l’idea.
“Il progetto – spiega – è nato a seguito di quello che è accaduto a settembre in Iran e tutto ciò che ha generato. Noi come collettivo ci siamo chiesti in che modo potessimo sensibilizzare sulla tematica, così da dare un contributo.
Il tutto è avvenuto così: il primo giorno, sabato 22 aprile, abbiamo eseguito la performance iniziale “Radici” all’interno del nostro spazio Transpace, ad Officina Giovani. Quello che facevamo era trascrivere le testimonianze di persone che realmente vivono o hanno vissuto l’esperienza della privazione della propria libertà in Iran.

Testimonianze che abbiamo riportato anche sotto forma di video proiettato nello spazio, e sotto forma di audio tramite un’installazione sonora (le voci sono state modificate per tutelare la privacy delle persone).
Inizialmente, sono sincera, ci eravamo approcciate in modo un po’ sbagliato, superficiale; non essendo fatti vissuti da noi, sulla nostra pelle, il rischio era quello di finire nell’appropriazione culturale. Abbiamo quindi pensato che il modo più diretto e sincero di far arrivare il messaggio fosse quello di farci da tramite, intermediarie, tramite la trascrizione di testimonianze reali.
Per quanto riguarda lo spazio in cui si è svolta la performance, man mano che procedevamo con l’azione, l’abbiamo visto trasformarsi in un vero e proprio archivio che ci piacerebbe fosse in continua evoluzione, così da raccogliere sempre più testimonianze nel tempo.
Dopo la performance del 22 aprile, lo spazio è rimasto aperto per una settimana per chiunque volesse venire a visitare la mostra. Il tutto si è poi concluso sabato 29 aprile, in Piazza delle Carceri.
Cosa stavate facendo davanti al Castello dell’Imperatore?
Leggevamo ad alta voce le testimonianze. Da Officina Giovani fino a Piazza delle Carceri abbiamo trascinato alcune scatole che contenevano appunto le storie di vita quotidiana di persone iraniane che avevamo trascritto durante la prima performance.
Trascinavamo queste scatole piene di fogli così da rappresentare visivamente il peso di quello che stavamo portando.
Matilde invece portava una cassa sonora con la quale faceva sentire le testimonianze sotto forma di audio. Le testimonianze le abbiamo scritte e stampate affinché le potessimo distribuire e raccontare alle persone in piazza.
Da quando tra settembre e ottobre in Iran sono scoppiate le rivolte, in Italia, come in altri paesi, si è diffusa l’iniziativa solidale da parte del mondo femminile di tagliarsi una ciocca di capelli. Ma da quei giorni, sembra che sia sceso il silenzio.
È interessante perché quella del taglio dei capelli era una tra le cose che in un primo momento volevamo includere, poi però abbiamo deciso di non farlo perché abbiamo pensato che ci fosse il rischio di cadere nell’appropriazione culturale.
Quello del taglio dei capelli è un gesto molto forte. Informandomi, ho infatti scoperto che mentre in occidente ha un significato che è più legato alla cura della persona, in paesi come l’Iran è un gesto che spesso è simbolicamente legato alla morte. Al riguardo ho letto una leggenda molto interessante secondo cui in passato, le donne, per ricordare i mariti defunti si tagliavano i capelli e li legavano a degli alberi.
Sei soddisfatta dell’attenzione che avete ricevuto?
Persone a noi vicine, molte delle quali iraniane, ci hanno espresso solidarietà e vicinanza. Ovviamente dal popolo iraniano abbiamo avuto attenzione, parlavamo di tematiche che vivono tutti i giorni sulla loro pelle.
Dagli italiani invece abbiamo notato che alcune persone incuriosite si fermavano mantenendo una certa distanza, senza però soffermarsi troppo. In piazza, parlando con le persone a cui consegnavamo le testimonianze, abbiamo tra l’altro capito che in molti avevano sentito al telegiornale il “grosso” delle informazioni riguardanti l’Iran, per poi comprendere che erano piuttosto all’oscuro su molti altri aspetti riguardo la stessa situazione iraniana. Ci hanno tuttavia ringraziato, dicendoci che è giusto parlarne e che quello che queste persone vivono è terribile.
Comunque c’è sempre un po’ il rischio che l’argomento venga affrontato con un po’ di superficialità, proprio per il fatto che noi viviamo una situazione completamente diversa, privilegiata.
Da quando il nuovo Governo italiano si è insediato, specialmente tra i giovani della Generazione Z, è frequente la manifestazione di un certo timore riguardo il fatto che alcune categorie di persone stanno avendo meno diritti, tra cui le donne. Dopo esserti confrontata più in profondità sulla condizione delle donne in Iran, cosa pensi della condizione delle stesse in Italia?
Essere entrata nel profondo in questo modo, attraverso la lettura di queste lettere, mi ha fatto naturalmente pensare. Diritti anche banali che noi diamo per scontato, in Iran non li hanno ancora e lottano ogni giorno. Credo sia fondamentale imparare a mettersi nei panni degli altri. Ciò nonostante rimane lo stesso la mia preoccupazione legata al nuovo Governo italiano, poiché non sostengo la mentalità della destra.
Non pensi che a volte le persone impieghino molto tempo portando avanti battaglie quali quella per legittimare l’uso dell’asterisco, quando potrebbero prender parte ad iniziative lodevoli come le vostra?
Vivendo in Italia, avendo già raggiunto certi diritti, certe opportunità, naturalmente mi sento privilegiata come cittadina italiana, ed anche come donna italiana. Ognuno però secondo me porta avanti le proprie battaglie anche in base a quello che è il proprio vissuto, il contesto in cui è nato, in cui vive.
Noi italiane partiamo da una situazione molto diversa rispetto a quella delle iraniane. Considerato quindi dove ci troviamo in Italia coi i nostri diritti, possiamo anche permetterci di parlare di asterisco (che io uso); questo però non significa che non si debba guardare quello che abbiamo intorno, ma anzi è giusto ampliare i propri orizzonti a 360 gradi. Non esistono lotte di serie A o di serie B.
Io non ho mai vissuto in Iran, quindi non saprò mai, per esempio, cosa significa non potermi vestire come voglio. È naturale quindi che vivendo in un certo contesto si segua il flusso delle lotte che sono già state portate avanti, trovandosi nella strada sulla quale certe battaglie sono già state combattute.
Avete in programma iniziative future a supporto del popolo iraniano?
Vorremmo portare avanti la ricerca e la raccolta di testimonianze da inserire nell’archivio che stiamo costruendo passo passo, così che diventi sempre più consistente. In questi giorni siamo state contattate da un’artista/curatrice iraniana di nome Zoya, che sta curando una sezione alla Biennale Di Penne insieme a 17 artisti iraniani, dove verranno inserite le testimonianze del nostro collettivo MASC. La Biennale di Penne si terrà dal 19 maggio al 20 Giugno. Zoya ci ha chiesto se fossimo interessate a collaborare con lei per quanto riguarda le testimonianze che abbiamo raccolto, perché voleva inserire una piccola raccolta di testimonianze all’interno del suo progetto/archivio.
Le abbiamo dato in prestito la raccolta di testimonianze, che serviranno anche per il tavolo di discussione dove si parlerà della situazione in Iran e, più in generale, sul rapporto tra arte e politica. La sezione che Zoya sta curando non è infatti una realtà di puro attivismo, quanto una ricerca tra politica ed estetica.



