mercoledì, Settembre 9, 2026

Lorenzo e Filippo Gori, raccontare il lavoro senza lacci

di Alberto Vivarelli

PISTOIA – Un filo rosso lunghissimo lega trent’anni di attività professionale di Lorenzo Gori, fotografo e videomaker, un filo rosso realizzato con vicende legate al lavoro: le morti, le lotte, i drammi di donne e uomini che hanno visto scomparire dalla sera alla mattina lavoro e speranze. Storie vere.

Da sinistra, Lorenzo e Filippo Gori

Lorenzo Gori, una vita spesa a raccontare per immagini, la cronaca di Pistoia sulle pagine de Il Tirreno, è l’autore del docufilm “E tu come stai?” che narra la vicenda della Gkn di Sesto Fiorentino, un lavoro quattro mani con il figlio Filippo, presentato alla rassegna cinematografica “Presente Italiano”.

Quello sulla Gkn è l’ultimo lavoro vissuto da dentro la fabbrica, l’ultimo “nodo” di questo lungo filo rosso tenuto insieme dalle vicende delle morti per amianto alla San Giorgio-Ansaldo Breda (per questa opera nel maggio scorso gli è stato conferito il prestigioso premio Eternot), dalle storie dei lavoratori della Radicifil, della Answer e così via; ogni volta una narrazione diversa, ma tutte con grande impatto emotivo, tutte proposte con grande rispetto, quasi in punta di piedi e dove il coinvolgimento dell’autore è evidente. E tra queste storie raccontate c’è anche quella del partigiano Silvano Fedi. Insomma un legame fortissimo con un territorio che per Gori è di adozione.

Una scena del documentario “E tu come stai?” sui lavoratori della GKN

Lorenzo com’è nata l’idea di parlare della vicenda della Gkn, un’azienda un po’ fuori dal tuo territorio di lavoro.

Il documentario nasce da solo. Abbiamo iniziato a seguire la vertenza stimolati da una segnalazione fatta da Walter Bartolini dell’Istituto storico della Resistenza. Tanti anni fa avevo raccontato la vicenda dell’amianto con documentari e rappresentazioni teatrali, poi ci eravamo occupati della Radicifil, anche in questo caso utilizzando il teatro, avevamo seguito le vicende dell’Answer per la quale la Cgil mi commissionò un documentario che poi diventò il libro “La lotta perfetta”.

Bartolini ci chiamò informadoci che a Firenze c’era un collettivo, quello della Gkn, molto determinato, in assemblea permanente. Così io e mio figlio Filippo, siamo andati in fabbrica. Una volta di fronte a Dario Salvetti (del Collettivo di fabbrica, ndr), si è subito capito che in quella lotta c’era qualcosa di diverso soprattutto per la lucidità del racconto: in dieci minuti avremmo potuto chiudere il documentario. Una volta raggiunti dall’informazione del licenziamento, i dipendenti occuparono immediatamente la fabbrica e costituito un collettivo con assemblea permanente, che ebbe il sostegno del sindaco Fossi. Una decisione presa non solo per difendere il posto di lavoro ma per la salvaguardia stessa dell’azienda. All’interno della fabbrica, infatti, oltre a macchinari molto delicati, c’è anche un depuratore delle acque la cui attività doveva essere garantita tutti i giorni dagli addetti alla manutenzione. Non solo, il sindaco Fossi emise una ordinanza che vietava il transito dei camion in via Fratelli Cervi per impedire ogni possibile tentativo di portare via i macchinari. Insomma, c’è stata immediatamente la consapevolezza che questa sarebbe stata una lotta particolare, per questo è stata caratterizzata da subito da rigore della gestione e da disciplina, sia all’ingresso che dentro la fabbrica.

Una lotta complicata anche per i rapporti interni, non ci possiamo scordare i contrasti tra Collettivo e Fiom. A un certo punto da fuori si è avuta la sensazione che la vicenda stesse sfuggendo di mano alla Cgil. Da giornalisti come avete gestito questo ulteriore problema.

Noi abbiamo registrato tutte le discussioni senza omettere niente, ma siamo stati sempre consapevoli che quello era un punto sensibile. La Fiom è molto importante, la volontà di tutti e del Collettivo della Gkn è sempre stata quella di non mettere in discussione la Fiom. Non ci dimentichiamo che è stata la Cgil-Fiom ad aver portato in tribunale la questione dei licenziamenti: non si possono mandar via 442 dipendenti con una telefonata. Più che di contrasti parlerei di discussioni molto vivaci e positive. Forse tutti noi non siamo più abituati a discutere e ci dimentichiamo che il ruolo del sindacato è quello di mediare. Del resto la discussione con altri sindacati non c’è stata semplicemente perché gli altri sindacati non c’erano. Teniamo anche conto che questa è una fabbrica per lo più di giovani e quindi anche il Collettivo è giovane e questo è un elemento positivo perché ha messo in campo una cultura che in altre realtà non c’è.

I lavoratori della Gkn alla manifestazione a Firenze

E’ una lotta ben lontana dalla sua conclusione. Di questi tanti mesi di lavoro, cosa ti ha colpito, cosa ti è rimasto dentro?

Mi ha colpito il ribaltamento dei ruoli, una cosa che non avevo mai vissuto. Nella prima intervista, Salvetti e la Rsu ci hanno spiegato che i giornalisti andavano alla Gkn e chiedevano agli operai come stavano, cosa passava loro per la testa, chiedevano delle loro preoccupazioni. Gli operai rispondevano che in quel momento non vivevano la vicenda in maniera drammatica: avevano il sostegno generale, lo stipendio, avrebbero avuto la cassa integrazione e poi c’era l’adrenalina della lotta che li faceva resistere: traballavano ma resistevano. A un certo punto ci chiesero: voi come state? Una domanda riferita non solo alle piccole partite Iva, agli artigiani ma direttamente a noi giornalisti. Furono diretti: ‘voi venite a farci le domande e spesso siete più che precari, prendete due euro ad articolo o magari vi è scaduto il contratto o vi scadrà tra poco senza possibilità di rinnovo, né di cassa integrazione’. Per noi fu un pugno nello stomaco: un sipario alzato per vedere cosa c’è fuori dalla fabbrica. Ecco, questo mi ha colpito perché alla Gkn hanno preso coscienza di cos’è il lavoro, al di là della loro vertenza specifica. Il lavoro – dicono – non è nostro, è del territorio e il territorio deve mantenere il lavoro. Non dimentichiamo che la Gkn è una multinazionale britannica ma in realtà è la Fiat, i dipendenti più anziani e quelli che li hanno preceduti, vengono tutti dalla Fiat di Novoli, quando la casa torinese occupava l’intero territorio dove adesso ci sono Università e Tribunale. Quando si parla di Gkn parliamo di persone che si sono formate dentro la Fiat, quando sono entrati in Gkn, il personale è andato a Torino a fare i corsi e quindi qui c’è anche una capacità di gestire le assemblee e le vertenze sicuramente superiore a tutto il territorio della Toscana, che pure ha una cultura dei rapporti sindacali molto elevata.

Quando si decidono di affrontare temi come questi, lavoro negato, lavoro sfruttato, chi ha il compito della narrazione conosce bene le difficoltà: il committente vorrebbe sempre indicare percorsi e piegare la storia alle proprie esigenze. E’ accaduto anche nelle vostre storie?

Non c’è mai stato un committente, abbiamo sempre avuto mani libere. Tutto è sempre partito da segnalazioni; a volte il lavoro poteva diventare una committenza ma io e mio figlio Filippo ci siamo sempre rifiutati. Nel settembre 2021 qualcuno ci consigliò di chiudere il documentario sulla Gkn, ma noi avevamo capito che la vicenda non sarebbe finita con la vittoria in tribunale contro il licenziamenti e infatti la lotta ripartì. L’azienda prese atto della sentenza ma aveva altri strumenti legislativi dalla sua e infatti utilizzò la legge che prevede un preavviso di licenziamento di 60 giorni. Il problema era stato solo rimandato e lo capimmo, per questo rimanemmo lì a raccogliere materiale, ma non c’era alcun committente. Abbiamo documentato tutto a spese nostre. Il montaggio è stato deciso solo da me e mio figlio, poi abbiamo avuto dei consigli sotto il profilo tecnico-professionale. E’ vero poi, soprattutto con la piccola presentazione fatta a settembre dei quattro capitoli del docufilm all’istituto Ernesto De Martino di Sesto Fiorentino, che i riflettori si sono accesi su questo nostro lavoro e siamo stati invitati dall’Aamod di Roma (Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, ndr) che ha fatto fronte ad alcune spese tecniche. Anche l’istituto De Martino cin ha dato un aiuto molto importante.

Lavorare senza committenza, per noi ha voluto dire realizzare un focus molto forte sui lavoratori esterni sugli addetti alle pulizie, nessuno lo voleva ma in realtà hanno avuto ed hanno, un ruolo importante perché continuano a tener puliti gli spazio anche durante l’occupazione

Negli ultimi 30 anni di lavoro hai raccontato storie utilizzando tessuti diversi: hai raccontato l’amianto mentre gli operai stavano morendo e le ferite erano ancora aperte e dolorose ma era una vicenda che si viveva fuori dalla fabbrica: in città, in tribunale. La Radicifil è stata una storia ancora diversa ma non è mai stata drammatica come quella dell’amianto. Questa della Gkn pare completamente diversa.

Alla fine il lavoro, nelle sue varie declinazioni, tiene insieme tutto. Prima si parlava di sicurezza, poi di troppo lavoro, di lavoro sfruttato per passare al lavoro precario fino al lavoro che non c’è più. Alla Racifil il lavoro sparisce ma in qualche modo viene assistito dal territorio. Alla Gkn si parla di una tovaglia che viene tolta immediatamente dal tavolo, qui è stato sparecchiato tutto, all’improvviso. Qui il lavoro che non c’è più dipende da un’azienza che non esiste perché è un gruppo finanziario che non ha le responsabilità di una impresa. Ma il lavoro non si può giocare in borsa.

Torniamo all’essenza del vostro lavoro: la committenza. Lavorare senza committente è come viaggiare liberi. In questo lavoro quanto c’è di tuo, della tua anima, del tuo cuore.

C’è tanto di mio e di Filippo. Filippo professionalmente è nato con la cronaca, quando ha fatto la prima inchiestina frequentava la prima media. Io sono di Prato e sono nato, allo stesso tempo, in mezzo agli operai e ai padroni; per qualche anno ho lavorato come operaio nell’aziendina di mio padre. Poi c’è anche tanto del lavoro che ho fatto per Il Tirreno, dove ho vissuto le vicende operaie, ho conosciuto personaggi simbolo delle lotte operaie come Marco Vettori, lavoratori che hanno fatto la storia della città. Professionalmente mi sono formato in un giornale che aveva una forte coscienza con un pensiero decisamente rivolto al mondo del lavoro e grande attenzione alle vicende sindacali. Quell’esperienza giornalistica, che tuttora e in altra forma sto portando avanti, è stata determinante. Dell’amianto me ne sono interessato perché lavoravo per un giornale che aveva fatto dell’amianto la sua battaglia.

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