PISTOIA – L’infanzia in Italia e il successo in NBA, le grandi vittorie e le cocenti sconfitte, le turbolenze della vita privata, la determinazione nel raggiungere il massimo risultato e la “mentalità del mamba”.
Uno storytelling coinvolgente tra parole, musica e proiezioni video, un viaggio emozionante nella vicenda personale e nella carriera sportiva di Kobe Bryant, uno dei più grandi giocatori della NBA di tutti i tempi, bandiera e icona dei Los Angeles Lakers con i quali ha vinto cinque campionati in vent’anni di militanza, ai quali si aggiungono due medaglie d’oro olimpiche con la nazionale americana; un asso entrato di diritto nella hall of fame del basket statunitense e divenuto modello e fonte di ispirazione per molti altri atleti di successo anche in altri sport.
Ma non c’è solo il Kobe atleta con la mitica maglia numero 23 dei Lakers: il viaggio esplora una personalità complessa e talvolta non facile da gestire, in un rapporto non di rado conflittuale con compagni e allenatori, e si muove tra le pieghe di un carattere da “predestinato”, consapevole dei propri obiettivi e capace di rialzarsi dopo ogni caduta.

Il giornalista e scrittore Federico Buffa, noto volto televisivo e apprezzato narratore di storie di sport, torna al Teatro Manzoni per una serata speciale del suo tour teatrale “Otto Infinito: vita e morte di un mamba” dedicato alla stella del basket Kobe Bryant, indimenticato campione rimasto nel cuore di tutti gli appassionati e non solo, a sei anni dalla sua tragica scomparsa in un incidente in elicottero in California. Ad accompagnare la narrazione di Buffa, le musiche di Alessandro Nidi (pianoforte), Sebastiano Nidi (percussioni) e Flippo Nidi (trombone), per la regia di Maria Elisabetta Marelli.
Il racconto prende avvio dal 17 giugno 2010, la data che segna l’ingresso di Kobe nell’Olimpo dei grandi del basket e la sua definitiva consacrazione: in una tiratissima serie di finali NBA contro i temibili Boston Celtics, dati per favoriti alla conquista del titolo, i Lakers trascinati da Kobe ribaltano il pronostico e nell’ultima e decisiva sfida allo Staples Center di Los Angeles costringono gli avversari alla resa. Per Kobe, MVP delle finals, è il quinto titolo conquistato con la maglia dei Lakers che gli permette di eguagliare il suo idolo Magic Johnson, e di togliersi di dosso l’etichetta di “perdente di successo” a causa delle molte delusioni sportive partite negli anni precedenti.
Buffa parte da qui, da un Kobe all’apice della carriera che continuerà anche negli anni successivi a mantenersi su ottimi livelli, prima che una serie di infortuni e di guai fisici lo portino al ritiro nel 2016, in uno Staples Center gremito di attori, rapper e personalità celebri che non si vogliono perdere per nessuna ragione l’ultima partita e il saluto ai propri tifosi e alla città del grande campione.
Una chiusura da assoluta star per una carriera professionistica da molti invidiata, iniziata vent’anni prima con un ragazzetto non ancora diciottenne, proveniente dall’high school e non transitato dai college universitari, che in campo parla italiano o spagnolo e risulta molto diverso dai suoi coetanei afroamericani. La vicenda di Kobe infatti è particolare e speciale fin dalla sua infanzia, che Federico Buffa inizia a raccontare riportandoci con un flashback ai primi anni Ottanta.

Figlio d’arte, suo padre Joe conduce un’onesta carriera nell’NBA con le maglie di Philadelphia, sua città natale, San Diego e Houston; nato nel 1978, il piccolo Kobe a partire dai tre anni inizia a respirare l’aria del parquet e il primo regalo che riceve, manco a dirlo, è un pallone da basket. La famiglia si sposta nelle città americane dove il padre gioca ma nel 1984, rimasto senza contratto e vedendo molto difficile una prosecuzione di carriera in una NBA sempre più ad alti livelli, Joe accetta la proposta di un agente internazionale per trasferirsi in Italia e giocare nel campionato locale di seconda divisione. Le premesse sono positive: in Italia pagano bene, a trent’anni può allungare la propria carriera e diventare l’idolo di piazze “di provincia” pronte a infiammarsi per un giocatore statunitense ex NBA.
Comincia così il “tour italiano” dei Bryant, che nell’arco di sette anni porterà Joe a vestire le maglie di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, in un’esperienza ricca di aneddoti in cui il vero protagonista diventa Kobe. È ancora un bambino, ma ha già chiaro il sogno che vuole realizzare: i suoi idoli e modelli sono Magic Johnson e Michael Jordan, che alla fine degli anni Ottanta dominano la scena NBA rispettivamente con le maglie dei Lakers e dei Bulls, campioni ai quali il ragazzino si ispira durante le partitelle di allenamento e nelle formazioni giovanili delle squadre in cui milita il padre.
Ma si capisce presto che questo bambino ha un talento e soprattutto un’intelligenza tattica fuori dal comune, e durante le partite del padre, alle quali assiste da bordo campo come raccattapalle, assorbe nella mente già i movimenti e le giocate che poi metterà in pratica in futuro, quando calcherà il parquet con l’esperienza del veterano pur essendo ancora un “rookie”.

Un applauso scaturisce spontaneo dal pubblico del Manzoni quando Buffa ricorda le due stagioni di Joe nell’allora Olimpia Pistoia del presidente Maltinti: si trattò del periodo più felice dell’infanzia di Kobe e della sua famiglia, più unita che mai e accolta con entusiasmo dalla piccola comunità di Cireglio, il paesino sulla collina pistoiese dove abitarono in questo biennio e dove Kobe spesso giocava nel vicino campetto. Pistoia è ricordata come un’isola felice che Kobe non ha mai dimenticato, neppure all’apice del successo e della fama: è anche questo un tratto distintivo dei grandi campioni, il non scordare i luoghi, le persone e le amicizie che li hanno segnati dal punto di vista sportivo ma soprattutto umano, in un rapporto d’amore reciproco che ha visto anche Pistoia impegnata a conservare la memoria del “passaggio” di Kobe dopo la sua improvvisa e drammatica scomparsa.
Terminata l’esperienza italiana, nel 1991 i Bryant tornano a Philadelphia e cinque anni dopo il diciassettenne Kobe è pronto al grande salto tra i professionisti venendo inserito tra gli atleti eleggibili nel draft NBA di quell’anno. Viene scelto dai Charlotte Hornets, ma il suo destino lo porta a Los Angeles, a vestire quella casacca gialla e viola che per tanti anni ha rappresentato il suo sogno e della quale scriverà la storia: poco dopo infatti viene inserito in una trattativa di scambio con Divac, con Charlotte che è convinta di aver fatto un affare cedendo un ragazzino in cambio di un giocatore importante e affermato.
Le stagioni successive diranno ben altro e a partire dal 1996 i Lakers con la coppia formata da Kobe Bryant e Shaquille O’Neal ritorneranno pian piano ai grandi successi e a rinverdire i fasti del periodo d’oro degli anni Ottanta con protagonista Magic Johnson. Kobe si rivela subito non solo un giovane di grandissimo talento, ma anche un perfezionista, un maniaco del lavoro, che sa di doversi allenarsi il doppio dei suoi rivali per poter ambire al massimo; talvolta questa sua ambizione appare da fuori come sfacciataggine o presunzione di voler giocare per se stesso, ma sa bene che il basket è uno sport di squadra in cui un vero leader è il primo a mettersi a disposizione dei compagni e trascinarli e incitarli nel gioco.
Fondamentale per la sua crescita sportiva fu l’arrivo nel 1999 dell’allenatore Phil Jackson, reduce dai trionfi con i Chicago Bulls di Michael Jordan, che con il nuovo modulo “a triangolo” esaltò le sue qualità tecniche e migliorò la sua efficacia e precisione nel tiro. Più altalenante e complesso fu il rapporto con l’altra stella della squadra, Shaquille O’Neal, in un mix tra amicizia e rivalità che tuttavia permise ai Lakers di scrivere pagine importanti e di conquistare dopo tanti anni di astinenza le finals NBA.

Il resto è storia, in una carriera costellata da grandi trionfi e qualche feroce delusione e una vita personale segnata dal matrimonio e il successivo divorzio con Vanessa Laine, l’accusa di stupro e il lungo processo che ne seguì poi concluso nella riconciliazione e nell’archiviazione del caso, un rapporto con la propria famiglia non sempre idilliaco.
Nel 2003, a seguito delle accuse e dell’inevitabile scandalo che ne scaturì, un rapporto ai minimi termini con O’Neal e un brutto finale di stagione che aveva visto i Lakers duramente sconfitti da San Antonio, Kobe attraversò un periodo molto difficile in cui la sua carriera pareva già arrivata a un bivio, con la tentazione di lasciare Los Angeles e trasferirsi altrove. A “salvarlo” fu la visione del film “Kill Bill” di Quentin Tarantino, pellicola uscita quell’anno in cui viene citato il serpente mamba nero e in cui vengono descritte le sue terribili caratteristiche: da quel momento Kobe decise di autoattribuirsi il soprannome Black Mamba e di fare propria la “mamba mentality”, in quanto la capacità di questo serpente di risultare letale ogni volta che colpisce a ripetizione la propria preda diventa ispirazione per il suo modo di giocare, più consapevole e aggressivo, che non deve lasciare respiro ai suoi avversari.
Una piccola ma importante rivoluzione mentale che gli permetterà di superare momenti complicati e lo porterà verso nuovi successi, rialzandosi prontamente dopo ogni caduta e accompagnandolo anche nella sua vita fuori dal campo dopo il ritiro dall’attività agonistica.
Due ore di spettacolo filano via veloci grazie a una narrazione coinvolgente e dinamica che tiene incollati gli spettatori a ogni singola parola, con Federico Buffa che ancora una volta mostra tutta la sua abilità nel costruire un racconto capace di andare oltre la semplice biografia, ripercorrendo la vita e la carriera di un’icona dello sport mondiale attraverso ricordi, dichiarazioni, aneddoti e fatti poco noti.
Per lui e per i tre musicisti sul palco, a fine spettacolo, un meritatissimo e scrosciante applauso.









