PISTOIA – Al Funaro di Pistoia è andato in scena “Madre”, prodotto da Teatro delle Albe con la drammaturgia di Marco Martinelli e la regia del suono di Marco Olivieri.
Uno spettacolo breve ma potente, evocativo e intenso, che nell’arco di circa un’ora connette e unisce tre diversi linguaggi artistici: la parola con il “poemetto a due voci” recitato dall’attrice Ermanna Montanaro, in un’efficace commissione fra suoni, versi, italiano e dialetto romagnolo; il disegno con gessetti su sfondo scuro, proiettato a parete da una lampada, eseguito dal vivo dall’abile e rapida mano del pittore e illustratore Stefano Ricci; la musica del contrabbasso del compositore e musicista Daniele Roccato.

Ne scaturisce un lavoro originale e che si presta a più letture, il cui fulcro è rappresentato da una sorta di “dialogo in due tempi” tra un figlio e una madre. La donna infatti è scivolata e caduta nel fondo di uno stretto pozzo: non se ne conosce il motivo, se ciò è avvenuto in maniera accidentale sporgendosi troppo oltre il parapetto, oppure se è stata spinta per distrazione da qualcuno (lo stesso figlio?), o ancora se è stata lei stessa per sua scelta a gettarsi nel fondo di quell’imbuto.
Il figlio, giunto in soccorso della madre, esamina la situazione e studia il da farsi: la donna lo invita a scendere e a calarsi giù nel pozzo per salvarla, confidando nella forza e nella resistenza delle radici e dei paletti che sporgono, ma il figlio, non volendo esporsi in prima persona e non fidandosi dell’aiuto degli altri, corre a cercare gli strumenti, argani e moschetti, tubi di ferro e carrucole per tirarla fuori.
In poche parole, non crede o non vuole credere alla forza della volontà e della solidarietà, non si affida al trasporto del sentimento che lega il figlio alla madre e con lucida e cinica razionalità preferisce affidarsi alla “tecnologia”: una parola che ritorna più volte nel corso del colloquio a distanza, e che ha come contraltare e contrappasso proprio quella natura che la tecnologia dovrebbe “salvare” ma che in realtà non fa altro che distruggere.
Mentre il figlio corre via, l’attenzione si sposta sulla donna nel fondo e nell’oscurità del pozzo che pare infinito: è il suo turno di parlare, ma con una certa sorpresa confessa di non avere paura, di non sentirsi a disagio là in fondo e lontano da tutti, di non essere così disperata come si potrebbe facilmente immaginare.

Perchè? Forse perchè la donna in un certo senso è già abituata alla solitudine nella sua vita di tutti i giorni, con il figlio che, pur vivendo con lei, è sempre distratto o impegnato in qualche altra occupazione, non ha mai tempo nè voglia di ascoltarla, e quando la madre gli parla la sua mente pensa già a qualcos’altro. Quanta saggezza e verità nelle parole della madre, che ci colpiscono e ci pugnalano dritto al cuore! Quante volte anche a noi capita, in famiglia, al lavoro e con gli amici, di professarci continuamente impegnati a “fare altro” di più importante o urgente o improrogabile, quando semplicemente non abbiamo la pazienza e l’interesse di ascoltare ciò che gli altri hanno da dirci?
Ma la riflessione dello spettacolo non si limita all’aspetto relazionale, anzi si amplia rendendo la donna una potente ed efficace allegoria della Madre Terra, ovvero la mamma comune di tutti gli esseri viventi, uomo compreso, che non è più rispettata ma avvelenata ogni giorno dai nostri egoismi e dal nostro disinteresse. Ritorna allora, come all’inizio, l’incubo di una “tecnologia” che, anziché aiutare con discrezione l’umanità, si pone come arrogante e distruttrice, capace di devastare equilibri millenari.
Un linguaggio essenziale condito dalle sonorità vocali di Montanaro, una musica evocativa che sa essere ora dolce e ora lancinante, i disegni onirici di Ricci che nel loro formarsi e prendere consistenza catturano e ipnotizzano lo sguardo degli spettatori in sala: il risultato è una storia che sa essere ora drammatica, ora poetica, ora fiabesca, trasferendoci in una dimensione fluida e in continuo divenire. E offrendoci spunti di riflessione su tanti aspetti, riassumibili in una sola parola: la vita.










