PISTOIA – Ieri, nel Giorno della Memoria, si è chiusa la quarta edizione de “Le parole di Hurbinek”, con la lezione civile del filosofo Massimo Cacciari sull’impotenza delle parole.
Una articolata e complessa lezione sulla parola e il linguaggio, quella fatta da Cacciari, che riteniamo abbia provocato nel pubblico presente in sala sicuramente molte reazioni diverse fra loro.

“Noi siamo in una fase assolutamente critica della nostra civiltà – dice Cacciari – stiamo attraversando un momento di trasformazione epocale, schiacciati tra questi due fronti: quello della chiacchiera della propaganda e il fronte del disincanto civico. Non è possibile parlare di valori, l’impotenza della chiacchiera, non consapevole di sé, non può intervenire sulle faccende del mondo del disincanto scientifico, due impotenze che non ci fanno entrare in quella lotta con lo stesso linguaggio della nostra vita, ma anche di quella delle culture umane.
L’inondazione di chiacchiere riguardanti i valori, le frasi, le propagande, il discorso sui valori innalzato a strumento propagandistico di questo di quell’altra volontà di potenza giocato in modo totalmente occasionale, quando mi serve lo adopero quando non mi serve lo dimentico.”
All’inizio sta il corpo, che produce suoni, movimenti, gesti per la nostra conformazione fisica e biologica. La parola è un prodotto recente della nostra evoluzione, poi la lingua che non è unica ma ci sono molteplici linguaggi. Quelli scientifici hanno due esigenze, la “coerenza logica” e la “verificabilità” di ciò che si dice. Ma ce ne sono molte altre come ad esempio quelle etiche, estetiche o politiche. Il linguaggio però ha un limite, non si può articolare una proposizione scientificamente valida riguardo alla individualità o singolarità di qualcosa.

“Perché ogni volta che io dico qualcosa su come è il mondo, io parlo della relazione tra le cose, parlo di come una cosa è in relazione ad un’altra, ma come faccio a parlare della cosa in sé? – Non posso, la cosa in sé è scientificamente indicibile”. Ogni proposizione scientifica è una relazione che si misura relativamente ad altro. Ma i linguaggi resistono, sempre più a fatica, resistono nella loro impotenza a definire “La cosa”. Ma se ci fermiamo un momento in questa fretta quotidiana che ci travolge, avvertiamo che ci manca il nome con cui vorremmo definirla. Ci manca quella proposizione con cui vorremmo dire cosa è giusto cos’è bello cosa è vero.
“Togli l’indicibile dal dicibile e avrai il linguaggio dell’intelligenza artificiale. È già pronto, il tuo linguaggio non soffrirà più di alcuna impotenza. Ma non si accresce più, non si sviluppa più non crea più non produce più, se non in modo cumulativo, perché nulla muore tutto e si trasforma E quindi così anche il linguaggio dell’intelligenza artificiale si arricchisce e aumenta costantemente aumenta, una riproduzione di parole.

Come ha detto il nostro premio Nobel Parisi nel suo ultimo libro, il mondo dell’intelligenza artificiale è un mondo di flatus vocis, ci sono solo parole astratte. Un mondo di parole che si accresce su se stesso si riproduce, si allarga, aumenta di volume di consistenza come un grande armadio che si dilata all’infinito, senza porsi nessuno dei problemi che ho cercato di svolgere fino ad ora. In un momento di passaggio di grande crisi epocale come quella che stiamo attraversando, allora senti più forte il bisogno della parola che ti manca.
Ma come facciamo a parlare di giustizia? Giustizia e poi il valore, ma i valori non sono di questo mondo. Bello, giusto, buono i valori non sono di questo mondo dice Wittgenstein. Tutto è in divenire, nasce e muore. Il mondo è pura contingenza e nel mondo non c’è valore”.









