di Andrea Mori
PRATO – Partiamo dalla fine, da quando Stefano Massini – terminato lo spettacolo e uscito dal ‘personaggio’ – ha voluto rivolgersi al pubblico per raccontare quanto la serata di ieri sia stata significativa per lui e per i suoi compagni di scena, Paolo Jannacci e Daniele Moretti.
“Noi questa cosa la facciamo da un po’ di tempo, siamo stati assieme in scena in tantissimi teatri, tra cui i più importanti. Siamo stati anche a Sanremo. Però devo dire, e so bene che interpreto anche il pensiero di Daniele e di Paolo, che questa sera, qua dentro, ha un peso e un valore che ricorderò come l’Ariston”.
Parole che si possono forse spiegare, almeno in parte, con il fatto che Massini è fiorentino, e che proprio nella regione di Dante ha studiato, è cresciuto e si è formato. Ma quella sarebbe una spiegazione soltanto biografica, e per questo anche riduttiva, se non addirittura sbagliata.

Lo spettacolo di ieri, infatti, non si è svolto in un teatro classico, con palchi, sipario e platea, ma in un luogo ben diverso: la ex fabbrica Calamai, una vecchia struttura industriale riconvertita. Lì, un tempo, si lavorava nel tessile. Lì, ogni giorno, operai e operaie svolgevano il proprio mestiere.
Il titolo dello spettacolo, L’uomo nel lampo, richiama l’omonimo brano presentato al Festival di Sanremo 2024: un racconto in musica che narra la storia di un padre operaio morto in un incidente sul lavoro, lasciando un figlio neonato.
Quello che ha toccato nel profondo Massini, Jannacci e Moretti, è stato probabilmente l’esibirsi in uno spazio che somiglia ancora oggi a tanti luoghi di lavoro attivi, nei quali si produce, si fatica, e – troppo spesso – si muore. Come nel 2013, nella nostra città, quando un incendio in una fabbrica costò la vita a sette operai cinesi. Massini raccontò quella tragedia trasformandola in un monologo teatrale che parlava non solo di morte, ma di dignità calpestata, di diritti negati, di indifferenza generale.
Nel corso dello spettacolo di ieri, che si potrebbe definire nel complesso, ed in maniera forse grezza, un ‘ping pong’ fatto di musica e monologhi, uno dei momenti più incisivi è stato sicuramente quello nel quale Massini ha recitato una filastrocca sul lavoro, una filastrocca amaramente ironica e lucida.
Ecco qui un estratto:
Buon lavoro a chi di lavoro è un datore, cioè investe, fa l’imprenditore. Il che significa prendersi una responsabilità, di una rima, fra lavoro e dignità.
Buon lavoro a quelli che sono stanchi, con tutto che hanno i capelli bianchi.
Buon lavoro a te che sei giovane e stai iniziando, e ancora non sai dove, come, quando. Fai i colloqui, porti il curriculum vitae, ti chiedono titoli, esperienze, domande assortite, ma non puoi chiedere quanto verrai pagato, non si fa.
[…]
Buon lavoro a chi va in ufficio come si va in trincea, con l’ansia, la colite, la diarrea
Tutto questo, in un luogo che è stato fabbrica, e che oggi accoglie storie di chi in fabbrica ci ha vissuto o ci è morto, ha avuto un peso speciale.
E quelle parole finali dell’artista fiorentino che paragona la serata – per importanza – a quella dell’Ariston, non suonano affatto come retorica: sembrano piuttosto voler affermare che certe emozioni non dipendono dalla grandezza del palco, ma dalla verità che ci risuona dentro.










