PRATO – Ieri 16 febbraio, al Teatro Metastasio di Prato il Met Jazz 2026 ha scelto di aprire la sua 31° edizione con una serata che ha unito musica e cinema in un unico flusso, un doppio omaggio dedicato al centenario di Miles Davis, restituendo al pubblico la sensazione di trovarsi davanti a un’eredità ancora viva, capace di parlare al presente con sorprendente lucidità.

Non un semplice tributo, ma un attraversamento: un modo per entrare nella materia incandescente di Miles, nella sua continua tensione verso il nuovo.
Il concerto inaugurale, “In a Miles Way”, ha portato sul palco un ottetto intergenerazionale della scena jazz toscana, riunito per esplorare gli anni cruciali che precedettero la svolta elettrica di Miles, tra il 1966 e il 1969.
È stato un viaggio dentro una zona di trasformazione, quella in cui il jazz stava cambiando pelle e in cui Davis, più di chiunque altro, stava spingendo il linguaggio verso territori inesplorati.

La tromba di Franco Baggiani ha guidato l’ensemble con un suono diretto e incisivo, mentre gli arrangiamenti di Diego Carraresi hanno costruito un tessuto sonoro denso, attraversato dai colori dei fiati di Marco Ortolani, Stefano Scalzi e Giacomo Downie. La chitarra di Valerio Morelli, il contrabbasso di Filippo Pedol e la batteria di Andrea Melani hanno dato forma a un groove irregolare, mobile, che evocava la tensione creativa di quegli anni senza mai cadere nella citazione sterile.
Il pubblico ha percepito subito che non si trattava di un omaggio museale. La musica respirava, si apriva, si richiudeva, lasciava spazio a improvvisazioni che sembravano nascere sul momento come organismi vivi. L’energia in sala era quella delle occasioni in cui la tradizione non viene solo custodita, ma rimessa in circolo.

Dopo il concerto, il Teatro Metastasio, immergendosi nel buio, si è trasformato in un cinematografo di fine anni Cinquanta, pronto ad accogliere la proiezione di “Ascensore per il patibolo” di Louis Malle, grazie alla collaborazione con Fondazione Stensen.
La sala, improvvisamente mutata in uno spazio sospeso nel tempo, ha ritrovato l’atmosfera rarefatta del noir, mentre la colonna sonora improvvisata da Miles Davis in una sola notte, guardando le immagini scorrere sullo schermo, riaffiorava con tutta la sua forza evocativa. La tromba, fragile e tagliente, sembrava dialogare ancora una volta con il volto di Jeanne Moreau, con le strade bagnate di una Parigi notturna, con il destino sospeso dei personaggi intrappolati nel film. È stato un momento di sospensione, quasi ipnotico, in cui la musica ha mostrato la sua capacità di trasformare un’opera cinematografica in un territorio emotivo.

Questa apertura con un doppio omaggio a Miles Davis ha indicato con chiarezza la direzione del festival: non limitarsi a celebrare un gigante del jazz, ma interrogare la sua eredità, farla risuonare nel presente, lasciarla agire come una forza ancora capace di spostare gli equilibri. Il pubblico è uscito dal teatro con la sensazione di aver sfiorato, almeno per una sera, quella zona di libertà creativa in cui Miles ha sempre abitato.










