mercoledì, Settembre 9, 2026

Museo Marini di Firenze: un viaggio nella scultura di Marino tra Cavalieri, Miracoli e Pomone

FIRENZE – Un percorso alla scoperta della scultura di Marino Marini, tra bozzetti e grandi opere in bronzo e in gesso che rivelano le grandi novità apportate dal maestro pistoiese ai linguaggi figurativi dell’arte del Novecento.

In pieno centro a Firenze, a pochi passi da Palazzo Strozzi e dalla piazza di Santa Maria Novella, il museo dedicato a Marino Marini è ospitato nell’ex chiesa di San Pancrazio su via della Spada, edificio religioso di fondazione altomedievale e più volte rimaneggiato nel corso dei secoli, fino agli importanti restauri degli anni Ottanta del secolo scorso che hanno portato al recupero degli interni e alla loro nuova destinazione museale.

Alcune immagini degli interni del museo Marino Marini di Firenze (fotografie di Andrea Capecchi)

Se la cripta è dedicata alle mostre temporanee, i quattro livelli della struttura sono occupati dalla collezione permanente, che oggi raccoglie 183 opere di Marino tra sculture, dipinti, disegni e incisioni. Il primo nucleo di tale patrimonio è stato donato dall’artista al Comune di Firenze nel 1980, mentre otto anni dopo fu la vedova Marini a consegnare il secondo nucleo di opere, al fine di rendere più completa e approfondita la collezione del museo, che negli anni seguenti si è andata ad arricchire grazie a ulteriori donazioni di collezionisti privati.

La sala centrale al pianterreno ospita una selezione di grandi opere in bronzo, riconducibili a momenti diversi della carriera artistica di Marino, che raffigurano archetipi e soggetti ricorrenti nella sua scultura: dalla serie delle sue celebri “Pomone”, figure femminili che rivelano un’originale rielaborazione dei modelli classici, a quella degli altrettanto famosi “Cavalieri”, in cui l’artista esplora e sottolinea la fusione tra elemento umano e animale, tra cavaliere e cavallo, due soggetti capaci di diventare un tutt’uno all’interno della composizione.

Lo studio del movimento dinamico, l’attenzione verso la plasticità delle figure umane e la volontà di reinterpretare i modelli arcaici alla luce della nuova sensibilità moderna sono alcuni tra gli elementi caratterizzanti della scultura di Marino, ben visibili nelle opere esposte al primo piano del museo. Qui ad accoglierci è il gruppo delle quattro “Danzatrici” risalenti ai primi anni Cinquanta che colpiscono per la capacità dell’artista di trasmettere un’idea di movimento e quasi di “liberazione” della figura umana dal suo involucro di gesso.

Altri cavalli e cavalieri in formato più piccolo, scolpiti dall’artista fin dalla metà degli anni Quaranta, dialogano con alcune litografie e acquerelli a parete realizzati dallo stesso Marino, sorta di bozzetti preparatori delle sue sculture ma anche strumenti di studio e di approfondimento dei soggetti rappresentati. Tra questi si segnalano opere di grande impatto visivo come il “Miracolo” del 1956 e il “Grido” del 1965, che colpiscono l’osservatore per gli arditi accostamenti cromatici e per i richiami indiretti a una certa pittura della Neoavanguardia.

Lavori simili sono presenti anche nel mezzanino che si caratterizza però dall’interessante serie dei ritratti in gesso policromo risalenti a fasi diverse della produzione artistica di Marino e che hanno come soggetti personaggi da lui ritratti come il pittore austriaco Oskar Kokoschka o il giornalista e fotografo svizzero Manuel Gasser.

Il percorso è chiuso idealmente dalla serie dei “Miracoli”, evoluzione artistica e concettuale della composizione con cavallo e cavaliere, in cui uomini stilizzati che richiamano alle sculture dell’arte del primitivismo sembrano fare acrobazie su cavalli imbizzarriti, sfidando le leggi della fisica e della gravità. Siamo in realtà di fronte a una profonda e drammatica riflessione di Marino su un’umanità in crisi, che ha perso i propri punti di riferimento e che è appena uscita dagli orrori e dalle tragedie del secondo conflitto mondiale; il cavallo da animale docile e mansueto è diventato quasi un mostro indomabile, mentre la figura del cavaliere, archetipo che in passato richiamava atti di eroismo e altruismo, difesa degli oppressi e nobiltà d’animo, si è tramutato nel simbolo di un’umanità impazzita e alla ricerca di un equilibrio forse impossibile.

Ma le sorprese nel museo non sono finite: da una porta laterale che si apre nella sala d’ingresso è possibile accedere alla suggestiva Cappella Rucellai o del Santo Sepolcro, gioiello “nascosto” del primo Rinascimento fiorentino, unica zona ben conservata e ancora oggi consacrata dell’ex chiesa di San Pancrazio.

Al centro della cappella sorge il Tempietto del Santo Sepolcro, tomba del ricco mercante Giovanni Rucellai, già proprietario dell’omonimo palazzo, nonché capolavoro dell’umanista e architetto Leon Battista Alberti. Il tempietto, la cui ricchezza decorativa contrasta con la spoglia nudità degli interni della cappella, fu portato a termine da Alberti nel 1467, proprio allo scopo di accogliere le spoglie di Rucellai: la struttura a pianta rettangolare, che si ispira al Santo Sepolcro di Gerusalemme, è interamente decorata con tarsie marmoree e geometrie di marmi bicromati che richiamano la grande tradizione del romanico fiorentino, collegandosi idealmente ad altri monumenti della città come il Battistero di San Giovanni e la basilica di San Miniato al Monte.

L’interno del tempietto-mausoleo, con volta a botte, presenta due affreschi di Giovanni da Piamonte, allievo di Piero della Francesca, e una statua di Cristo giacente, di autore ignoto, sul sarcofago che chiude la tomba di Giovanni Rucellai.

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