PISTOIA – In attesa di vederlo esibirsi dal vivo il prossimo 27 settembre alla saletta Puccini del polo Culturale Puccini Gatteschi, abbiamo fatto qualche domanda al musicista pistoiese Tiziano Mazzoni.
E’ una figura nota nel panorama musicale locale e non solo, ma volevamo ci raccontasse qualcosa di più di lui e del suo percorso musicale. Ricordiamo che Tiziano ha all’attivo tre dischi: “Zaccaria per Terra” del 2017, “Goccia a Goccia” del 2012 e”Ferro e Carbone” del 2017.

Come è iniziata la tua passione per la musica? Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo musicale e i tuoi riferimenti, chi ti ha influenzato di più?
La mia passione per la musica è iniziata fin da bambino. In casa si ascoltava la radio, si cantava. Ricordo mia madre e mia nonna. Ho ancora il ricordo dei primi brani che ho ascoltato in radio: “Somewhere over the raimbow” cantata da Judy Garland e “Hymne a l’amour” cantata da Edith Piaf. E poi i Beatles, i Rolling Stones e il rock in generale dalla trasmissione radiofonica Bandiera Gialla.
Ho sempre ascoltato musica e sviluppato anche un mio gusto, le mie preferenze. Ma solo a 14 anni ho maturato la voglia di suonare uno strumento. E ci sono riuscito l’anno successivo, nell’estate del 1974, a Palau, Sardegna. Là, nel corso di una gita estiva con l’insegnante di religione del Liceo Scientifico, Don Ferrero, un amico più grande di me mi insegnò i primi accordi sulla chitarra. E da lì proseguii da solo. Senza alcuna lezione, sono un completo autodidatta.
La molla che fece scattare in me la voglia di suonare e poi di scrivere canzoni fu l’improvvisa scoperta del mondo musicale e poetico di Bob Dylan. In una trasmissione su Rai 2, mi pare condotta da Renzo Arbore, nell’autunno 1973 vidi un filmato (tratto dal Concert for Bangladesh) dove un’intera folla era catturata da un unico musicista che, solo e con una chitarra, raccontava loro qualcosa a quanto pare di importante, che li ammaliava. E mi colpì il contrasto tra il modo scarno, essenziale, con cui Dylan cantava, e l’interesse che suscitava. Il messaggio.
Un’esibizione, la sua, priva di lustrini, di effetti speciali, di performance strabilianti da saltimbanco danzante o virtuosismi. Ancora: il messaggio. E da allora che in me è nato l’interesse alla canzone come strumento di narrazione, di racconto, enfatizzato dalla melodia e dal ritmo della musica che accompagna le parole.
La tua prima esperienza su un palco?
Alla Casa del Popolo de Lo Sperone, estate del 1975, Festa dell’Unità. Insieme al mio compagno di classe Daniele Palumbo, accompagnati da due eccellenti musicisti pistoiesi: Riccardo Tesi (non ancora all’organetto ma allora al mandolino) e Franco Pacini alla chitarra.
C’è un progetto musicale o un album a cui sei particolarmente affezionato? Perché?
Ci sono due album ai quali sono particolarmente legato e che sono da sempre miei riferimenti, entrambi di Bob Dylan: “Highway 61 Revisited” del 1965 e “Blood on the Tracks” del 1974/75. Il primo è un capolavoro che fonde vari generi musicali americani (blues, barrelhouse piano, rock, folk) creando una miscela musicale originalissima per i tempi a sostenere liriche a tratti visionarie, a tratti minimaliste, ma sempre altamente evocative.
Il secondo è una pura confessione, forse il lavoro nel quale Dylan ci lascia avvicinare più profondamente ai suoi sentimenti. Molto sincero, scarno (nel primo mix fatto solo da chitarra e basso), un disco fatto di dolore ma splendido.
Hai sempre collaborato con altri artisti anche di un certo rilievo sia locali che nazionali, come sono state queste esperienze?
Senza niente togliere ai musicisti con i quali ho lavorato e lavoro posso dire che sono stato fortunato ad avere l’opportunità, quasi sempre casuale, di collaborare con artisti di livello nazionale, veri maestri di grande valore artistico e di profonda sensibilità.
Sono state tutte esperienze positive. Ricordo Ellade Bandini (batteria di Guccini, De André, Conte, Branduardi), Pippo Guarnera (hammond con Napoli Centrale, Ligabue, Finardi, Rudy Rotta), Giorgio Cordini (chitarra e bouzouki con De André, Mauro Pagani, Vecchioni), Franco Testa (basso con Jannacci, Battiato, Mannoia, Danilo Rea), Riccardo Tesi (compositore e ricercatore musicale, ha inciso con De André, Fossati), Luigi De Gregori (in arte Grechi).
Oltre alla prestigiosa produzione del mio secondo CD “Goccia a goccia” da parte di di Massimo Bubola (coautore con Fabrizio De André degli album “Rimini”, “L’Indiano”, delle canzoni “Una storia sbagliata” e “Don Raffaé”).
Infine ricordo con effetto l’esperienza con Roberto Spizzichino (batteria con Tony Scott, Pino Daniele, e magistrale produttore di piatti di batteria) e Franco Santarnecchi (piano con Jovanotti, Elisa, Titta Nesti) con i quali ho iniziato l’esperienza solistica a mio mio nome. In particolare di Roberto Spizzichino ricordo un preziosissimo consiglio: “Quando suoni ascolta anche gli altri musicisti e se non senti bene qualcuno di loro, suona più piano fino a sentirlo. Ascolta sempre gli altri”.
Secondo te, quali sono le differenze principali tra la scena musicale attuale e quella di quando hai iniziato?
Quando ho iniziato a suonare la musica si basava su un prodotto discografico, un disco. Quello che per un pittore è un quadro o per uno scultore una scultura. Un disco che doveva essere comperato in un negozio e non era diffuso ovunque, immediatamente e gratuitamente. Aveva quindi senso curarne la creazione, la scrittura, gli arrangiamenti. Erano dischi pieni di idee, nella musica (in termini di melodie e armonie) e nei testi (nei temi e nella poetica).
Poi, grazie allo sviluppo della tecnologia delle comunicazioni, è arrivata la distribuzione in rete che ha arricchito sé stessa, i propri gestori, ma ha svalutato il prodotto. E adesso il prodotto sono gli spettacoli, le esibizioni. Cioè si vende il look, il personaggio e lo show. La musica è solo un sottofondo, mal prodotta e con poche idee. Un pretesto per vendere lo show.
Pensando alle nuove generazioni, c’è ancora spazio ed interesse per il tipo di musica che proponi o pensi di far parte di una nicchia?
Penso di far parte del mondo di quelli che negli USA vengono chiamati “storytellers”, parola che in italiano non esiste ma che risponde più al vero rispetto a “songwriter”, cioè cantautore.
“Storytellers” sono i cantastorie, e io mi sento uno di loro. Sono affascinato e interessato dalla canzone in quanto strumento per raccontare storie, per rappresentare la realtà dei fatti e dei sentimenti. In questo senso mi interessa e mi attrae più il rap delle canzoni insulse che ascolto in radio. Canzoni “assemblate” mettendo insieme elementi che “stanno bene insieme” in base a una estetica dettata da vecchi manager che pretendono di imporre il loro gusto ai giovani. E che spesso ce la fanno grazie al martellamento dei media.
Questo però in un paese come l’Italia, che fa parte di una sorta di “terzo mondo” musicale che scimmiotta da sempre USA e UK. E che solo raramente ha capito e “seguito” e non solo copiato, gli stilemi, il sound e la poetica americana, ispirandovisi ma non copiando. Parlo di Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Francesco De Gregori, Massimo Bubola e altri.
Cosa ne pensi del ruolo della tecnologia nella musica oggi?
La tecnologia ha portato un contributo fondamentale per quanto riguarda la produzione della musica: nella composizione, nella registrazione e nel mastering. Ha poi un ruolo fondamentale anche nella sua distribuzione, che avviene soprattutto sul web, con le sue potenzialità e i suoi limiti. Dovremmo trovare un modo per non svalutare il prodotto ma tutelare il suo valore.
“Nemo propheta in patria”: pensi che i tuoi meriti siano stati adeguatamente riconosciuti a Pistoia cui hai dedicato pezzi importanti come “Silvano Fedi” e “Rita e l’Angelo”?
Ho iniziato a scrivere su Pistoia e su personaggi di Pistoia dopo qualche anno che abitavo a Firenze. Forse la lontananza mi ha permesso di mettere meglio a fuoco storie personaggi della mia città. Ma non ho avuto nessun feedback da Pistoia o da pistoiesi se non gli apprezzamenti di singole persone alle quali i brani che citi sono piaciuti. Nessun teatro, associazione o locale dove si fa musica. La cosa interessante è che le storie di Silvano Fedi e di Remo Cerini siano molto più apprezzate a Roma, Milano o Genova piuttosto che a Pistoia.
Cosa ti tiene motivato a continuare a suonare e a comporre dopo tanti anni di carriera?
Sono molto onesto con le canzoni. Scrivo solo quando ho qualcosa da dire. E scrivo proprio perché ho qualcosa da dire. Quando ho gli elementi e le idee, per me è una necessità.
Guardando indietro, c’è qualcosa che faresti diversamente?
Se potessi tornare indietro studierei teoria musicale, prenderei lezioni di pianoforte e approfondirei lo studio della chitarra, soprattutto jazz. Studierei armonia. Insomma cercherei di avere basi musicali più solide per avere più maggiore capacità da un punto di vista compositivo. È questo il punto sul quale mi ritengo più debole nella composizione.
Hai qualche progetto in cantiere? Cosa possiamo aspettarci da te nei prossimi anni?
Il progetto più recente che ho realizzato è un’opera di traduzione e adattamento di alcuni brani di Bob Dylan. Non sono certo il primo: già grandi nomi si sono cimentati nella traduzione di canzoni di Dylan (De André, Tenco, Bubola e de Gregori). Però, come ho detto a Francesco De Gregori una delle ultime volte che l’ho incontrato a casa di suo fratello Luigi, in Umbria, finora sono state tradotte le canzoni di Dylan più semplici, cioè quelle con testo che si appoggia su una base musicale tex-mex, insomma latina, con una metrica che si avvicina di più a quella dell’italiano. E con testi più lineari.
Ecco la mia sfida è stata invece tradurre le canzoni più belle, più rappresentative delle peculiarità narrative di Dylan, indipendentemente dalle difficoltà di traduzione e adattamento. Così ho “affrontato” brani come “Shelter from the storm”, “Love minus zero/No limit”, “Don’t think twice, it’s alright”, ma è stato veramente un duro lavoro. Che però alla fine ha dato i suoi frutti e del quale sono molto orgoglioso.
Avrò occasione di presentare questo nuovo lavoro il 27 settembre al Polo Culturale Puccini Gatteschi di Pistoia con Andrea Marianelli al contrabbasso e Francesco Bocciardi alla chitarra lap steel e al dobro.
Tornando con la memoria agli anni Sessanta e Settanta, cosa pensi del ruolo della musica nella società di oggi?
Negli anni Sessanta il ruolo innovativo apportato dalla musica rock (è bene specificarlo) alla società, al costume e alle modalità espressive l’ho vissuto tramite la radio e la TV. Negli anni Settanta invece ho vissuto direttamente il potere espressivo, di aggregazione, di identificazione politica o di pensiero che la musica rock, progressive, jazz o, in generale, la musica alternativa, rappresentava. Ed è un potere che adesso la musica non ha più. Allora la musica alternativa era in contrapposizione alla musica leggera, la musica del “potere”. Oggi è tutta “musica leggera”. Una musica del sistema, che ha solo una finalità di intrattenimento. Dove alcune band si “travestono” da gruppi rock ma non lo sono. Si mascherano, imitano e, nel migliore dei casi, assomigliano a qualcosa che si è sentito già. Come disse qualcuno: “C’è del bello e c’è del nuovo: peccato che il bello non sia nuovo e che il nuovo non sia bello”.
Credi che la musica possa influenzare positivamente le persone e la comunità?
Sì, profondamente. La musica oltrepassa barriere culturali, mentali e talvolta fisiologiche. La parola cantata acquista maggiore forza. Gli antichi poeti erano anche cantori. La musica è potente. La musica aggrega. Ma bisogna vedere attorno a quali pensieri. Può far inneggiare alla libertà e all’amore ma può anche dare il piacere e l’ebbrezza di marciare al passo dell’oca. Tutto dipende dai messaggi che veicola, dalle parole che si cantano.









