PRATO – Una riflessione amara e grottesca sull’inganno delle apparenze, sull’estrema difficoltà di conoscere il reale, su quanto sia pericolosa un’umanità disposta ad agire senza scrupoli e a calpestare la sua stessa dignità pur di ottenere ciò che brama.
Al Teatro Fabbricone di Prato, in prima assoluta, Enzo Vetrano e Stefano Randini portano in scena “Ognissanti”, su testo di Sabrina Petyx: uno spettacolo a due voci che assume quasi i tratti del dialogo filosofico, con i protagonisti che nell’arco di poco più di un’ora spaziano attraverso temi di portata universale e scandagliano, ciascuno secondo la propria sensibilità, i meccanismi sociali e culturali alla base del potere, della fama, del concetto di santità. Ma si tratta, come vedremo, solo di alcuni fra gli innumerevoli spunti di riflessione toccati dai due personaggi nel corso del loro lungo colloquio.

Ancor prima che il pubblico abbia preso posto sulle poltroncine del teatro, ci troviamo già immersi all’interno di una pinacoteca che ben presto si scoprirà essere un corridoio di Palazzo Abatellis a Palermo, attuale sede della Galleria regionale della Sicilia.
Mentre suoni e voci fuori campo riproducono i tipici rumori che si possono ascoltare all’interno di un’affollata galleria d’arte – richiami delle guide turistiche, vociare di bambini, squilli di cellulari, clic di fotocamere che scattano foto ai quadri, avvisi all’altoparlante del personale del museo – sulla parete sono posizionate due grosse cornici dorate, e al loro interno due nicchie in cui gli attori restano silenziosi e immobili, proprio come due ritratti in posa. Ma non appena i visitatori se ne vanno, il museo chiude le porte e si spengono le luci, ecco che i due quadri prendono vita: i due personaggi lentamente si muovono, escono dai rispettivi dipinti, iniziano a parlare, si raccontano la loro storia.
Quello che sembra un gioco divertente e un po’ inquietante – la letteratura è piena di spiriti o fantasmi “imprigionati” dentro una cornice che di notte prendono vita – assume ben presto contorni drammatici e tremendamente seri: quelli raffigurati nei quadri sono santi senza nome, santi “anonimi” dipinti da una mano anch’essa di incerta attribuzione, due fra i tanti martiri della fede nella vasta schiera di Ognissanti. Non conosciamo i loro veri nomi, ma sappiamo qualcosa della loro vita passata: ex inquisitori, sono entrambi morti in maniera violenta, pugnalati per vendetta dopo una vita costellata di malefatte, abusi, torture, ingiustizie, innocenti condannati come eretici e mandati al rogo senza prove e con processi sommari.
Perché allora sono diventati santi e sono stati innalzati all’onore degli altari? E perché sono stati raffigurati in quei dipinti?
“Siamo stati due canaglie, eppure la storia ci assolverà” dichiara convintamente uno dei due: perché la storia è scritta dai “vincitori”, è strumento nelle mani del potere che in ogni epoca ha voluto trasmettere alle generazioni successive la propria versione dei fatti, tacendo verità scomode e dando, al contrario, spazio e credito a falsità di convenienza.
È il trionfo della verità imposta dall’alto, dei dogmi che in fondo rassicurano l’uomo offrendogli quelle certezze di cui è perennemente in cerca e che lo rendono sicuro; sono le “mille vie” della santità che hanno reso eterni e immortali due uomini che in vita sono stati niente più che meri esecutori di ordini superiori – affiora il concetto di “banalità del male”, per citare Hannah Arendt – e adesso, pur senza nome, vivono per sempre dentro le loro cornici grazie alla funzione eternizzante della pittura.
Però le cose non sono così semplici, e in uno dei due santi iniziano a farsi largo il dubbio e il pentimento, insieme a una nuova idea di libertà che adesso vede i due quadri non come strumenti per raggiungere la gloria e la fama eterna, ma come due prigioni a cui essi sono costretti a sottostare, dopo aver calpestato la propria dignità e aver commesso il male in maniera consapevole. “Il nostro destino dipende da un misero e rugginoso chiodo che ci tiene attaccati a questa parete. Se si incrina o cade, il quadro si danneggia, verrà gettato nello scantinato del museo e di fatto noi cesseremo di esistere: siamo due figure anonime fra le tante, chi ci riconoscerà? Chi si ricorderà di noi’”.
“Sono tutte sciocchezze” replica l’altro, convinto del fatto che, in fin dei conti, l’importante non è agire bene o male, ma guadagnarsi la fama: per loro due questa è ampiamente meritata, e anzi è bene godere di questo potere e provare gioia e soddisfazione nel vedere le persone che si mettono in coda per scattare una foto davanti al loro quadro, e immortalare così la loro figura.
Che cosa si è disposti a sacrificare, dunque, per ottenere ciò che si brama? Un successivo colpo di scena, una nuova rivelazione sembra cambiare le carte in tavola: chi sono realmente questi due personaggi ritratti, fino a quel momento creduti da tutti due santi martiri? Si entra in un confronto dal sapore pirandelliano, tra crisi di identità e inconoscibilità di un reale che cambia a seconda dei punti di vista, ma sempre oscillando tra l’aspirazione alla libertà e la prigionia dell’attaccamento alla fama, alla gloria, alla notorietà.
Finchè uno dei due non sceglie di colpire quell’unico, misero, “maledetto” chiodo.









