di Andrea Capecchi
PISTOIA – “Sono stato fortunato a poter viaggiare ogni anno per conto dei giornali, e raccontare ai lettori le mie straordinarie esperienze”.

Esordisce così Paolo Rumiz, giornalista, scrittore e grande viaggiatore triestino che ha aperto la dodicesima edizione dei Dialoghi sull’Uomo, festival dell’antropologia contemporanea tornato in presenza in piazza Duomo dopo due anni di pausa forzata a causa della pandemia.
Il tema è quello degli “altri orizzonti” da scoprire attraverso il cammino, declinato in tutti i suoi significati: e proprio l’arte del “camminare insieme” costituisce un’esperienza costante nella biografia di Rumiz, autore di numerosi viaggi attraverso l’Italia e l’Europa: a piedi, in auto, in treno e in bicicletta, spesso in compagnia, dai quali ha tratto articoli e reportage di grande successo.
Una “narrazione” del viaggio che Rumiz rievoca con piacere e un velo di nostalgia, raccontando al pubblico alcuni aneddoti sulla “scrittura” derivante dai taccuini di viaggio: un’autentica opera di “costruzione” simile a un lavoro artigianale, spesso portata avanti di notte, al buio, in silenzio, ascoltando solo i suggerimenti e gli impulsi della mente.
“Tra cammino e narrazione il rapporto è molto stretto – afferma Rumiz – perché la scrittura già di per sé costituisce un cammino. Sono le parole a condurci alla scoperta dei luoghi, delle bellezze nascoste, delle persone, delle tradizioni presenti e passate; sono le parole a essere nomadi, e a rappresentare un ponte verso altri luoghi e altre culture”.

Ma le parole non si limitano a descrivere ciò che il viaggiatore osserva nei suoi itinerari; spesso sono le parole a generare il viaggio attraverso i toponimi, i nomi di paesi, montagne, fiumi, ora “sonanti” e “parlanti”, ora aspri e minacciosi, ma in ogni caso testimoni “viventi” di un passato da riscoprire e conservare. Rumiz, ironizzando sulla sua lingua “ostrogota” e di frontiera in opposizione al “toscano illustre”, cita alcuni esempi di nomi di luoghi che hanno la capacità e il potere di evocare storie e aneddoti, di riportare alla mente fatti storici e drammatici lontani nel tempo, come è avvenuto alla Piave, fiume maschilizzato per diventare ed essere celebrato come il “fiume sacro” della patria dopo la Grande Guerra.
I luoghi hanno infine le loro voci, il loro ritmo, “come ho ascoltato viaggiando in Medio Oriente, dove le città sono un coacervo di suoni: ad Antiochia, per esempio, si odono le campane delle chiese cristiane che si mescolano e si fondono con il canto dei muezzin dai loro minareti, in un crogiolo di religioni e di lingue, dal greco al turco, dall’armeno all’arabo”.
Rumiz chiude la sua conferenza raccontando il mito di Europa, la principessa fenicia che secondo la mitologia greca attraversò il Mediterraneo cavalcando su Zeus trasformatosi in toro. “È un mito fondativo della nostra comune madre Europa, che ancora oggi ci può consegnare alcune importanti lezioni: l’Europa è femmina, è figlia dell’Asia, è il risultato di lunghe migrazioni nel corso dei millenni, non può esistere senza il Mediterraneo”.
Un viaggio, quello di Europa, che vale veramente “più di mille parole” e che è alla base della nostra storia.










