PISTOIA – Ultimi giorni disponibili – la chiusura è in programma sabato 4 aprile – per visitare la mostra fotografica “Passaggi” di Marco Saielli, ospitata nelle vetrine e negli spazi espositivi interni della Biblioteca San Giorgio.
Questa nuova personale di Saielli delinea il percorso evolutivo dell’autore attraverso due sezioni speculari che esplorano le diverse potenzialità della fotografia analogica: il controllo millimetrico del ritratto e la libertà immaginifica del surrealismo. Ponendo in dialogo non solo due tematiche diverse, ma anche due momenti distinti della sua ricerca, con fotografie scattate a venti anni di distanza, Saielli propone al visitatore un viaggio tra le varie sfaccettature del suo “universo fotografico”, con esiti inaspettati e talvolta sorprendenti.
Nella prima sezione, “L’orto di Giuliano” (2004), che di fatto segna il suo debutto nel mondo dell’analogico, Saielli realizza una serie in bianco e nero ritraendo il padre a contatto con i tesori del proprio orto; nella seconda sezione, “Les rendez-vous de Paris” (2024), realizzata in occasione del centenario del movimento surrealista, Saielli cambia radicalmente approccio e attraverso la tecnica della sovraimpressione di più immagini dà vita a “quadri” onirici di vita parigina, dove tempo e spazio si fondono lasciando libero sfogo al caso e all’inconscio.
In occasione dell’inaugurazione della mostra, il nostro giornalista e fotografo Giovanni Fedi ha realizzato un’intervista video a Marco Saielli (visibile qui sotto), di cui riportiamo di seguito alcuni aspetti particolarmente significativi.
Che cosa significa il titolo “Passaggi” che hai dato a questa duplice esposizione?
Il titolo della mostra fa proprio riferimento al “passaggio” che intercorre tra questi due progetti presentati nella mostra, dalla fotografia più figurativa del primo a quella surrealista e onirica del secondo. È una sorta di evoluzione per quanto riguarda il pensiero e il modo di interpretare la fotografia, che però si basa anche sul soggetto che in quel momento avevo davanti.
La fotografia è un interesse che per te è nato in età già matura.
Sì, io mi sono avvicinato alla fotografia agli inizi degli anni Duemila, il bianco e nero è stato l’aspetto che nei primi tempi mi ha maggiormente affascinato e coinvolto. “L’orto di Giuliano” è stato il primo progetto importante a cui mi sono dedicato, realizzato con foto in bianco e nero e attraverso il coinvolgimento di mio padre durante il suo lavoro nell’orto di casa. Ero appassionato dei grandi ritrattisti come Richard Avedon e Irving Penn e ho realizzato questo progetto con una fotocamera a medio formato per avere un dettaglio e una qualità come usavano questi maestri, per far risaltare i particolari e i minimi dettagli del soggetto. È un progetto rimasto in massima parte inedito per ventidue anni, all’infuori di due foto tutto il resto è stato tenuto in un “cassetto” in attesa dell’occasione giusta.

Pur essendo un progetto figurativo, un piccolo “germe” di surrealismo era già presente…
Sì, esatto, ci sono alcuni scatti che presentano già questo carattere che ho voluto inserire per rompere un po’ gli schemi e per “giocare” con situazioni al limite del paradossale, talvolta prendendo spunto dalle figure dei teatrini ambulanti.
Per esempio ne “La volpe e l’uva”, che ha una storia particolare…
Questa è una foto con al centro un grappolo d’uva appeso a una corda, a destra mio padre e a sinistra fa capolino la testa di una volpe imbalsamata, in una sorta di riproposizione in chiave ironica e surreale della celebre favola di Esopo. Questa volpe era solita “razziare” polli e conigli che mio padre, come tutti i vecchi contadini, teneva lì vicino all’orto, ma da buon cacciatore una volta riuscì a farla fuori e poi decise di tenerla con sè. Nella fotografia la testa della volpe è sorretta da mia madre, e sia l’animale che mio padre guardano in direzione del grappolo d’uva.

Dopo vent’anni e un lungo percorso fotografico che ha attraversato varie tappe sei approdato al progetto presentato nella seconda sezione.
Il primo progetto di questa serie, che io definisco “Affabulazioni” nel senso teatrale del termine di realtà “inventate”, risale al 2015 con “Il Dragone al Primo Maggio” con fotografie nate da visioni surreali e immagini sovrapposte in bianco e nero oppure anche a colori. Nel 2024 ricorreva il centenario della pubblicazione del Manifesto del movimento surrealista, scritto nel 1924 da Andrè Breton, un movimento che mi ha sempre affascinato a livello artistico per la sua libertà, creatività, fantasia, modo di interpretare la realtà; da questa occasione è nato il progetto “Les rendez-vous de Paris” che mi ha permesso di continuare a dare alla mia fotografia un carattere “pittorico”.
Tutti i lavori in mostra sono rigorosamente analogici e su pellicola.
Le foto del progetto “L’orto di Giuliano” sono su pellicola medio formato, quelle di “Les rendez-vous de Paris” su pellicola “cinematografica” in formato 35 millimetri, un formato più agile che si adatta meglio a questo tipo di lavori.
E ogni fotografia è accompagnata da un breve testo.
Mano a mano che le foto venivano sviluppate, ho cominciato a cercare i testi che secondo me risultavano più adatti a descrivere ciò che avevo fatto; poi naturalmente sono foto che hanno per molti aspetti un carattere soggettivo, io posso vederci qualcosa, altri possono collegarle ad altro in base alla propria sensibilità o alle proprie esperienze di vita. Molte sono citazioni d’autore, per esempio Magritte o Breton, altri sono titoli che ho messo io.

Come affermava Diane Arbus, “in fotografia ci accorgiamo a posteriori di cose che al momento dello scatto erano sfuggite”. Anche nel tuo lavoro è stato così?
Certamente, soprattutto nel caso delle fotografie “stratificate” della seconda sezione rimango colpito da dettagli e particolari di cui non mi ero accorto o non avevo tenuto conto: la pellicola registra quello che scatti, l’occhio umano solo una parte, ed è impossibile per la nostra mente avere impresse tutte le immagini. Anche per me la fotografia è una continua scoperta, una sperimentazione che procede per tentativi che possono essere riusciti o meno.










