giovedì, Settembre 10, 2026

Passato e futuro: al Bolognini un reading teatrale sulla tragedia del Vajont

PISTOIA – Esattamente sessant’anni fa, la sera del 9 ottobre 1963, una frana colpì il bacino artificiale del Vajont, generando una gigantesca ondata di fango che travolse i paesi dell’alta valle del Piave, causando quasi duemila vittime nell’arco di pochi minuti.

Uno dei disastri più gravi nella storia dell’Italia contemporanea, un dramma che scosse l’opinione pubblica e che ancora oggi continua a far discutere e a essere giustamente oggetto di attenzione: perchè non si trattò, secondo una narrativa purtroppo usata spesso in casi simili, di una “tragica fatalità”, ma di un rischio a cui si andò incontro in maniera deliberata, facendo prevalere interessi politici ed economici a scapito della popolazione.

Una tragedia provocata dall’uomo, di cui nel tempo, grazie a coraggiose inchieste, si sono svelate le responsabilità, condivise fra impresari, progettisti, ingegneri, geologi, politici e ispettori ministeriali: ne emerge un quadro torbido, complesso e ramificato di accordi sottobanco, tentativi di corruzione, progetti cambiati in corso d’opera, scambi di favori e inadempienze e omissioni nei controlli, nonostante qualcuno, dati alla mano, avesse fin da subito lanciato l’allarme sui rischi di costruire un bacino idroelettrico in un’area geologicamente instabile e a fianco di un monte soggetto al pericolo di frane.

Alcune immagini degli attori dello spettacolo “Vajonts 23” andato in scena al Teatro Bolognini (fotografie di Stefano Di Cecio)

Ma le prospettive di guadagno e gli apparenti vantaggi per la popolazione della zona ebbero la meglio sugli appelli, rimasti inascoltati, e sui molti campanelli d’allarme che suonarono in maniera sinistra durante la costruzione della diga: nonostante ciò si andò avanti, e nel 1961 fu ufficialmente inaugurata la diga del Vajont, fiore all’occhiello dell’ingegneria italiana del secondo dopoguerra e simbolo tangibile del “miracolo economico” nazionale.

Il “sogno” di quei pochi che già immaginavano i vantaggi e i profitti generati dalla diga si trasformò in un incubo collettivo quella tragica sera del 9 ottobre: il paese di Longarone venne travolto dalla massa di acqua e fango e letteralmente spazzato via, altri villaggi furono rasi al suolo, l’onda devastò l’alta valle del Piave lasciando dietro di sè una scia di morte e devastazione. E a pagare il prezzo più alto fu la popolazione locale, che dopo aver subito la costruzione dell’impianto ed essere stata illusa con prospettive di ricchezza e sviluppo, si trovò senza più una casa, a contare i propri morti, per quella che alcuni non hanno esitato a definire una “strage di Stato” a causa delle collusioni tra mondo imprenditoriale e politico, tra affaristi e uomini di partito.

Un disastro entrato ben presto nella memoria collettiva dell’Italia intera, che nel corso degli anni è stato oggetto di ricostruzioni storiche e inchieste giornalistiche per indagare sulle responsabilità della tragedia e sulla catena di decisioni ciniche e imprudenti che ne sono state la causa. Ma il Vajont è entrato anche nella letteratura e nel teatro: nel 1993, in occasione del trentesimo anniversario del disastro, Marco Paolini portò in scena un monologo teatrale che ha rappresentato uno degli esempi più alti in Italia di “teatro civile” contemporaneo e negli anni ha registrato un grande successo di pubblico e di critica.

Uno spettacolo che rivive a sessant’anni esatti da quella tragica notte, in contemporanea in cento teatri italiani, per l’evento speciale “Vajonts 23”: un’occasione per non dimenticare e per non abbassare i riflettori su questo disastro, così lontano nel tempo ma così vicino perchè capace di presentare temi e spunti di riflessione di stringente attualità, che spaziano dall’ambito politico-economico a quello ambientale.

Al Teatro Bolognini di Pistoia lo spettacolo, di carattere corale e collettivo rispetto al monologo originario, è stato portato in scena da Annibale Pavone, che ha curato l’adattamento del testo di Paolini, e da sette giovani attori e attrici, allievi selezionati la scorsa estate dal Teatro Laboratorio della Toscana, diretto da Federico Tiezzi: Salvatore Alfano, Pasquale Aprile, Sem Bonventre, Monica Buzoianu, Sebastiano Caruso, Valentina Corrao e Antonio Perretta.

Il risultato è un reading teatrale drammatico e coinvolgente, un’azione corale di teatro civile in cui Pavone e i sette attori ripercorrono la vicenda del Vajont, lunga più di vent’anni, dalla progettazione della diga fino a quella tragica notte, dando voce ai molti personaggi che si accavallano e si intrecciano in questa storia.

Ciò che colpisce e fa riflettere il pubblico è il modo consapevole con cui si è andati incontro al disastro, che a un certo punto appare ormai come inevitabile, con la sola speranza di poterlo gestire e minimizzare grazie agli strumenti della tecnica: a provocare la gigantesca frana e la conseguente onda assassina non è stata una concatenazione fortuita di eventi che nessuno poteva prevedere, ma una serie colpevole di segnali non colti, allarmi inascoltati, sottovalutazione dei rischi, simulazioni errate, comportamenti irresponsabili dovuti a interessi politici ed economici e, come avviene spesso in Italia, tentativi tardivi di mettere una pezza quando ormai il pericolo diventa evidente e non più controllabile.

Ma lo spettacolo non guarda solo al passato: posto che la tragedia del Vajont non deve essere mai dimenticata per ricordare e onorare la memoria delle centinaia di vittime provocate dal disastro, questa drammatica vicenda di sessant’anni fa può e deve servirci da lezione anche oggi, non solo per metterci in guardia dai rischi dell’impatto umano su ambienti naturali fragili e inadatti allo sfruttamento delle risorse, ma anche per farci comprendere la portata potenzialmente distruttiva dei cambiamenti climatici provocati dall’azione umana.

“Oggi l’umanità si trova nella stessa situazione di quel gruppo di ingegneri, tecnici e geologi che si resero conto della minaccia che incombeva sul bacino del Vajont e sui paesi vicini – commenta Pavone – ma che non ebbero né la volontà né il coraggio di prendere una decisione, spinti anche dall’illusione che le cose si potessero aggiustare da sole. Noi invece dobbiamo avere la lungimiranza e il senso di responsabilità di agire subito e di prendere decisioni chiare per salvare il pianeta: altrimenti anche noi saremo travolti da un Vajont molto più potente e distruttivo”.

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