mercoledì, Settembre 9, 2026

Passioni, calunnie e menzogne: al Manzoni la “Fedra” di Racine

PISTOIA – Una passione irrefrenabile, false notizie che nascondono la verità, calunnie dall’esito fatale, un conflitto familiare che si trasforma in tragedia.

Al Teatro Manzoni di Pistoia il regista Federico Tiezzi porta in scena la “Fedra” di Jean Racine, tragedia in cinque atti scritta dal drammaturgo francese nel 1677 e considerata dagli studiosi il vertice di tutta la sua produzione teatrale.

Un’opera che attinge a una delle vicende più fosche della mitologia greca, già nell’età classica al centro di due tragedie, “Ippolito” di Euripide e “Fedra” di Seneca: tuttavia Racine rilegge il mito greco in chiave contemporanea facendo spesso riferimento a quel pensiero giansenista assai diffuso in Francia nella seconda metà del Seicento, e che diventa strumento di indagine e di interpretazione sul complesso rapporto fra bene e male e sul significato dell’azione dell’uomo.

Una scena dello spettacolo “Fedra” per la regia di Federico Tiezzi (foto di Luca Manfrini)

La vicenda è ambientata nella reggia dell’antica città di Trezene, in Argolide, dove la regina Fedra è dilaniata e consumata dalla passione proibita per il figliastro Ippolito, bellissimo giovane che ignora l’amore incestuoso della regina e a sua volta nutre un forte sentimento per Aricia.

Solo Enone, vecchia nutrice e confidente di Fedra, conosce il segreto della regina: ma quando in città si diffonde la falsa notizia che il re Teseo è morto durante una spedizione in terre lontane, Enone convince Fedra a farsi coraggio e a dichiarare il suo amore a Ippolito, che respinge la matrigna con sdegno e orrore.

La situazione muta al ritorna in patria di Teseo, falsamente creduto morto ma in realtà reduce dall’ennesima impresa eroica contro mostri e popoli selvaggi, di fronte al quale Fedra accusa Ippolito di averla sedotta con la forza, rovesciando così la colpa sul figliastro e vendicandosi del suo rifiuto attraverso il suo probabile esilio in qualche altra città della Grecia. Ma il proposito della regina, ancora una volta suggerito da Enone, supera in maniera drammatica le intenzioni iniziali: Teseo non crede alle giustificazioni di Ippolito, ritenuto anche uno spergiuro, e maledice il figlio invocando contro di lui la giustizia divina di Nettuno.

In una scena dai contorni terribili e dai toni crudi e macabri, raccontata per bocca del fedele servitore Teramene, il giovane ha appena lasciato la città per recarsi in esilio quando un terribile mostro, mandato da Nettuno, gli si para davanti: i cavalli si imbizzarriscono e non rispondono più ai comandi e agli incitamenti del ragazzo, il carro inizia a correre all’impazzata e Ippolito, prigioniero delle briglie, è trascinato a morte fra arbusti e rocce finché il suo corpo orrendamente mutilato e sfigurato resta senza vita. La morte di Ippolito, di fatto invocata dal padre, provoca un tremendo dubbio nella mente di Teseo, che adesso non comprende più i contorni della verità e della menzogna. È la stessa Fedra, nella scena finale, a sciogliere ogni dubbio e a confessare la propria passione e la propria calunnia: doppiamente colpevole, la regina si avvelena e muore ponendo fine alla sua tormentata esistenza.

In quest’opera Racine esplora le profondità dell’animo umano e le conseguenze devastanti della passione e della colpa: Fedra emerge come figura tragica, quasi titanica, che in più occasioni dà l’impressione di essere perfettamente cosciente del carattere folle e proibito della sua passione, eppure le mancano la forza e la volontà per rinunciare a un amore i cui esiti tragici si intravedono già nei suoi pensieri.

Come Medea o Didone, per citare alcune fra le più note donne della mitologia classica le cui vicende furono segnate da passioni irrefrenabili, anche Fedra è animata da una forza autodistruttiva, nel suo agire è consapevole di trasgredire o ignorare le leggi umane e divine che sono poste a fondamento della società civile o della famiglia, è tormentata dal senso di colpa per i suoi desideri proibiti e dal rimorso per la morte innocente di Ippolito. Ma è allo stesso tempo – e qui affiorano gli echi del giansenismo – la vittima di una maledizione familiare e di un destino ineluttabile che la spinge verso la rovina: quale libertà di azione, quale possibilità di scelta e quale destino ci può essere per l’uomo la cui salvezza o dannazione sono state già decise?

Racine utilizza i personaggi e le vicende del mito per rivolgersi ai suoi contemporanei – e quindi anche a noi – riflettendo su innocenza e corruzione, verità e menzogna, colpa e rimorso, e riproponendo quell’atavico conflitto tra bene e male i cui contorni, per esempio nel caso del personaggio di Enone, appaiono più sfumati e meno definiti di quanto si possa immaginare.

Nell’adattamento andato in scena al Manzoni il regista Federico Tiezzi ha trasportato il pubblico in una Grecia onirica e trasfigurata, tra musiche evocative e una scenografia che ben simboleggia il conflitto interiore di Fedra, attraverso l’uso del chiaroscuro e l’alternanza tra il nero dei vestiti e dello sfondo e il bianco del marmo delle statue e dei cristalli dei lampadari. Ottima la prova di tutto il cast di attori e attrici, da segnalare l’apparato coreografico curato da Cristiana Morganti.

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