di Giancarlo Magni*

La Lega, con una battaglia di retroguardia, ha bloccato ancora, sia pure in parte, la riduzione della spesa pensionistica, in Italia la più alta d’Europa. Ma il sistema non è più sostenibile sia in prospettiva sia, già oggi, in relazione alle altre componenti del welfare.
Nei giorni immediatamente precedenti il Natale, con una mossa a sorpresa, la Lega, scontrandosi anche con il suo Ministro Giorgetti, ha bloccato un emendamento del Governo alla manovra economica. Oggetto del contendere: la volontà dell’Esecutivo di allungare fino a sei mesi la finestra di attesa per le pensioni anticipate. Un modo indiretto per ritardare l’andata in pensione e di conseguenza ridurre, almeno un po’ e soprattutto in prospettiva, il costo della previdenza che le modifiche imposte nel tempo alla legge Fornero hanno continuato a far salire. È dall’approvazione, nel 2012, di quella legge infatti che molte parti sociali e forze politiche, fra queste la Lega, cercano di tornare indietro o, quanto meno, di “alleggerirne” le disposizioni. Quota 100, 102 e 103 sono stati passi su questa strada. Una politica miope ed irresponsabile che oggi impone nuovi correttivi. Basti pensare che in Italia, nel 2050, vivranno 18,9 milioni di ultrasessantacinquenni, in aumento del 31,5% rispetto al 2024, mentre la popolazione in età lavorativa diminuirà del 20,7 per cento. “Con questi numeri – ripete del tutto inascoltato il Ministro Giorgetti – nessun sistema previdenziale è sostenibile”.
La vita media si allunga, nascono sempre meno bambini e molti giovani, tutti gli anni, lasciano il Paese. I nuovi ingressi non sono tali, per numero e competenze, da controbilanciare le minori nascite e le uscite. Una vita più lunga significa pagare le pensioni per un maggior numero di anni e un minor numero di persone che lavorano significa minore produttività e meno contributi. Il nostro Paese, fra l’altro, ha un sistema previdenziale in base al quale le pensioni vengono pagate con i contributi versati dagli occupati che, oggi, sono dell’8,4% inferiori alla media UE, 62,7 rispetto al 71,1%. Chiudere gli occhi di fronte a questo stato di cose serve solo a peggiorare la situazione, scioperare al grido “le pensioni non si toccano” è del tutto inutile, anzi è controproducente perché, oltre alle ricordate prospettive negative per il futuro, c’è da considerare che la situazione non è più sostenibile nemmeno oggi, se solo esaminiamo la spesa pensionistica in relazione alle altre componenti del sistema del welfare. Ne ha parlato, su SoloRiformisti, Luciano Pallini nell’articolo “PIL, quali percentuali a sanità e welfare”. Per un’analisi completa, rimandiamo alle considerazioni e ai numeri citati in quell’articolo. Riprendiamo solo due cifre. In Italia la spesa totale per il welfare è in linea con la media europea, 31,3 sul PIL per l’Italia a fronte del 31,2 per l’Europa. Solo che all’interno di quella cifra la spesa previdenziale italiana è molto maggiore, 16,0% rispetto al 12,3 dell’Eurozona. Cosa che finisce per penalizzare fortemente sanità, scuola e spesa sociale che sono le altre componenti di un sistema di welfare. Quindi se vogliamo migliorare le performance in questi altri settori, come si va giustamente richiedendo da più parti, basta ricordare le continue polemiche per il sotto finanziamento della sanità, e se non vogliamo aumentare ulteriormente il debito pubblico, dobbiamo necessariamente ridurre la spesa per la previdenza, anche a dati costanti per quanto attiene a demografia e aspettative di vita.
Data la situazione allora, ci sono solo tre strade per riequilibrare il nostro welfare. O si riducono gli importi delle pensioni, o si aumentano i contributi da versare durante l’attività lavorativa oppure si allunga l’età pensionabile. Pur non sottovalutando le difficoltà, la terza opzione è la più percorribile. Solo che bisogna iniziare a dire la verità, smettere di parlare per slogan e guardare alla realtà senza avere la pretesa di adeguare la stessa alle nostre idee e ai nostri desideri. Le persone, in buona parte, sono molto più ragionevoli di quanto tende a pensare la classe politica. Basta spiegare le cose per come sono realmente.
Del resto, la saggezza popolare, che si basa sull’esperienza e che proprio per questo è abituata a tenere i piedi per terra, ha capito da tempo la realtà della vita e ha sintetizzato il tutto in un vecchio proverbio “Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”.
*SoloRiformisti










