di Francesco Lauria
Venti anni fa veniva pubblicato il primo quaderno di Eguaglianza & Libertà, rivista digitale allora diretta da Pierre Carniti con il titolo: “Dalla parte del lavoro. Nuove responsabilità e nuovi diritti nella società della conoscenza”.

Fu quella dei quaderni cartacei di E&L un’esperienza breve, ma quel testo, uscito alla vigilia di trasformazioni significative nella regolazione del lavoro in Italia, è davvero ancora di grande attualità.
Eguaglianza & Libertà veniva così definita: “uno strumento per discutere, riflettere, socializzare le esperienze.
Carniti firmò l’intervento conclusivo che, per apprezzare un pensiero di futuro nel dolore a quattro anni dalla sua scomparsa, vale la pena di rileggere tutto. Il testo era intitolato: “Tutelare il lavoro che cambia”.
Dopo aver riflettuto a lungo sulla rivoluzione informatica e sul telelavoro (all’epoca era appena stato firmato l’accordo quadro europeo), scriveva: “(…) il modello produttivo che ha sostituito il fordismo apre una infinità di nuovi problemi. Ma apre anche a buona parte dei lavoratori (non a tutti, naturalmente) l’orizzonte di potere mobilitare nella esecuzione della produzione un “capitale umano” che è suo, che gli appartiene. Stando così le cose, arricchire questo capitale umano e rispettare i diritti che vi si collegano non può che diventare una delle basi sulle quali cercare di fondare la nuova regolazione sociale. (…) Nel mondo del lavoro contemporaneo sono sempre di meno le macchine che si guastano e sempre di più gli uomini. E quando si guastano, come tutte le cose che non servono più, vengono inesorabilmente accantonati. La sola commiserazione, però, non serve a nulla. Perché può consolare, ma non certo risolvere. Tocca, perciò, in primo luogo a chi ha la responsabilità di rappresentare il lavoro ripensare appropriate strategie di tutela. Tanto sul piano dei diritti, che delle garanzie di ragionevole continuità del reddito (…).
Il francese Alan Supiot – sottolineava Carniti – (…) ha formulato una interessante proposta per integrare i diritti dei lavoratori, che meriterebbe migliore attenzione di quella avuta finora. Per rispondere ad alcuni dei problemi derivanti dalle trasformazioni in atto nel lavoro, Supiot suggerisce di istituire un “Diritto di prelievo sociale” (…). Egli sostiene che occorre accordare al lavoratore il diritto ad un “capitale tempo” che gli permetta di scegliere nel corso della propria vita lavorativa i momenti in cui prendersi del tempo al di fuori del lavoro, da dedicare alla formazione, a un congedo parentale, al tentativo di avviare un lavoro autonomi, o di mettere in piedi una propria impresa. Questo diritto non negoziabile (come avviene, per esempio, per i congedi di maternità) obbligherebbe l’impresa ad accordarlo quando viene richiesto dal lavoratore. Il finanziamento dovrebbe essere tripartito (Stato, impresa, lavoratore) con meccanismi tutti da definire.”
Si trattava per Carniti, con tutti gli accorgimenti e gli adattamenti necessari, di chiedere l’istituzione di un nuovo diritto che: “estendesse la cittadinanza del lavoro a tutto il variegato mondo dei lavori”.
Concludeva Pierre, in un momento di forti divisioni sindacali:
“(…) Il sindacalismo confederale non può fare altro che cercare e trovare la forza e il coraggio di individuare un terreno comune dal quale ripartire. Per questa ricerca il punto di partenza non può che essere la presa d’atto che le cose che riguardano il lavoro sono irreversibilmente cambiate e non saranno mai più le stesse. Perciò se il sindacato non vuole essere travolto dagli avvenimenti, non può sottrarsi al dovere di approntare i binari lungo i quali raggiungere il mondo del lavoro. Lungo i quali far camminare i nuovi diritti che possono contribuire a costruire una società meno diseguale, più giusta. Lungo i quali garantire il moto della storia, contribuendo a incanalarlo perché non approdi nella delusione, nella disgregazione, nel disordine.
Questa – concludeva – è dunque la grande sfida che ha di fronte il sindacato confederale. Chi ritiene che il proprio compito non sia tanto quello di coltivare ricordi, ma soprattutto di costruire nuove speranza, non deve fare altro che accettarla”.
Se rileggiamo anche il Carniti degli anni duemila troviamo tantissimi spunti di futuro e di impegno.










