mercoledì, Settembre 9, 2026

Pistoia, “le attese del Vangelo” nel Sinodo di Pistoia

di Mauro Banchini

Mauro Banchini

PISTOIA – Mi è stata data la opportunità di essere uno fra gli oltre 400 “padri” e “madri” sinodali: uomini e donne della “Chiesa che è in Pistoia” impegnati, in due anni, nel XX Sinodo diocesano indetto dal vescovo Fausto.

E ieri, sabato 25 marzo, non a caso giorno dell’Annunciazione ma anche vigilia del passaggio dall’ora solare a quella legale, in una affollata cattedrale si è svolta la lunga “solenne celebrazione eucaristica di apertura”.

Non si sarebbe in Toscana, e soprattutto a Pistoia, se un cammino come questo non fosse accompagnato da una curiosità che talvolta sfiora la sfiducia. O, se si preferisce, da una sfiducia che comunque dà spazio alla curiosità.

Ma da “padre sinodale” che ha cercato di allontanare pregiudizi tentando un approccio responsabile, la celebrazione di ieri mi ha – confesso – emozionato.

Fin dal convenire – tutti noi: preti e suore, laiche e laici, sigle associative e cani sciolti – dentro lo spazio dello splendido Battistero. Se eravamo lì, con le nostre differenti appartenenze, era soprattutto per via di una Appartenenza certo superiore. Che unisce al di là di tutto.

Abbiamo fiducia in un Dio fatto uomo che – brano evangelico – davanti alla morte del suo amico Lazzaro “scoppia in pianto” e poi ordina di “togliere la pietra” dal sepolcro. Con ciò che segue. Perchè proprio Lui è “risurrezione e vita”.

La potenza della Parola (oggi purtroppo, in un’Italia post cristiana, assai poco conosciuta perchè ben altri sono i furbi influencer ascoltati e pagati) sarebbe già una cosa notevole da proporre. In un contesto che ne avrebbe un grande bisogno.

In cattedrale ho poi trovato modo di farmi coinvolgere da alcuni aspetti. Li scrivo, senza un particolare ordine.

Il reliquiario (di tale Lorenzo Ghiberti) con un piccolo osso dell’apostolo Giacomo. Quello che qui conosciamo come Jacopo e che fa di Pistoia un luogo privilegiato per quei “cammini” oggi tanto di moda. Difficile vederlo, il reliquiario, così da vicino. Ma ieri era esposto proprio sotto il notevole crocifisso di San Zeno (dipinto da Coppo di Marcovaldo. Nel 1274. L’anno prossimo compirà 750 anni). Un bel segno per aprire il Sinodo.

Ho poi visto, lassù a corona accanto al vescovo, i preti pistoiesi. Molti li conosco. Di molti sono amico. Con alcuni fin dagli anni Settanta, quando tutti quanti s’era davvero giovani avendo ancora vicino lo spirito del Concilio. Tutti siamo invecchiati. Qualcuno ci guarda da lassù.

E questi sacerdoti – molti arrivati da lontano – accanto al vescovo sono la prova, nella loro evidente esiguità numerica rispetto al numero delle parrocchie, di una Chiesa che questo problema (il suo futuro certo non solo organizzativo ma anche tale, le novità da introdurre, il ruolo dei laici e quello dei presbiteri, la partecipazione delle donne, il rapporto fra proclamazione teorica e vita pratica …) deve pure porselo. Fare un Sinodo oggi, a quasi 90 anni dal precedente e nella Chiesa di Francesco, presumo significhi anche questo.

Mi ha poi colpito, pure nella sua lunghezza, la cerimonia dopo il “Credo”. A ciascuno di noi, e a tutti i sacerdoti, è stato chiesto un gesto. Solenne. Recarsi in processione verso l’altare. Toccare il libro dei Vangeli. Invocare l’aiuto di Dio (“Così Dio mi aiuti e questi santi Vangeli che tocco con le mie mani”). E apporre la propria firma su un registro particolare.

Una formale “assunzione di responsabilità” preceduta da una promessa non banale (“Adempirò con grande diligenza e fedeltà i doveri ai quali sono tenuto verso la Chiesa”). Un po’ come, citando l’articolo 54 della Costituzione, viene chiesto di fare ai cittadini cui sono affidate, nello Stato, cariche pubbliche. Hanno il dovere di adempierle “con disciplina e onore”. Tenendo la mano sulla Costituzione.

E dopo la benedizione finale, una orazione che se l’abbiamo letta con il riguardo dovuto ci ha certo fatto scorrere qualche brivido. Si chiama, in latino, “adsumus” che vuol dire “siamo davanti” (in questo caso allo Spirito Santo).

Erano le parole recitate dai padri conciliari all’inizio di ogni sessione del Concilio Vaticano II. Parole impegnative per chi è chiamato al Sinodo.

“… Sii tu solo a suggerire e guidare le nostre decisioni … Non permettere che sia lesa da noi la giustizia … non ci faccia sviare l’ignoranza, non ci renda parziali l’umana simpatia, non ci influenzino cariche o persone …”.

Alla fine, uscendo, ciascuno ha ricevuto il cosiddetto “Instrumentum laboris”. Circa 70 pagine, con i documenti, il regolamento, il calendario degli appuntamenti e la sintesi di un lavoro partecipativo svolto nei mesi scorsi in ciascuna parrocchia: le “attese del Vangelo” nella Chiesa che abita Pistoia e le sue assai diverse terre.

Prima che iniziasse il tutto, in una piazza Duomo che più la guardi più ti affascina, una turista mi aveva chiesto perchè ci fosse così tanta gente. Poco prima la stessa domanda mi era arrivata da una pistoiese che passava di lì.

Ho cercato di rispondere, appunto parlando di Sinodo. Nei due volti ho visto una incomprensione mista a curiosità. E, come sfida, mi piace.

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