PISTOIA – “Viviamo in un tempo di disincanto, ma spero che in questa serata grazie al canto possiamo ritornare all’incanto”.
Un gioco di parole, una speranza ma soprattutto una dichiarazione d’intenti espressa da Brunori Sas nel salire sul palco e salutare il numeroso pubblico di tutte le età che ha riempito piazza Duomo per questa terza serata del Pistoia Blues Festival.

L’artista calabrese, una delle voci più apprezzate e seguite del panorama cantautorale italiano, spesso accostato a un “mostro sacro” come Francesco De Gregori per sonorità e stile, ha confermato in questo concerto pistoiese tutte le sue qualità musicali, con un indie pop d’autore e testi curati, intensi e per niente banali.
Il “popolo brunoriano”, come l’autore definisce scherzosamente i propri fan, è stato chiamato a “immergersi” nel mondo di Dario Brunori, nella sua anima da “cantastorie” che si esprime in canzoni capaci di unire e alternare ricordi autobiografici, esperienze vissute, sentimenti, satira graffiante e denuncia sociale.
Dal ricordo del padre scomparso a cui Dario era fortemente legato in “Come stai?”, alle emozioni provate nel vedere sua figlia crescere ne “L’albero delle noci” (brano terzo classificato all’ultima edizione del Festival di Sanremo, nonchè vincitore del premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo), dalla dura critica contro gli atteggiamenti razzisti e discriminatori ne “L’uomo nero” al racconto della crisi del “maschio etero bianco” a causa della modernità ne “La ghigliottina”, quello proposto dal cantautore è stato un viaggio non soltanto attraverso la sua ventennale carriera musicale, ma soprattutto attraverso le mille sfaccettature di un mondo osservato con uno sguardo lucido, talvolta un po’ cinico ma pur sempre improntato a un ottimismo di fondo.

“Bisogna ritornare bambini e recuperare un po’ del loro spirito”, è l’invito ripetuto dall’artista nel corso del concerto, durante i suoi frequenti intermezzi di dialogo con il pubblico, nei quali ha saputo intrattenere e divertire i fan con battute argute e con la sua ironia tagliente.
È un rapporto schietto e familiare, quello tra Brunori Sas e il suo pubblico, e anche ieri sera non sono mancati simpatici “siparietti” come quando l’artista ha ironizzato sul campanilismo tipico delle città toscane (introducendo il pezzo “Lei, lui, Firenze” dedicato al capoluogo) e sulla consuetudine dei toscani di invocare la divinità “accompagnandola” con la più vasta fauna possibile.

È stato un susseguirsi di momenti ironici e momenti seri, tra brani più “intimi” cantati quasi sottovoce al pianoforte e altri eseguiti a tempo con il battito delle mani del pubblico: da “Al di là dell’amore” (brano di apertura del live, uno dei suoi maggiori successi radiofonici) a “Guardia 82” (ricordo di una lontana estate tra gli echi del Mundial, “unico mio pezzo estivo” come ha scherzosamente ricordato l’autore), da “Lamezia Milano” (brano autobiografico sul contrasto tra provincia e metropoli, metafora del “ragazzo di Calabria” e richiamo alle proprie origini) a “Per due che come noi” (autentico inno all’amore nato, perso, ritrovato), le quasi due ore di concerto sono volate via nell’esplorazione dell’universo brunoriano e delle sue emozioni.

Chiusura con “Arrivederci tristezza”, conclusione ideale di un cerchio apertosi a inizio concerto, tra echi del carpe diem oraziano – “oggi mi godo la mia tenerezza, arrivederci amarezza, oggi mi godo questa dolcezza e domani chissà” – e la speranza di trovare una nuova luce che ci faccia sorridere e stare bene anche in tempi così incerti e bui.









