sabato, Ottobre 24, 2026

Poggiotalks, la satira di destra secondo Alfio Krancic e Marco Tarchi

di Martina Lepore

POGGIO A CAIANO – Come si intreccia la libertà d’espressione alle esperienze politiche giovanili negli anni di piombo? Con questi interrogativi si è aperta la giornata di sabato 9 novembre all’evento culturale dei Poggiotalks, che presenta due importanti figure dello scenario culturale degli anni Settanta e Ottanta: il vignettista Alfio Krancic e il politologo Marco Tarchi.

Alfio Krancic

Alfio Krancic ha iniziato il suo intervento concentrandosi sulle esperienze giovanili, rivelatosi fondamentali per il percorso che lo porterà a intraprendere la carriera di vignettista, mettendo in luce il rapporto con l’ambiente politico e sociale a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, in forte subbuglio.

Nato a Fiume nel 1948, solo l’anno successivo si trasferisce a Firenze, sottolineando di essere stato fortunato nell’aver conosciuto una città “con spirito”. Definitosi uno studente non particolarmente interessato alla vita universitaria, Krancic racconta un evento che ha, a suo modo, segnato il successivo percorso lavorativo. Un giorno si ritrova a studiare con un gruppo di amici, e, notato un gruppo di ragazze, decide, non sapendo come approcciare, di avviare un giornaletto satirico usufruendo dell’oramai storico ciclostile, per cercare di conquistare la loro attenzione. Il capo-sala della Biblioteca Nazionale vede questi giornaletti e decide di catalogarli.

Approdato agli anni Settanta, inizia a collaborare con numerosi giornali del tempo, sparsi in tutt’Italia, in parte legati all’ambiente della destra – tra cui possiamo annoverare “La voce della fogna” – dando vita alla sua carriera da vignettista. Krancic prosegue sostenendo che l’ambiente satirico-politico del tempo fosse in un certo modo stato assorbito dalla frangia della sinistra, soprattutto nell’ambito delle rivolte del Sessantotto, e così decide che era arrivato il momento di dire la propria, di farsi sentire.

«Come si diventa vignettisti?» È una delle domande emblematiche dell’incontro, che consente di conoscere meglio il personaggio di Krancic, il quale sostiene che essere vignettisti è come “una patologia”. Con questa risposta tagliente vuol far comprendere in che modo la visione della realtà di coloro che si dedicano alla satira sia sostanzialmente distorta, e come ciò permetta di far emergere la propria creatività. Aggiunge inoltre come la frequentazione di certi ambienti culturali avesse favorito particolarmente lo sviluppo del senso critico e satirico, che sì, è necessario averlo in partenza, ma deve essere favorito e coltivato. La satira viene dipinta come un qualcosa di interiore, che necessita di essere tirato fuori, una vera e propria capacità artistica che oggi è mutata.

«Possiamo oggi parlare di effettiva libertà di stampa? E di pensiero?» Così continua l’intervista a Krancic, il quale per rispondere si serve di un’ipotetica linea del tempo composta da tre eventi che hanno mutato, a suo dire, il modo di vivere il giornalismo e la satira: pandemia da Covid-19, guerra in Ucraina e infine conflitto israelo-palestinese. Krancic li definisce come «tre tasti dolenti», per quanto riguarda le posizioni del giornalista e del vignettista, soprattutto per quanto concerne l’eventualità di posizioni “scomode” e terreni minati. Nel 1990 Krancic inizia una collaborazione col giornale Secolo d’Italia, e il direttore gli pone una domanda che desta molte perplessità sulla libertà di stampa oggi: «Krancic, ma lei se la sente di firmare col suo cognome?».

Quest’interrogativo, che a primo acchito potrebbe sembrare atipico, nasce dal fatto che la maggioranza di vignettisti, e non solo, al tempo adottassero come strategia quella dell’utilizzo di pseudonimi. Krancic ha tenuto a sottolineare di aver rifiutato nettamente, sostenendo che avrebbe voluto assolutamente firmare col suo cognome, e cosi fece dall’inizio a oggi.

Questo tema è stato poi ripreso nel pomeriggio da Tarchi, il quale ha sostenuto che anche nel caso de’ “La voce della fogna”, molti autori firmassero con pseudonimi. La narrazione sulla libertà di stampa procede poi con una breve parentesi sull’“Ossigeno per l’informazione”, un organismo molto importante per la professione giornalistica e informativa, promosso dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana e dall’Ordine dei Giornalisti, che ha come obiettivo quello di tutelare la libertà d’espressione e la libertà di stampa, con particolare attenzione a: minacce, abusi e censure a danno dei giornalisti e di conseguenza alla libertà d’informazione.

L’incontro si è chiuso con la presentazione del nuovo libro di Krancic “Racconti Pandemoniaci”, narrazione irriverente e critica rispetto all’epoca moderna, con particolare accezione al periodo pandemico, alle sue conseguenze sociali e infine all’utilizzo del concetto di “anti-fascismo” nella politica odierna.

Marco Tarchi

Il professore e politologo Marco Tarchi, si è concentrato sugli spazi giovanili in relazione alla politica dopo l’esplosione dei moti del Sessantotto, momento che definisce come “antesignano” delle esperienze successive, a partire da La voce della fogna. Nel 1968 Tarchi si trova a Milano come studente liceale, figlio di genitori della medio-piccola borghesia che stava iniziando a vedere i cambiamenti di una società in tumulto, un tempo che stava cambiando e che stava sgretolando le culture tradizionali, un andazzo graduale verso la fase della cosiddetta post-modernità. Inizia così a svolgersi un attivismo politico che vede degli enormi cambiamenti, e il movimento studentesco apre le porte a una colossale contestazione tra destra e sinistra giovanile.

Il dicembre 1974 è un momento cruciale perché nasce “La voce della fogna. Giornale differente” in risposta alla classica affermazione “fascisti carogne tornate nelle fogne” adottata, come sostenuto dallo stesso professore durante l’intervento, dalla sfera della sinistra nel pieno di quel processo d’intimidazione sistematica nei confronti dei militanti dell’MSI e dei partiti di estrema destra. Condizione che Tarchi metaforicamente chiama una “cappa di piombo” che sfocerà in atti violenti e rivoltosi come risultato di una radicalizzazione ed esasperazione che era diventata estrema. Ed ecco che nasce il giornale come tentativo di parlare da giovani a giovani, un modo per ricercare il dialogo intra-generazionale, ma allo stesso tempo per ribellarsi e farsi sentire. Emblematico il nome scelto per il primo articolo del primo numero: “Oggi le catacombe si chiamano fogne”.

L’intervento è proseguito con un focus sugli scenari della destra parigina, che Tarchi ha definito importantissimi per la fondazione del giornale. L’esperienza francese è stata di fondamentale importanza per la ricerca di voci alternative, oltre al fatto che l’arte della vignetta, lì avesse già spazio e fosse sintomo di un particolare fermento per la ricerca di un ambiente libero. Cruciale fu l’incontro col musicista, oltre che giornalista, Jack Marchal, figura importante nella milizia della destra parigina e creatore della figura del “rat noir”, il ratto nero, una delle colonne portanti dei manifesti artistici della destra e che verrà ripreso per “La voce della fogna” come protagonista di numerose vignette.

Tarchi ha definito quest’esperienza giornalistica come “di quanto più criptico esiste”, un qualcosa che poteva essere concepito e vissuto in maniera esclusiva da coloro che avevano vissuto in prima persona quegli anni. Area di radicalismo di destra e testimonianza di un’epoca a dir poco effervescente per la politica, il giornale si era posto come obiettivo principale – al di là del secondario e marginale progetto politico – quello di immettersi nel clima di guerra che esisteva tra destra e sinistra grazie allo strumento della satira, che Tarchi definisce come un funzionale strumento di lotta politica, usata da entrambe le parti ancora oggi.

Alla domanda su come l’avessero presa gli esponenti del Fronte della Gioventù, Tarchiha risposto con un’espressione molto sintetica, semplicemente: «molto male», una risposta breve quanto emblematica, che racchiude in che modo anche le frange dell’estrema destra avessero delle sfumature interne differenti e spesso in contrasto, tant’è che Tarchi sostiene che con alcune di queste fosse in polemica, e che non fossero particolarmente contente dell’esperienza del giornale.

L’incontro si è chiuso con un’interessante riflessione sul rapporto tra ambienti giovanili e politica, con particolare accezione sulle differenze che esistono tra ieri e oggi. Per quanto riguarda i giovani, negli anni Settanta avevano mostrato un estremismo politico che era sintomo di un’esperienza interessante che aveva fatto emergere a suo modo spazi sociali di grossa rilevanza che forse in un certo senso oggi non esistono più. Per quanto riguarda l’evoluzione che la lotta politica ha vissuto, a partire, prendendo come momento emblematico il Sessantotto, Tarchi tende a sottolineare che già dalla nascita del giornale, nel 1974, fino ai giorni finali nel 1983, ci fossero stati molti cambiamenti, ponendo l’accento sugli anni del cosiddetto “riflusso”, che hanno visto il decadimento, anche se graduale, dell’accalorata lotta politica tipica del decennio precedente. Il forte interesse politico che era stato tipico degli anni a cavallo tra i Sessanta e Settanta (il Sessantotto è stato il sintomo perfetto), inizia a disperdersi, fino ad arrivare ai drammatici risultati odierni che vedono un disinteresse per la “cosa pubblica” molto grave. Tarchi ha concluso definendo “La voce della fogna” come “frutto” di un tempo ormai passato, fedele ai propri ideali e allo stesso tempo fortemente critico e dissacrante, ricco di voci che volevano farsi sentire, un’esperienza ormai conclusa ma testimonianza importante di ambienti giovanili ricchi e floridi.

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