di Andrea Capecchi e Alberto Agresti
PISTOIA – In questi giorni di file estive lungo la strada provinciale Montalese con il semaforo che scandisce i tempi di attesa di fronte alla scuola di Pontenuovo, la curiosità di molti sarà stata solleticata dalla comparsa lungo strada dei ruderi di un edificio, sepolto ormai da ottant’anni.
Si tratta di una scoperta molto interessante e non del tutto inaspettata per chi conosce la storia del territorio pistoiese e i suoi monumenti perduti: un ritrovamento che apre una finestra sul passato della frazione di Pontenuovo e sulla storia di edifici scomparsi e in parte dimenticati, oltre che sulla memoria di fatti dolorosi della fine della Seconda Guerra Mondiale.
Durante i lavori di costruzione, attualmente in corso, della nuova Ciclovia del Sole lungo via Sestini, nel tratto compreso tra gli incroci con via di Forramoro e via di Paterno, in località Pontenuovo, a seguito dello sbancamento di un muro a monte della strada sono emersi i resti delle mura di un oratorio che faceva parte dell’antica villa di Paterno, situata a poche decine di metri più a monte, in corrispondenza dell’attuale villa Sbigoli.

Il nome Paterno è attestato dalle fonti fin dal 1415, e si può presupporre l’esistenza di un qualche fabbricato nell’area della villa già in quella data. Sicuramente tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento in questa zona venne realizzata dalla famiglia Sozzifanti un’imponente costruzione signorile, nota come Villa di Paterno, della quale oggi non resta più traccia, se non nella memoria orale e nella toponomastica locale, come ci ricorda un’omonima via che, staccandosi dalla provinciale all’altezza di un tabernacolo – un tempo posto presso un piccolo ponticino – ancora visibile sulla destra per chi proviene da Pistoia, conduce al plesso della scuola dell’infanzia “Marini” e alle case alle falde della collina di San Quirico, costeggiando un fosso parzialmente interrato.
L’attuale “villa di Paterno” esiste come abitazione privata, ma si tratta di un edificio ricostruito nel secondo dopoguerra, dal momento che sia la “vecchia” villa sia la cappella vennero fatte saltare nel 1944 durante la ritirata tedesca per fare “terra bruciata” e impedire ai partigiani pistoiesi di avere rifugi o punti di appoggio lungo la Montalese.

Alcune informazioni su come apparivano la villa e i suoi annessi possono essere ricavate dalla cartografia storica e da alcune foto di inizio Novecento. Nel catasto generale toscano dell’età granducale, datato 1824, all’interno del foglio dedicato al “popolo della pieve di San Quirico e Giulitta”, compare ben visibile, circondata dai campi, la struttura compatta della villa di Paterno, posta non lontano dalla “strada del Montale” il cui tracciato corrisponde in questo tratto all’attuale via Sestini. Proprio lungo la strada, separata dalla villa, è segnalata un’altra piccola struttura disposta in maniera longitudinale, a destra del cancello di accesso alla villa: si tratta proprio del “chiesino” di Paterno.

Ancor più esplicative sono le fotografie impiegate su alcune cartoline degli anni Venti, dove la villa appare come un grande edificio di tre piani a pianta rettangolare, nelle forme delle classiche dimore signorili di campagna del territorio fiorentino del Cinque e Seicento. Non è un caso che ai progetti della villa sembra abbia messo mano l’architetto Jacopo Lafri (1550-1620), lo stesso che dalla fine del Cinquecento si era occupato del completamento e della messa in sicurezza della cupola del Santuario della Madonna dell’Umiltà a Pistoia e del rifacimento dell’abside della Cattedrale, oltre che di numerosi interventi di architettura civile per le famiglie nobili pistoiesi. È attestata la sua presenza, insieme a elementi della sua bottega, nel restauro e nella ricostruzione secondo i canoni architettonici di inizio Seicento della vicina villa Imbarcati, anch’essa proprietà dei Sozzifanti.
Alla villa si accedeva con un percorso carrabile sul lato occidentale in corrispondenza dell’attuale viale alberato, mentre a sud, in posizione frontale, lungo la strada principale si trovava una scalinata per l’accesso pedonale, al lato della quale, a destra del cancello si ergeva la chiesetta, che le fonti degli archivi vescovile e comunale ricordano come “oratorio della Natività della Beata Vergine Maria”.

La cappella era posta leggermente soprelevata rispetto alla strada e orientata in senso est-ovest. Era formata da un’unica aula a pianta rettangolare, con tetto a doppio spiovente, e in facciata, posta sul lato est, oltre al portale centrale in pietra, si trovavano tre finestre ovali, anch’esse con cornice in pietra: due più piccole e simmetriche ai due lati della porta, e una più grande, al di sopra di essa. Le fonti ricordano delle decorazioni e dei quadri al suo interno che ne dovevano impreziosire l’ambiente.
La sua posizione, al di fuori del muro di cinta della villa, ma connessa ad essa nel percorso della scalinata d’accesso, ne sanciva il legame con i proprietari della stessa e al contempo dimostrava un suo uso comunitario, aperto alle famiglie del contado.
Le notizie sulle origini della villa sono piuttosto incerte, ma si può supporre con una buona dose di sicurezza che essa si sia andata configurando come villa rurale nella prima età barocca e intorno alla seconda metà del Seicento (1685) si sia munita della cappella privata nelle forme note, vista la larga diffusione di oratori collegati alle ville e alle residenze nobiliari di campagna durante questo periodo, e ancora fino all’età delle riforme di Scipione de’ Ricci, come testimoniato, per esempio, dall’oratorio della villa Smilea, fatto erigere nel 1650 dalla famiglia Covoni.
La dedica alla Vergine rientrerebbe nel quadro degli edifici dedicati al culto mariano, anche su spinta granducale, sorti tra fine Cinquecento e primo quarto del Seicento, antecedenti cioè alla peste di manzoniana memoria, alla quale seguiranno i numerosi oratori dedicati a S. Rocco e a S. Carlo Borromeo.

Nel 1689 la villa di Paterno è attestata fra le numerose proprietà della potente famiglia pistoiese dei Sozzifanti, che oltre ai tre palazzi in città acquisiscono anche le vicine ville di Paterno e Imbarcati, creando un vero e proprio “centro di potere” rurale in quest’area tra Pistoia e Montale. Si tratta di una delle famiglie più in vista della Pistoia di quegli anni, uscita dalla guerra civile tra le fazioni dei Panciatichi e dei Cancellieri, che forti della loro lealtà al granduca riuscirono ad accrescere le proprie ricchezze.
A questi subentrarono i Pecori-Vettori, famiglia fiorentina giunta a Pistoia agli inizi del Settecento e che la possedette da inizio Ottocento fino al primo dopoguerra. La distruzione durante l’ultima fase del conflitto prima della ritirata dei tedeschi verso la Linea Gotica vide la trasformazione della provinciale tra il ponte sulla Bure e via del Forramoro in una zona di postazioni di tiro per gli obici tedeschi piazzati a contrastare l’avanzata degli Alleati da sud. Di queste postazioni si conservava traccia ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, nei muri di cinta dei campi a valle della strada – oggi non più esistenti – dove si intervallavano delle lacune in corrispondenza proprio dei cannoni, che sfruttavano il muro come ulteriore difesa.
Questo dispiegamento di forze e le consistenti distruzioni ben si spiegano con la vicinanza della Linea Gotica sul crinale appenninico e con la presenza per mesi del feldmaresciallo generale Kesselring, fedelissimo di Hitler e responsabile delle stragi di Fucecchio e di Sant’Anna di Stazzema, nella vicina villa di Celle.
Il ritrovamento dei resti dell’oratorio durante gli scavi per la costruzione della ciclovia non ha quindi sorpreso gli studiosi di storia locale: infatti durante la loro ritirata le truppe tedesche non rasero al suolo gli edifici, ma abbatterono le pareti, tanto che dopo la guerra le macerie vennero utilizzate per la costruzione di nuove case sorte lungo la via Montalese a Santomato in località il Poggiolino.
I ruderi della villa e della cappella ancora visibili negli anni Cinquanta e Sessanta – le foto aeree del 1954 ci mostrano ancora l’area delle rovine – dopo essere stati usati come cava di materiali per l’edilizia, vennero infine spianati, creando su quanto restava dell’oratorio un terrapieno con macerie e terra, ricoprendo parte delle mura che di recente sono “riemerse” assieme alle strutture dell’oratorio.

Ben visibili dalla strada sono resti di pavimentazioni a mattoni e parte del muro perimetrale intonacato, realizzato a retta contro terra, oltre che traccia delle scalette che dal piano della vecchia strada conducevano allo spazio antistante l’ingresso dell’edificio. Il recente ritrovamento, reso noto a mezzo stampa, di elementi di trabeazioni in pietra di portali o altari con lo stemma degli Sozzifanti, avvalora ulteriormente quanto noto da documentazione storica.
Attendiamo a questo punto con curiosità e interesse gli esisti delle ricerche archeologiche in corso, condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza di Lucca, Massa Carrara e Pistoia.







