di Giacomo Martini
VENEZIA – Tra i film più attesi quello di Luca Guadagnino presentato ieri in concorso alla Mostra del Cinema di venezia.
Maren, una convincente Taylor Russell , 18 anni nel film “ Bones And All “ in concorso alla Mostra – è “figlia” dell’America reaganiana anni ‘80, di un padre che la cresce ma poi le lascia “solo” il nastro di una musicassetta in eredità di se stessa, e di una mamma che non è certa esista ancora.

Un “pigiama party” tra compagne di liceo, l’intimità intuita con una di loro e un improvviso e incontrollato morso cannibale, così Maren prende coscienza per la prima volta di sé, della sua condizione, di un istinto difficilmente dominabile, una fame bulimica “disfunzionale”. Eppure, non è l’unica. La prima tappa di Maren – obbligata, per una questione di soldi, non molti erano i dollari in tasca – è Columbus, nella notte illuminata solo dai lampioni e con la silhoutte, che poi prende forma, un uomo dall’aspetto bizzarro, quasi fiabesco si potrebbe dire – diverse spille sul panciotto, una cappello piumato in testa, e una lunga treccia lungo la schiena –, che le “appare” di fronte; l’ha annusata, ha sentito l’odore di una sua “simile”.
Lui è Sully (Mark Rylance), cannibale che sente l’avvicinarsi della morte delle persone, così attende e poi le mangia. Ciascun cannibale ha le proprie regole, lui – per esempio – invitando amorevolmente a casa sua Maren, le spiega che la sua prima è di non sfamarsi mai di un altro come loro. Banchetteranno poi insieme, Maren e Sully, poche ore più tardi. Ma Maren è tormentata da questo suo status, e inquietata in fondo e da Sully: riprende il suo viaggio.
“L’amore tra questi due personaggi è tragico e fortissimo. È difficile trovare la propria tribù e questo film è stato fatto durante la pandemia: la sensazione di essere isolati, di non avere una tribù, di non avere contatti sociali, ci ha rallentati nel capire chi siamo nel mondo.
Noi abbiamo trovato il nostro ruolo nella storia: Maren e Lee sono persone che si isolano profondamente, senza un vera identità, e che attraverso lo specchio dell’amore trovano un modo di formarsi, di crescere” spiega Chalamet, sempre in parte, che dà la sua massima intensità nella sequenza in cui confessa a Maren la propria storia famigliare, in cui si lascia trasportare dal pianto con tutta la tensione mimica possibile del volto, che Guadagnino inquadra con occhio magistrale e ravvicinato, come ad entrare quasi fisicamente dentro al concetto dell’interiorità.










