mercoledì, Settembre 9, 2026

Presente Italiano, il direttore Galardini sull’ottava edizione

di Francesco Belliti

PISTOIA – Nella serata di giovedì si è chiusa l’ottava edizione di Presente Italiano con la proiezione del documentario ‘E tu come stai?’ sugli operai della GKN e con il verdetto sui film in concorso che ha visto trionfare ‘L’età dell’innocenza’ di Enrico Maisto. Un documentario toccante per il suo modo di raccontare il rapporto tra il regista ed i suoi genitori nel momento in cui il primo entra definitivamente nell’età adulta ed i secondi si avviano verso l’ultimo capitolo della loro esistenza.

Michele Galardini (foto Stefano Di Cecio)

“Una vittoria che non mi aspettavo ma che non mi ha neanche sorpreso – confessa il direttore artistico di Presente Italiano Michele Galardini – Avevamo costruito un concorso molto equilibrato, ma ci ha stupito vedere come il film di Maisto, rispetto agli altri, abbia raccolto una media voto molto alta. L’incontro con il regista in sala, poi, era stato molto caloroso: segno che questa sua storia privata aveva avuto la capacità di arrivare a tante persone”.

Pensi che il ritorno della giuria popolare sia stato decisivo per il verdetto finale?

Senza dubbio è stato un aspetto decisivo. Io ho molto sofferto, in questi ultimi anni, l’assenza della giuria popolare: è utile al festival poter dare un premio che non sia calato dall’alto, ma è anche molto bello mettere insieme persone diverse, che non si conoscono ma che condividono la passione per il cinema. È un modo per creare una comunità di appassionati.

Nella selezione di quest’anno sono presenti molti film che hanno avuto scarsa distribuzione e che hanno in comune il loro modo di guardare al passato: puoi spiegarci la scelta?

Sì, soprattutto guardare al passato per leggere il presente: un modo di raccontare e di fare cinema che ci piace molto. Così come ultimamente preferiamo evitare di inserire in concorso un film che è stato visto molto più degli altri, come ad esempio fu ‘Indivisibili’ che vinse nel 2017. Siamo e rimaniamo un festival piccolo e dobbiamo lavorare su un certo tipo di distribuzione. Per quanto riguarda i film in concorso di questa edizione, solo ‘Il buco’ era già stato proiettato, mentre gli altri sono tutti inediti nel territorio. Sono titoli dove si sente la volontà di fare un cinema di più ampio respiro rispetto ai confini nazionali, infatti sono passati da festival maggiori.

Si può dire che questa è stata l’edizione più politica di Presente Italiano?

Sono assolutamente d’accordo. Anzi riflettevo sul fatto che fare cultura è anche fare politica. L’abbiamo sempre fatta, in realtà, ma quest’anno siamo stati probabilmente più diretti, coinvolgendo delle realtà attive negli ambiti della parità di genere, del lavoro, dell’ingiustizia sociale. Mettere insieme in una libreria, ad esempio, una realtà come CinematograFica che si occupa di transizione di genere e persone che non hanno una conoscenza sterminata del tema consente di creare un dialogo politico. Sono contento che questo aspetto sia passato, perché la nostra intenzione è schierarci, non tanto a livello di appartenenza quanto a difesa di qualcosa e di qualcuno.

Questa è stata anche l’edizione di Enrico Ghezzi: un vero profeta dei mass media, non trovi?

Viveva con la testa nel 2022 già negli anni Ottanta. ‘L’acquario di quello che manca’ è una raccolta monstre in cui c’è tutto e dove la televisione è la parte terminale di un discorso sulla società. Lucido, spietato e brutale, ha colto molte cose in grandissimo anticipo.

Non meno importante l’omaggio a Bolognini. Com’è stato contribuire ad esso insieme ad altre realtà?

Il nostro omaggio è riuscito bene, anche a livello di proiezioni. La mostra di Pistoia Musei è straordinaria: è un qualcosa di inedito nel nostro territorio per il livello che esprime. Siamo sulle stesse vette di ‘Folgorazioni figurative’, la mostra su Pasolini a Bologna. Nel momento in cui siamo stati contattati dalla direttrice Monica Preti per collaborare all’organizzazione di questo evento, mi sono trovato per la prima volta a lavorare con un ente che stava facendo qualcosa di grande e che ci voleva davvero coinvolgere. Per fortuna, l’insensata tendenza pistoiese e italiana a stare ognuno nel proprio recinto, alle volte, viene meno.

Il discorso sulle sale: ogni anno ci ritroviamo per parlarne ma sembra che niente cambi, vero?

C’è un nuovo governo e un nuovo ministro della Cultura, la cui idea principale, non nuova, è quella di abbattere il costo del biglietto. Il mercato ci dice qualcosa di diverso, dall’eventizzazione delle uscite, ormai impossibile, alla distribuzione in sé. Siamo in un periodo storico in cui la piattaforma sta stravincendo sulla sala, dove la prima legittimamente non ha alcun interesse ad uscire nella seconda. Negli ultimi decenni non abbiamo messo le basi per formare un pubblico sempre nuovo. Ho chiesto agli studenti delle superiori quante volte andassero al cinema: il massimo che ho sentito è tre volte l’anno. Stiamo perdendo quel pubblico: da un lato perché non ci sono prodotti ad esso indirizzati e dall’altro perché non fanno cinema a scuola. Il cinema è uno degli strumenti per leggere il presente: finché non si capirà, continueranno a chiudere le sale e noi resteremo lì a chiederci come mai.

Forse è anche il cinema italiano a non riuscire a creare prodotti in grado di portare più persone in sala?

Le pecche si vedono soprattutto dalla collocazione di alcuni film, che dovrebbero andare nelle monosale e invece vengono fagocitati dai multiplex. È una situazione che a volte fatico a comprendere. Non capisco, ad esempio, come mai gli esercenti non si lamentino di questa situazione ma si limitino a parlare soltanto quando devono annunciare la chiusura del cinema. Poi ci sono i distributori che non danno spiegazioni sulle loro scelte, gli agenti regionali che fanno il bello e il cattivo tempo, le sale stesse che ormai sono antiquate. I bandi ministeriali, infatti, finanziano solo sale polifunzionali e pochissime lo sono, in Italia. Poi veniamo anche dall’ultimo biennio di Franceschini, dove le sale cinematografiche sono state demonizzate nonostante fossero palesemente uno spazio sicuro. Ciò ha avuto un impatto psicologico sulle persone che nessun ‘cinema a tre euro’ può sanare.  

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