mercoledì, Settembre 9, 2026

Presente Italiano, immergersi nell’acquario di Enrico Ghezzi

di Francesco Belliti

PISTOIA – Le letture pubbliche di libri più o meno appena usciti sono spesso sensibili del rischio di scadere nella drammatizzazione auto-incensante dell’autore di turno e di ciò che la sua mente ha deciso di partorire tra il sabato e la domenica. Questione di atmosfera, ridicolmente improbabile salvo rari casi. L’eccezione la costituiscono eventi come quello avvenuto presso la libreria Lo Spazio in via dell’Ospizio nella cornice del festival cinematografico Presente Italiano.

Saccone mostra il libro di Enrico Ghezzi (foto Stefano Di Cecio)

L’occasione già di per sé rassicurava per il soggetto chiamato in causa, ossia Enrico Ghezzi e la sua opera di scrittore, critico dei media, filosofo dell’immagine e poeta della stessa. Un’opera felicemente e pazientemente raggruppata ne ‘L’acquario di quello che manca’, compendio sterminato e mastodontico, per chi non fosse familiare, dello sguardo ghezziano sul complesso e al tempo stesso superficiale linguaggio televisivo.

Articoli, pillole, frammenti, parole introdotte dalla figlia Aura Ghezzi insieme a Leo Canali ed Edoardo Saccone del podcast Casaba, lette da Valentina Vannelli e musicate da Alias. L’esperienza si può riassumere con l’atto dell’immergersi: una discesa nel profondo delle acque che ha qualcosa di innaturale e poetico, come nella famosa sequenza de ‘L’Atalante’ di Jean Vigo, non a caso usata anche in ‘Fuori orario’.

Ecco, appunto, l’immersione è anche nel flusso dei ricordi. Quelli di serate pre-prandiali ad aspettare ‘Blob’, così come quelli legati alla scoperta di cineasti giapponesi come Kitano o Tsukamoto o dell’Amleto di Carmelo Bene. Infine, nello specifico delle letture, a momenti televisivi come il malore di Andreotti in una trasmissione Mediaset o lo spot della Telecom con protagonista involontario postumo il Mahatma Ghandi.

Riferimenti posti, in forma di memorie assopite, lungo tortuose riflessioni sull’immagine e sul nostro incoscientemente infelice rapporto con essa. Infelice e non realizzato per il limite innato nel percepirla, e di conseguenza comprenderla. Al centro c’è, sempre, la televisione, definita in ‘La cosa prima dell’immagine’ come “maschera della presenza e del presente”. Illusione del vedere mentre, fuori campo, il potere politico ed economico agisce e decide, con le parole ghezziane che, tra le parentesi, prevedono (l’anno è il 1989) le paure invisibili (o viste di sfuggita) dei nostri giorni.

Così come profetizzano, non molto più avanti, il macro-villaggio contemporaneo “della grande comunicazione”: quella senza limiti geografici e sociali (da qui, dunque, il termine in uso) dove tutti possano diventare uno, fine ultimo ed esclusivo, fino a quel momento, delle religioni. Che in un certo senso fa da prodromo al culto social della personalità o dell’immagine di sé, altra utopia sottilmente proposta dall’alto. Sempre citando la fonte, “ogni strada totalitaria al convivere è lastricata di pubblicità progresso”: mai riflessione più puntuale fu fatta senza però essere ascoltata.

Le letture da Ghezzi e per Ghezzi diventano così, come raramente accade, un evento collettivo, speciale nel suo essere per una buona volta “qui e ora (e basta, aggiungerei)”. Un momento per essere colti e colpiti da stimoli sonori, non solo per il bel sottofondo musicale che accompagna ma anche per quelle parole capaci di diventare immagini nella mente, perfettamente sfuggenti come un soggetto mosso in una polaroid. In sintesi, l’esperienza di nuotare nell’acquario di Enrico Ghezzi e, per una volta, non in quello dei dipendenti di ‘Fantozzi’.

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