mercoledì, Settembre 9, 2026

Prisma Lab. Intelligenza artificiale: c’è ancora molto spazio per gli esseri umani

Di Andrea Mori

PRATO – È proseguito a PrismaLab, centro polifunzionale dal look piuttosto futuristico e recentemente inaugurato dal Comune di Prato nel cuore del Macrolotto Zero, il ciclo di incontri dal titolo “Intelligenza artificiale. Attualità e prospettive” organizzato dalla Biblioteca Lazzerini. L’incontro ha preso le mosse dal seguente quesito: “Può una macchina apprendere e pensare? Presente e futuro dell’intelligenza artificiale”. 

L’incontro a Prisma Lab

Per tentare di dare una risposta era presente Stefano Martina, ricercatore all’Università di Firenze. A moderare Martina Ruffo, biologa.

Martina parte da una citazione di Alan Turing, vissuto nella prima metà del ‘900 e considerato uno dei padri dell’informatica (interpretato da Benedict Cumberbatch nel film del 2014 The Imitation Game): “Quello che vogliamo è una macchina che può imparare dall’esperienza” e, dice il ricercatore, “in qualche modo il machine learning si può riassumere con questa frase”. 

L’intelligenza artificiale si divide in due categorie, la «weak AI» (intelligenza artificiale debole) e la «strong AI» (intelligenza artificiale forte), quest’ultima intesa come quella in grado di sostituirsi all’uomo, quindi per intendersi il classico robot del film di fantascienza: l’intelligenza artificiale forte sarebbe capace di ragionare in modo consapevole, di trarre conclusioni e di prendere decisioni che non hanno bisogno della supervisione dell’uomo. Tuttavia ancora non sembra giunto il tempo per gli esseri umani di finire in soffitta (giudichi il lettore se sia un bene o un male). Stefano Martina infatti rassicura “che oggi non siamo ancora a quel livello” perché i modelli di intelligenza artificiale con cui abbiamo a che fare lavorano su tasks (compiti ndr.) ben specifici, problemi circoscritti.” Per questo motivo, dice, forse non è proprio corretto chiamarla “intelligenza”. 

La weak AI la si trova nelle app dei nostri smartphone, negli assistenti vocali come Alexa e Siri, nei videogiochi e nei social media.

E c’è un motivo per cui probabilmente si parla di «debolezza», i modelli di weak AI “vengono addestrati su problemi ben specifici, come ad esempio riconoscere immagini di gatti e cani, e dobbiamo stare attenti perché se li addestriamo prima su un problema e poi su un altro si dimenticano ciò che hanno appreso”. 

Per spiegare ulteriormente la differenza, dice Martina, “noi esseri umani possiamo andare a vedere un concerto di musica classica che con quello che ci lascia lo possiamo anche applicare in altri contesti. Abbiamo cioè la capacità di traslare conoscenze da un dominio all’altro”. 

Oggi alle 18, per chi fosse interessato a saperne di più sul tema, si terrà l’ultimo incontro dal titolo “E se l’intelligenza artificiale fosse già presente tra noi?”

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