PRATO – La qualità della vita nella provincia di Prato nel 2025, ha compiuto un balzo di 18 posizioni, rispetto allo scorso anno, raggiungendo il 21° posto nella classifica generale italiana. Un percorso quasi netto se non fosse per la categoria reati e sicurezza dove si piazza al 100 posto con una perdita secca di 13 posizioni.
Indicazioni positive da tutto il resto: Ambiente (21°, +1), Istruzione (78°, +3), Lavoro (3°, +12), Reddito e ricchezza (28°, +16), Salute (50°, +14), Sicurezza sociale (3°, +45), Turismo (44°, +5).

A livello toscano, Prato si colloca al terzo posto, preceduta da da Firenze (quarto posto a livello nazionale, la prima nel centro Italia), e Siena (18ma) che fa un salto di undici posizioni; la provincia pratese è seguita da Pisa (24ma) che cresce di dieci posizioni, Lucca (31ma) che sale di quattro posizioni. Poi ci sono Livorno (38ma), Arezzo (47ma), Grosseto (49ma). Al penultimo posto, Pistoia (57°, -2) e Massa Carrara (59°, +2).
E’ quanto emerge dalla ricerca di Italia Oggi su come si vive nelle città italiane.
La classifica di Italia Oggi – Ital Communications, in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, è stilata sulla base di 92 indicatori, suddivisi in nove macro-categorie: “Affari e Lavoro”, “Ambiente”, “Istruzione”, “Popolazione”, “Reati e Sicurezza”, “Reddito e Ricchezza”, “Salute”, “Sicurezza Sociale” e “Turismo e Cultura”. Alla provincia con il posizionamento migliore vengono assegnati mille punti, mentre zero a quella peggiore.
La classifica della qualità della vita 2025 restituisce un’Italia peggiorata di poco rispetto allo scorso anno ma meno polarizzata. Milano si conferma in cima, seguita da Bolzano e Bologna, mentre Trento, Padova e Verona consolidano la forza del Nord-Est. Rispetto al 2024, la media della classifica generale è scesa di 30 punti. Il Nord e il Centro restano ai vertici, il Mezzogiorno riduce le cadute più profonde, ma non accorcia davvero la distanza. Alcune province del Sud, come Cagliari e Lecce, mostrano segni di resilienza che un tempo sembravano impossibili. Non si tratta di un ribaltamento, ma di un riequilibrio: il quadro che emerge dalla classifica generale è quello di un’Italia con una qualità della vita compressa verso il centro della classifica.

Nelle grandi città il ritmo di crescita si è rallentato; sono invece le realtà intermedie – Lucca, Prato, Rimini, Treviso – a muovere la classifica, segnando la vitalità diffusa di un tessuto urbano medio che si fa più competitivo.
Rispetto al 2024, la qualità complessiva è leggermente peggiorata di 30 punti nella classifica generale. Si consolida una tendenza già in atto: il Nord e il Centro restano ai vertici, il Mezzogiorno riduce le cadute più profonde, ma non accorcia davvero la distanza.
Tra le nove categorie analizzate, la Sanità è quella che ha inciso di più sul risultato finale. Nel 2025 quasi tutte le province italiane registrano un incremento di punteggio: un miglioramento medio superiore ai 150 punti rispetto all’anno precedente. È un dato trasversale, che non riguarda solo il Nord. In molte regioni del Centro e del Sud crescono – seppur di poco – i posti letto, migliorano i tempi d’attesa, si potenziano le reti di prossimità.
Non tutte le dimensioni del benessere, però, mostrano segni positivi. Le categorie “Reddito e ricchezza” e “Sicurezza sociale” segnano nel 2025 un peggioramento medio: il punteggio nazionale cala rispettivamente di circa 40 punti e di oltre 30 punti rispetto al 2024. Il rallentamento economico degli ultimi mesi, l’inflazione che continua a erodere il potere d’acquisto e il costo della vita in crescita penalizzano soprattutto le aree urbane e i ceti medi. Province come Milano, Bologna e Firenze restano in testa per redditi medi, ma perdono alcune posizioni nella percezione di benessere economico; in controtendenza Bolzano, che si conferma tra le prime due, e Padova, che sale nella top 20
Le economie più legate al turismo o ai servizi, come Rimini, Verona o Firenze, mostrano una maggiore volatilità dei redditi: oscillano con i flussi stagionali e subiscono gli effetti della frenata dei consumi interni. Sul fronte della sicurezza sociale c’è stato un arretramento medio del punteggio. Tuttavia non è possibile fare un confronto diretto con il 2024 perché la classifica quest’anno è cambiata molto: il tasso di inattività giovanile è stato rimpiazzato dal dato sui NEET, più efficace nel rappresentare l’esclusione sociale. Sono stati rimossi anche gli indicatori legati alla pandemia, come la mortalità per fasce d’età o i trattamenti sanitari obbligatori, sostituiti da nuovi parametri che misurano la sicurezza quotidiana: omicidi stradali, decessi per abuso di alcol o droghe e indice di affollamento carcerario. Nel complesso, però, la tendenza è sempre la stessa con la maggior parte delle province del Nord e del Centro che popolano la top 20 – Ragusa unica eccezione – e le fasce più basse della classifica occupate da quelle del Sud.
L’Italia sembra aver ritrovato una linea di continuità, una stabilità di fondo che mancava da anni. La crescita dei servizi, il lieve miglioramento della sanità e la diffusione di modelli di sviluppo locali più equilibrati stanno progressivamente ridisegnando la geografia della qualità della vita. Il nuovo equilibrio non è ancora un traguardo, ma un punto di partenza. Dopo un decennio di scarti violenti – crisi, pandemia, inflazione – il Paese sembra entrare in una fase di consolidamento lento, in cui le differenze tra Nord e Sud si riducono.



