PISTOIA – Che cosa accomuna uno dei nostri poeti più amati alle recenti scoperte astronomiche? Più di quanto si possa immaginare. Nella mattina di ieri l’aula magna dell’Istituto Pacini di Pistoia ha ospitato una conferenza che ha unito poesia e scienza, letteratura e astrofisica, offrendo agli studenti uno sguardo inedito su Giovanni Pascoli. L’incontro, dal titolo “Un pianto di stelle. La visione galassocentrica di Pascoli”, si è svolto nell’ambito delle iniziative di “Pistoia capitale del libro 2026” ed è stato curato da Giuseppe Grattacaso, poeta e critico letterario, e da Claudia Mignone, scienziata e divulgatrice dell’Istituto Nazionale di Astrofisica.

All’evento hanno partecipato gli studenti delle classi quinte del Liceo delle Scienze applicate, accompagnati dai docenti di lettere, matematica e fisica. Al centro dell’incontro, una rilettura della figura di Pascoli in chiave scientifica. “La consuetudine scolastica – ha spiegato Grattacaso, per molti anni insegnante e vicepreside al Pacini – tende a presentare Pascoli come un poeta lacrimevole, segnato esclusivamente dai lutti familiari. Questa interpretazione, alla luce di studi più recenti e di un’attenta lettura dei suoi scritti poetici e critici, risulta però riduttiva. Pascoli è un autore non accademico, fortemente attratto dalla novità: nei suoi testi teorici la parola ‘nuovo’ ricorre con insistenza. Il suo pensiero non guarda nostalgicamente al passato, ma si proietta verso il futuro. Era un osservatore curioso e attento anche agli sviluppi scientifici del suo tempo. Per comprenderne il messaggio più autentico, occorre dunque liberarsi dell’immagine stereotipata del ‘nido’ “.
A confermare che il cielo pascoliano non è un semplice elemento decorativo o simbolico, Claudia Mignone ha illustrato il contesto scientifico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, periodo in cui si affermano nuove concezioni dell’universo. “Siamo negli anni – ha spiegato – in cui la teoria della relatività generale di Einstein mette in discussione la visione newtoniana della gravità, modificando il modo di intendere la relazione tra i corpi e lo spazio in cui si muovono. Anche Pascoli può essere letto alla luce delle conquiste scientifiche a lui contemporanee”. Il poeta ebbe modo di consultare testi fondamentali come l’Astronomie Populaire di Camille Flammarion, pubblicato nel 1880, nella biblioteca dell’Università di Bologna, ma il suo interesse per il cosmo risale già agli anni della formazione al Collegio degli Scolopi di Urbino. Qui insegnava Alessandro Serpieri, cosmologo e matematico di rilievo, studioso delle Perseidi e autore di una suggestiva relazione sull’eclisse totale di sole del 22 dicembre 1870. Nella biblioteca di Castelvecchio, inoltre, è presente il saggio Le armonie dei cieli di padre Denza, ulteriore testimonianza dell’attenzione pascoliana per l’astronomia.
I due relatori hanno quindi invitato gli studenti ad ampliare lo sguardo oltre le antologie scolastiche, rileggendo testi come Il bolide e Il ciocco dai Canti di Castelvecchio o La vertigine dai Nuovi poemetti.
“Questa lezione ci è piaciuta molto – ha commentato Giada Pisaneschi della classe 5 A sa, a nome di tutti gli studenti – perché ha unito due ambiti che sembrano lontani. Il professor Grattacaso ci ha aiutato a capire come Pascoli utilizzi il cielo e le stelle per esprimere sentimenti profondi come il mistero, la paura e la ricerca di senso, mentre la dottoressa Mignone ha spiegato in modo chiaro cosa sono davvero le stelle dal punto di vista scientifico. Per noi che ci avviciniamo all’esame di maturità, questi collegamenti interdisciplinari sono particolarmente utili e stimolanti. Il confronto tra l’approccio poetico e quello scientifico ci ha fatto riflettere su come scienza e letteratura possano dialogare e completarsi a vicenda”.







