PISTOIA – In un fresco pomeriggio che ha lo stesso profumo dei giorni d’attesa per la fine della scuola, dove l’odore di gelsomino si confonde con quello delle nubi cariche di pioggia, Silvia Vegetti Finzi e Manuela Trinci fanno tornare il pubblico dei Dialoghi un po’ bambino.
Con due interventi densi di citazioni, da Freud a Calvino, da Borges a Saramago, la psicologa e la psicoterapeuta infantile intessono un dialogo attorno all’anima dell’infanzia: il racconto.

“L’essere umano – spiega bene Vegetti Finzi – è un “essere di parola”. La parola genera senso, dipinge mondi, ferisce e allevia il dolore, si lega ad altre per costruire storie. Queste hanno importanza vitale: basti pensare a Sherazade, che attraverso la narrazione si salva e cura le ferite del cuore del re di Persia. La parola ascoltata dunque ha un ruolo fondamentale, fin da quando si è bambini, fin dalla gestazione. Il mondo infantile infatti è estremamente sensibile a stimoli esterni, e la fiaba è un potentissimo seme luminoso pronto a germogliare dentro i bambini e le bambine”.
La storia si intreccia fra voce narrante e ascoltatore, legandone i corpi e le menti, generando un dialogo attivo e creativo. “La fantasia difatti – sostiene Vegetti Finzi – è una capacità innata del pensiero, distingue l’uomo dalla macchina, e deve essere attivata. Ha un valore performativo e trasformativo, capace di cambiare il mondo in profondità una volta uscita dai solchi della tradizione.
Oggi però il bambino pensoso, con la “testa fra le nuvole”, è visto talvolta negativamente perché distratto, oppure perché non pienamente dedito a svolgere un compito assegnato. Non c’è niente di più sbagliato del pensare questo, afferma la psicologa. Quella bambina, quel bambino, nella propria distrazione, sta coltivando un mondo tutto suo, si sta conoscendo, sta maturando.
Scoprirsi è essenziale: uscire dalla gabbia di pregiudizi e previsioni fatte da esterni sul nostro futuro non è facile; richiede tempo, appunto”.
“Tempo speso con la testa sprofondata fra i cuscini del letto a fissare il soffitto senza un perché, per capire chi siamo” – risponde Silvia.
Il ruolo delle favole, per tanto, è decisivo. Se raccontate con passione, con calma, sono capaci di creare mondi altri, vite diverse. Fanno capire al bambino che c’è una speranza, che ci può essere un lieto fine (ma che va conquistato). Dicono ciò che nella realtà non si può dire (la mamma può essere matrigna, le sorelle invidiose, i fratelli cattivi) edulcorandolo con la formula della lontananza “c’era una volta”.
Le favole attivano il desiderio, scintilla così importante per noi che siamo “esseri desideranti”, innescati da Penia. Per questo motivo dunque i soggetti affetti dalla mancanza di desiderio soffrono di una grave sindrome, la più grave per la Vegetti Finzi, che si riferisce alla generazione di chi si lascia andare alla deriva, di chi si è dimenticato delle favole raccontate la sera, che invece spingono ad osare.
Per questo si può ritenere per la psicologa che le fiabe sono una “scuola dell’esistenza”. Una cerimonia seria, che unisce le case ogni sera, che deve essere celebrata con cura, con il valore che ha. Ma sono anche una scuola di emozioni, dove queste trovano un proprio linguaggio, vengono alfabetizzate.
Manuela Trinci interviene apportando a questa densa riflessione dei dati scientifici, come quelli raccolti dall’Istituto nazionale di neuroscienze di Torino che, di fronte a bambini diagnosticati come “sregolati emotivi”, evidenziano come la consapevolezza di emozioni possa esser sviluppata tramite il racconto di storie.
La psicoterapeuta sottolinea come gli studi sull’importanza della storia e della voce nel sollecitare la percezione emotiva siano numerosi a partire dagli anni ’90, ma dall’altra parte rifugge dal rischio della ridondanza: la storia non risolve tutti i problemi, non c’è una storia per ogni esigenza di un bambino, e non è questo lo scopo che essa dovrebbe ricoprire. La fiaba deve essere leggera, deve veicolare la nostra anima quando la si racconta. “Può anche svolgere una funzione terapeutica”, conclude Trinci. Le storie curano, e ci riescono anche per mezzo della trama affettiva che lega narratore e ascoltatore, tramite il legame fisico e reale che si genera fra i due corpi.
Mentre risuonano gli applausi, il buio del teatro diventa la notte nella camera da letto, con una piccola luce accesa sul comodino e la voce che racconta la storia preferita. Il dialogo, allora, ha avuto un proprio senso.










