PISTOIA – Una serie di volti di un’umanità martoriata che ci osserva e sembra chiederci spiegazione per tutta questa assurda e insensata esplosione di violenza che insanguina il mondo contemporaneo.
Una mostra nata da un’esigenza personale, che con il passare dei mesi si è fatta più impellente, di esprimere attraverso volti di persone comuni e anonime, dipinti in bianco e nero, non solo la denuncia per quello che sta accadendo a Gaza, ma anche una riflessione più generale sull’incapacità dell’uomo di mettere da parte la violenza, pensando di risolvere i problemi con missili e bombe e con l’uccisione di civili inermi, cinico “effetto collaterale” di ogni guerra.

In occasione della Giornata del Contemporaneo l’artista pistoiese Daniele Capecchi ha inaugurato alla Biblioteca San Giorgio la sua nuova personale “Requiem”, che resterà visibile al pubblico fino al prossimo 3 novembre. Proponendo alcuni lavori già presenti nella precedente mostra “Mala tempora currunt” alla Fondazione Jorio Vivarelli insieme ad altre opere inedite, Capecchi dà vita a un’esposizione che anche stavolta ha un titolo in latino: il “Requiem” è infatti nella tradizione cattolica la preghiera per i defunti, che l’artista declina però in maniera laica, collegandola a un sentimento di vicinanza e di autentica compassione (nel senso etimologico di “soffrire insieme”) avvertito nell’ultimo periodo in modo sempre più forte.
Attento alle dinamiche del presente e sempre pronto a cogliere i tratti dell’umanità che ci circonda, Capecchi ha sentito il bisogno di esprimere attraverso la propria arte i sentimenti provati negli ultimi mesi di fronte alle notizie quotidiane sulle sofferenze di uomini, donne e bambini nella Striscia di Gaza, e nei volti esposti alla San Giorgio ha cercato di condividere queste sue sensazioni con il pubblico, sottolineando il carattere collettivo e universale di un dramma che non coinvolge solo la popolazione palestinese, ma che diventa simbolo di un’umanità alla deriva, quasi impazzita nella sua esaltazione della guerra e della violenza.
Ecco allora scorrere davanti agli occhi dei visitatori i ritratti di persone comuni e senza nome, che l’artista ha ripreso da immagini e foto: uomini, donne, bambini, anziani, intere famiglie ci fissano in espressioni in cui il dolore e la sofferenza per quello che sta accadendo a Gaza non cedono al pietismo, anzi mantengono una fortissima dignità, tanto che con quei volti così vicini possiamo – e in un certo senso dobbiamo – instaurare un dialogo diretto.

“Daniele parla con le sue opere – spiega Massimo Talone durante la breve cerimonia di inaugurazione della mostra – indaga gli occhi e le espressioni di volti che hanno la capacità di raccontare storie, in questo caso drammatiche perché legate alla violenza che stanno subendo. L’artista usa una scala di grigi per disegnare volti che appaiono sospesi nel buio circostante, immersi in un nero che simboleggia l’oscurità di chi cerca di nascondersi in un rifugio durante un bombardamento, ma anche illuminati da una luce che proviene dall’esterno e che indica la speranza che forse presto tutto questo passerà e sarà solo un brutto ricordo.
La pittura in bianco e nero di Daniele sa dare ai suoi volti una forte espressività, sono volti di figure ignote ma realistiche che si rivolgono a noi osservatori, ci parlano, ci implorano, ci trasmettono il loro spavento e il loro dolore, ci spingono a riflettere sull’inutilità e l’insensatezza della guerra”.
Più che un messaggio politico, l’esposizione vuole veicolare un messaggio di umanità, in apparenza semplice e banale ma tutt’altro che scontato visti i tempi bui che stiamo vivendo, e richiamarci a lottare contro l’indifferenza, a non rimanere insensibili, a non voltarci dall’altra parte in questo e in tutti i contesti in cui la dignità umana viene calpestata e bombardata.
La mostra è chiusa idealmente in fondo alla sala dal ritratto isolato di Hind Rajab, la bambina palestinese uccisa dall’esercito israeliano durante l’invasione di Gaza insieme alla sua famiglia e a due soccorritori, la cui tragica storia ha ispirato il film “La voce di Hind Rajab” della regista tunisina Kawtar Ibn Haniyya, di recente vincitore del Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia.

“Credo non ci sia molto da aggiungere – conclude l’artista – è un’immagine che parla da sé e l’ho scelta come punto di arrivo dell’esposizione perché la foto di questa bambina assurta a simbolo del genocidio in corso a Gaza non ha potuto lasciarmi indifferente. Il suo volto impaurito e smarrito, che allo stesso tempo sembra domandarci il perché di tutta questa violenza, diventa per me la rappresentazione di un’umanità innocente che non solo in Palestina, ma in tante altre parti del mondo deve fare i conti con la guerra, la sopraffazione, il massacro di civili.
Purtroppo noi uomini non impariamo mai dai nostri errori passati e continuiamo ancora oggi a combatterci e ammazzarci a vicenda: tuttavia voglio pensare a una luce di speranza che possa fermare tutto questo e portare alla pace”.









