sabato, Aprile 11, 2026

Riccardo Frati fa volare nei teatri il suo “Barone rampante”

PISTOIA – Riccardo Frati è un regista pistoiese che sta facendo il tutto esaurito nelle varie repliche del suo “Il barone rampante”, tratto dal libro di Italo Calvino. Nella stagione 2022/23, in occasione del centenario della nascita di Calvino (1923-1985), ha debuttato al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Un successo incredibile, a tal punto che è stata richiesta la programmazione anche per la stagione 2023/24.

Riccardo Frati

Riccardo si è laureato in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo (indirizzo cinema), all’Università di Bologna con il documentario “Uno di noi” (2014). Fin dai primi anni accademici affianca allo studio un percorso pratico di contaminazione dei linguaggi audiovisivo e teatrale realizzando produzioni che ottengono riconoscimenti nazionali in vari concorsi quali il Take Action Contest, il 45Giri Film Festival, il CQFP Contest.

Sempre nel 2014 fa parte della giuria alla 71ma Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, nella sezione Venezia Classici. Dal 2015 approfondisce la sperimentazione in ambito teatrale curando il visual design di importanti produzioni nazionali come la trilogia di “Istruzioni per non morire in pace” (2016), “La classe operaia va in paradiso” (2018), “1984” (2018), “La commedia della vanità” (2019), “La mia infinita fine del mondo” (2020), “M Il figlio del secolo” (2022). Ha curato inoltre la regia di dispositivi video-teatrali quali “Degenerazioni” (2020) scritto da Nadia Terranova e “Città all’orizzonte!” (2021) scritto da Davide Carnevali, rappresentati in scena e in diretta streaming. Sempre nel 2021 ha curato l’adattamento e la regia de “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry debuttando al Teatro Storchi di Modena.

Una scena dello spettacolo

Perché Calvino?

“Di Calvino mi colpisce e mi sorprende, ogni volta, lo sguardo critico sul mondo – spiega il regista -. Ne ammiro la capacità di spostare il punto di vista, per accompagnare il lettore a guardare sempre con occhinuovi anche ciò che già conosce: leggerlo è un continuo esercizio di pensiero critico. Ne sono unesempio le Lezioni americane, dove, con apparente semplicità, riesce a comunicare concetti molto complessi, sempre con un’attitudine ‘da fratello maggiore’. Che scriva saggi o romanzi, resta inalterata la profondità concettuale, intellettuale e stilistica della sua prosa: è come se riuscisse ogni volta a illuminare una strada, una potenzialità, senza – ed è quello che, lavorando allo spettacolo, con gli attori, stiamo cercando di restituire al pubblico – esprimere un giudizio. Al contrario, lascia il lettore libero di formarsi una propria opinione sulle cose, che deve restare però sempre in movimento, sempre aperta al cambiamento, sempre in forte dialettica rispetto al mondo, alla realtà circostante, alla comunità. È la delicatezza, la famosa leggerezza di Calvino, alla quale dedica la prima delle ‘Lezioni americane’, che è, per lui, un modo di approcciarsi alla vita. Parla di ‘una sottrazione di peso, ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città, soprattutto alla struttura del racconto e del linguaggio’. Ma c’è una frase emblematica, nella terza lezione – Esattezza – quando, riprendendo il concetto, cita una frase di Hofmannsthal che ho trovato illuminante: ‘La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie’. È un ossimoro sul quale mi sono spesso scervellato, fino ad arrivare a una possibile conclusione, ovvero che la complessità si estende lungo la superficie, senza mai incontrare una fine, ma generando, tuttavia, un moto interiore finalizzato a non farci mai smettere di riflettere sulle cose”.

Una scena dello spettacolo

La scelta del testo di Calvino nasce dall’adolescenza.

“Spesso – dice Frati – si torna a ciò che non si è del tutto compreso. Era stata una lettura dell’adolescenza, suggerita dalla scuola; lo avevo riletto qualche anno dopo, una seconda e una terza volta, sempre provando la sensazione di qualcosa di irrisolto, per quanto mi fossi accorto che le stesse parole e righe avevano già assunto un significato diverso: sentivo che conteneva tantissima vita. Molti erano i risvolti a me vicini, se pure mascherati in una sorta di racconto fiabesco, d’avventura… Mi ha sempre affascinato l’idea del ragazzo che sale sull’albero, forse perché, in questo momento, sono particolarmente attratto dalla riflessione su una dialettica verticale”.

Calvino ambienta la vicenda a cavallo della rivoluzione francese; il romanzo è pubblicato nel 1957, dieci anni prima del movimento studentesco del Sessantotto.

Riccardo Frati (a destra) durante le prove del Barone rampante

“Con gli attori, spesso ci siamo riferiti a quell’esempio per avvicinare a noi l’approccio interpretativo ai vari personaggi, a un contesto familiare distante da noi, ma al tempo stesso molto comprensibile – dice il regista -. Di fatto, è grazie alla sua ‘disobbedienza’ che per la prima volta Cosimo interagisce con la comunità che lo circonda, parla con i contadini, indica loro il percorso giusto per la semina, crea la prima associazione per prevenire gli incendi. Uno dei messaggi davvero importanti che vorremmo lo spettacolo veicolasse è che fare la propria parte insieme agli altri, per il bene comune, è anche il modo per vedere quanta gente buona esista, pronta a impegnarsi davvero per migliorare le cose. Quella di Cosimo non è una rivoluzione in senso nichilista, bensì l’espressione dell’urgenza di un cambiamento, di un rinnovamento verso un miglioramento”.

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