di Andrea Mori
PRATO – Riccardo Santini è stato presidente dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti di Prato dal 1994 al 2012. Continua ad essere socio, partecipa a tutte le attività associative. Una patologia che si chiama retinite pigmentosa, tra i 17 e i 20 anni, lo ha portato prima ad un ipovisione e poi ad una cecità totale. Questo lo ha obbligato a modificare tutti i propri progetti di vita: ha completato gli studi all’Istituto professionale per ciechi Aurelio Nicolodi di Firenze, dove ha preso il diploma di massofisioterapista; dopodiché è entrato a lavorare all’ospedale di Prato, città in cui abita dal 1969. Diverse sono state le esperienze di lavoratore che ha avuto in città, dove si è anche impegnato in attività politico-sindacale. Adesso è in pensione.

Lo abbiamo intervistato innanzitutto per sapere se Prato sia una città accessibile per le persone ipovedenti e cieche. Poi, considerata la curiosità che spesso le persone hanno nei confronti di molti aspetti della vita di un non vedente, Riccardo non si sottrae nemmeno ad alcune domande personali.
Riccardo, com’è la vita a Prato per le persone cieche?
In tutti questi anni è sicuramente cambiata, migliorando molto; parte delle varie amministrazioni che si sono succedute hanno prestato attenzione ai bisogni dei cittadini ipovedenti e ciechi. Oggi invece si assiste ad un’inversione di rotta: attenzione, questo non significa che manchi il dialogo tra me cittadino e l’assessore x-y, a cui mi posso rivolgere in caso abbia una difficoltà specifica, questo non è negato. Il problema è che mentre prima c’era la volontà di affrontare i problemi, oggi, per colpa della burocrazia anche se ci si trova di fronte una persona attenta, sensibile e disponibile, spesso quest’ultima trova ostacoli che non gli permettono di risolvere il problema che gli presenti. Per cui al massimo ci si può accontentare di una piccola toppa.
Cos’è che non funziona in città per voi persone non vedenti?
Servizio trasporti. Diciamo che io voglia prendere un autobus per andare alla stazione Centrale dalla fermata dell’autobus di piazza Mercatale. Ecco, a quella fermata non c’è nessuna segnalazione acustica, ed è un problema perché lì ci arriva più di un mezzo.
Quindi te devi sempre fare affidamento su qualcuno per farti dire quale bus sta arrivando?
Esatto, mentre se ci fossero le cosiddette “paline intelligenti” chi ha la vista vedrebbe il quadro che indica l’arrivo del tal mezzo, mentre chi la vista non ce l’ha, premendo un pulsante, potrebbe sapere quale bus è in arrivo e quando.

Almeno una volta che sei salito sull’autobus tutto funziona correttamente?
Purtroppo no. Intanto c’è chi ti lascia il posto riservato ai disabili e chi no, e i secondi sono la maggioranza. Ma tornando alle questioni tecniche, all’interno del mezzo ci dovrebbe essere la voce che annuncia le prossime fermate, e se per una parte della tratta c’è, per un’altra (ogni volta diversa) no.
Hai provato a metterti in contatto con Autolinee Toscane?
Io personalmente no, ma a livello associativo sì. E alle domande fatte le risposte sono state tutte evasive: “sì, vedremo, cercheremo, faremo”. Poi comunque va detto che con l’amministrazione dell’azienda di oggi c’è una difficoltà estrema ad arrivare al suo referente.
E te perché pensi che abbiano dato risposte evasive?
Uno perché si sentono talmente grossi che di certe problematiche non gliene può fregar di meno, due perché sistemare le cose di cui ho parlato richiederebbe una spesa, e siccome la coperta è corta non si interviene.
Anche con Trenitalia non capisco perché non ci sia verso di avere un dialogo per sapere quando sarà messa a norma la stazione di Prato Centrale. Una volta sceso alla fermata della stazione infatti, mettiamo il caso che debba acquistare un biglietto, non ho a disposizione i percorsi guida “Loges” (Linea di orientamento guida e sicurezza, ovvero una superficie con dei rilievi così da essere percepita sotto i piedi, un sistema nato per consentire a ipovedenti e non vedenti di orientarsi e riconoscere luoghi e fonti di pericolo ndr.). Una volta attraversate le pensiline non c’è più niente, e quindi sei costretto a servirti dell’esperienza e dell’orientamento, oppure delle braccia di qualcuno, e a questo proposito sorge un altro problema: nove persone che ti guidano sono per bene (di qualunque origine queste siano), una ne approfitta e ti fotte il portafogli. Una volta in stazione avevo chiesto aiuto e mi sono trovato il borsello aperto.
Quindi possiamo dire che la mancanza dei percorsi guida per persone ipovedenti e non vedenti alla stazione di Prato Centrale ha fatto sì che tu venissi derubato?
Se io avessi potuto seguire il mio percorso, probabilmente il mio portafogli sarebbe rimasto chiuso, per la semplice ragione che non avrei avuto il bisogno di farmi guidare da uno sconosciuto. Quindi io come cittadino, che ieri mi sentivo come una persona accolta dalla governance, oggi mi sento unicamente il numero della carta d’identità. Non mi sento più stimato e apprezzato in qualità di cittadino, portatore o meno di disabilità. La politica poi tende a non prendersi più responsabilità dirette, ma a scaricarle. Ecco perché, rispetto al passato, mi sento più un numero che un cittadino.
Altro?
I monopattini e le macchine elettriche, non avendo nessuna segnalazione, io li percepisco soltanto quando mi vengono addosso. Spesso quando cammino sul marciapiede sento sfrecciare qualcosa. L’educazione civica è ahimè qualcosa di strano che appartiene al passato e che non esiste più nel presente. Ti trovi camion edili, quindi di conseguenza alti, parcheggiati sul marciapiede, e te sapendo che su quel lato non ci possono essere macchine parcheggiate vai tranquillo, per poi invece sbattere la faccia contro il cassone del camion perché, essendo questo alto, il bastone entra sotto. Sugli zigomi ho più di una cicatrice, e non perché io abbia fatto il pugile.
Riccardo, torniamo indietro a quando eri un ragazzo. Quanto è stato difficile psicologicamente affrontare una cosa come la perdita della vista?
Difficilissimo, perché mi ha messo nella condizione di non sapere cosa avrei voluto e potuto fare nella vita. A rendere il tutto più complicato è stato perdere, intorno ai 20 anni, tantissime amicizie. Però a questo proposito devo dire due cose: la prima è che gli altri hanno paura della persona disabile e la seconda, ma non meno importante, che io stesso disabile non sapevo bene quello che volevo. Infatti nonostante sentissi il bisogno di avere persone vicine non sapevo neanche come. Su questo mi ha aiutato molto frequentare l’Istituto per ciechi, che mi ha fatto conoscere nuove possibilità, obbiettivi ed esempi di vita, oltre a persone qualificate che mi hanno dato un aiuto, come lo psicologo.
Se tu non fossi diventato cieco cosa avresti voluto fare nella vita?
Nel mio cuore c’è sempre stata la parte della sanità, quindi da un certo punto di vista, tra virgolette, ho avuto la fortuna che il mio sogno di base si è in qualche modo salvato. Comunque se non avessi perso la vista avrei voluto fare medicina.
Quali sono state le cose più difficili da imparare a fare?
La difficoltà vera è stata quella di riuscire ad orientarsi nell’ambiente esterno, di riuscire ad individuare i vari punti di riferimento per muovermi in autonomia, per non dover dipendere per tutto dagli altri. Ci sono riuscito grazie all’insegnamento dei metodi di come si utilizza il bastone e di tutto quello che abbiamo a disposizione con gli altri quattro organi di senso, che se coordinati ti possono dare veramente un aiuto fondamentale.
Si dice che le persone non vedenti abbiano un udito più sviluppato di quelle che vedono, è così?
Assolutamente falso. Se un individuo vedente si tappa gli occhi, il naso va alla ricerca dei profumi per capire dov’è un bar, una tabaccheria, una cartoleria, perché tutti i negozi hanno un odore diverso. Quindi si tratta di un banale istinto di sopravvivenza. Poi l’udito, se coordinato con gli altri sensi, ti dà dei bei risultati.
Hai mai avuto un cane? Ti è stato d’aiuto?
Sì, l’ho avuto e mi ha aiutato tantissimo, specialmente quando nella mia vita si è affacciata mia figlia, che andavo a prendere alle varie scuole insieme a Frina, il mio pastore tedesco: sono stati 10 anni importantissimi. Col cane poi si viene a creare un rapporto di simbiosi.
Capita spesso che le persone “normali” abbiano difficoltà ad approcciarsi a quelle disabili, quali sono gli approcci che non gradisci e perché?
Quelli aggressivi, come quando ti prendono il bastone o la mano e ti dicono “vieni di qua, vieni di là”, perché mi disorientano. Tra l’altro non capisco se le intenzioni della persona siano buone o cattive. Se ti vuoi avvicinare per darmi un aiuto me lo chiedi e ti fai riconoscere, perché comunque se mi domandano se ho bisogno mi fa piacere. Riguardo questo, purtroppo, c’è da dire che mentre in passato c’era molta più solidarietà a livello di strada, di piazza, oggi c’è molto più menefreghismo. Ci sono ancora persone che aiutano, ma di solito si tratta di anziani o extracomunitari. Trovo pochissimo aiuto nella fascia tra i 20 e i 55 anni.
E secondo te questo da cosa può dipendere?
Dall’evoluzione sociale, trovi persone che ti tirano le spallate perché guardano il cellulare, e il bello è che sarebbero quasi lì lì per incacchiarsi. Poi però vedono il bastone e stanno zitti.
Pensi che sulla disabilità ci si possa scherzare?
Non solo si può, ma ci si deve scherzare. E tutti lo possono fare, chi è disabile e chi non lo è. Io mi incazzo se mi fai del pietismo, se invece mi fai una battuta, che magari è anche di merda ma che però capisco essere una battuta, sicuramente l’interazione è molto più piacevole.
Del pietismo cos’è che ti dà fastidio?
L’assurdità e l’ipocrisia. Purtroppo nella vita mi è capitata questa sfiga che le persone vedono, ma se io vado a guardare dentro gli altri pensi che non ci trovi delle sfighe?



