giovedì, Settembre 10, 2026

“Roberto Zucco”: storie da un’umanità ai limiti, tra violenza sociale e di genere

PRATO – La vicenda reale di uno dei più famosi serial killer italiani che si intreccia con scene tratte da un’umanità violentata, tra “prigioni” sociali e impossibili desideri di fuga dalle proprie “gabbie”.

Al Teatro Fabbricone di Prato la regista e attivista Giorgina Pi porta in scena “Roberto Zucco” di Bernard-Marie Koltes, opera scritta dal drammaturgo francese nel 1988 all’indomani della morte del serial killer veneto Roberto Succo, dalla cui vicenda trae libera ispirazione. Una storia dominata da un male irrazionale e schizofrenico, impersonato all’epoca da un personaggio che segnò la cronaca nera degli anni Ottanta e attraversò l’Europa lasciandosi dietro una lunga scia di sangue, con sette omicidi accertati, fino al definitivo arresto e al suicidio nel carcere di Vicenza.

Alcune scene dello spettacolo “Roberto Zucco”

Divenuto tristemente noto con soprannomi come “Il cherubino nero”, “Il mostro di Mestre”, “Il killer dagli occhi di ghiaccio” o “L’assassino della luna piena”, Succo era ancora uno studente liceale quando nel 1981, diciannovenne, uccise entrambi i genitori nel loro appartamento di Mestre per futili ragioni e, dopo aver tentato la fuga in Jugoslavia, dopo pochi giorni venne arrestato e internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.

Per i medici che stilarono la perizia psichiatrica, Succo era affetto da disturbo della personalità unito a schizofrenia paranoide: un individuo socialmente pericoloso, che tuttavia negli anni seguenti sembrò dare segnali di un comportamento “normale” e di stabilità mentale, tanto da guadagnarsi la fiducia del personale medico e dei sorveglianti dell’ospedale. Fu durante uno dei permessi concessigli per “buona condotta” che Succo evase dall’istituto e fece perdere le proprie tracce, fuggendo prima in Francia e poi in Svizzera, e rendendosi autore di altri cinque omicidi durante i mesi di latitanza.

Il suo folle viaggio si concluse di nuovo in Italia nel 1988, dove venne scoperto e arrestato; di nuovo imprigionato, non potè assistere alla celebrazione del proprio processo perchè dopo pochi giorni fu trovato morto suicida in cella. Si chiudeva così uno dei casi di “nera” più drammatici e allo stesso tempo più “inspiegabili” degli anni Ottanta, che ha avuto riflessi nella cultura di massa, venendo trattato da numerosi programmi televisivi di cronaca nera, e che dato spunto a cinema e teatro con il film biografico di Cedric Kahn e, appunto, con l’opera teatrale di Koltes.

La rilettura di Giorgina Pi dà vita a uno spettacolo che riprende alcuni elementi della vicenda criminale di Succo, anche se con profonde variazioni rispetto ai fatti reali: per esempio nella trasposizione teatrale il criminale non è autore del duplice omicidio dei genitori in simultanea, ma uccide la madre solo in un secondo momento, dopo essere evaso dal carcere per la prima volta. Inoltre chi si aspetta un’opera dai contorni thriller sulla storia del “vero” Succo è destinato a rimanere deluso: la sua esperienza di serial killer diventa piuttosto il pretesto per una serie di istantanee che portano il pubblico a riflettere sui temi della violenza, dell’irrazionalità, di un male le cui origini appaiono senza spiegazione, forse insite nella stessa natura dell’uomo.

Gran parte delle scene che si alternano sul palcoscenico sono ambientate in una Parigi trasfigurata, in notturni dominati da un’oscurità che acquista ben presto un significato simbolico: dall’interno di un’abitazione a un night club con annesso bordello, da una desolata stazione della metropolitana a un parco pubblico, è un viaggio ai confini di un’umanità disperata, dove la speranza e l’amore appaiono soffocate da comportamenti d’interesse e da rigide convenzioni.

L’indagine della regista si concentra in particolare sul complesso rapporto tra uomini e donne, con queste ultime sospese tra il rimanere legate a ruoli e imposizioni sociali derivanti da una tradizione secolare e la volontà di una ribellione da queste “gabbie” in una società maschilista e patriarcale.

Particolarmente acuto è il tema, con relativa denuncia, della violenza di genere, sia fisica che psicologica, presente in ambito domestico e familiare, con l’amante di succo che si innamora e perde la propria verginità con l’assassino, macchiandosi così di una colpa irrimediabile e attirando su di sé il disprezzo e la condanna morale da parte di tutta la propria famiglia, che la costringerà poi a prostituirsi in un futuro costellato di umiliazioni ed emarginazione sociale.

Si insiste molto sulla violenza maschile perpetrata nelle sue varie forme, da quella in un padre ubriaco verso la moglie e le figlie a quella dei commissari di polizia che insultano e torturano una ragazza innocente per farle confessare il nome dell’assassino.

Ma è solo uno dei tanti aspetti che si intrecciano e si intersecano con la vicenda di Roberto Zucco, che nelle varie scene appare e scompare come un demone o un fantasma, in una continua e folle fuga: la sua è una sorta di sfida aperta non solo alle forze dell’ordine che lo inseguono, ma all’intera società umana, alla quale il criminale sente di non poter più appartenere, e non temendo più nemmeno la morte in quanto destino ultimo e irreversibile per tutti gli uomini.

In questa prospettiva che presenta tratti di nichilismo ciò che più sconvolge è quella banalità del male, per citare Arendt, che caratterizza i tre omicidi della madre, dell’ispettore di polizia e del bambino che Zucco compie nel corso della rappresentazione: ma lo spettacolo, e forse è una scelta voluta, non si ferma a indagare sulle ragioni che hanno portato questo criminale, riconosciuto da tutti come un giovane dall’aspetto attraente e all’apparenza pacifico e innocuo, a rendersi protagonista di delitti così efferati, eseguiti a sangue freddo e senza alcun valido motivo. Non ci sono ideali politici a sostenerlo, non c’è un reale movente economico, non c’è pentimento né redenzione: e alla fine Zucco, arrestato e rinchiuso per la seconda volta in un penitenziario di massima sicurezza da cui è impossibile evadere, finisce per trasformarsi in un eroe titanico, che nel mettere in atto un nuovo tentativo di evasione compie un “folle volo” cadendo dal tetto del carcere.

Una conclusione ben diversa dalla realtà, in cui Succo si diede la morte in cella forse soffocandosi con un sacchetto di plastica, ma che vuole così rappresentare l’inevitabile caduta di chi ha voluto oltrepassare e ignorare ogni limite imposto all’uomo dalla morale, dalla legge, dalla natura, dalla vita sociale. Nella sua tragica parabola descritta dallo spettacolo il criminale non ci appare solo sotto la forma di un serial killer spietato, ma ci sono anche momenti riflessivi in cui il protagonista espone la propria “filosofia” e finisce per sentirsi un “eroe” superiore al cospetto di un’umanità efferata, corrotta, falsa e ipocrita nelle relazioni sociali, cinica e spietata di fronte al richiamo suadente del denaro e del potere.

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