sabato, Settembre 26, 2026

“Same Difference”: alla Fondazione Gori il dialogo artistico tra Sol LeWitt e Berlinde De Bruyckere

PISTOIA – Un libro e una mostra sulla “stessa differenza” nel dialogo ravvicinato tra due artisti contemporanei che hanno trovato a Celle un terreno fertile per le loro esperienze artistiche.

Ieri pomeriggio la Fondazione Gori Celle ha presentato al pubblico il volume “Same Difference: Berlinde De Bruyckere facing Sol LeWitt” (Gli Ori) alla presenza dell’artista e della curatrice.

Nata a Gand in Belgio nel 1964, Berlinde De Bruyckere è una delle scultrici e artiste figurative contemporanee più influenti a livello europeo e ha sviluppato fin da giovane una profonda sensibilità verso i concetti di corpo, mortalità, carne e sofferenza. Dopo gli studi d’arte alla School of Arts di Gand, ottiene visibilità internazionale nel corso degli anni Novanta grazie alle sue sculture realizzate con coperte di lana usate, simbolo di protezione, calore e vulnerabilità umana. La svolta decisiva nella sua carriera arriva nei primi anni Duemila con la creazione delle celebri sculture monumentali di cavalli in cera, resina e pelli animali, ispirate alla tragedia della Grande Guerra nelle Fiandre. Nel 2013 ha rappresentato il Belgio alla Biennale di Venezia, attualmente vive e lavora a Gand ed espone regolarmente i suoi lavori in musei e gallerie di tutto il mondo.

Alcune immagini della mostra “Same Difference” allestita negli spazi espositivi di “Casapeppe” nel Parco di Celle (foto di Andrea Capecchi)

Nel corso dell’incontro Berlinde, in dialogo con la storica dell’arte Sharon Hecker, curatrice del libro, ha spiegato la nascita e lo sviluppo di questo processo creativo che le ha permesso di confrontarsi con l’arte di Sol LeWitt (1928-2007), artista statunitense considerato tra i principali esponenti e padri fondatori dell’Arte Concettuale e del Minimalismo.

Per l’artista fiamminga, abituata a relazionarsi con i modelli dei grandi maestri della storia dell’arte, è stata la prima volta di un “incontro” con un artista contemporaneo, avvenuto alcuni mesi fa a Celle grazie al lavoro di collezione delle opere di LeWitt portato avanti da Giuliano Gori attraverso la sua Galleria continua. Berlinde ha avuto così la possibilità di relazionarsi con l’arte di LeWitt, di stabilire una connessione artistica che si è concretizzata in un “dialogo ravvicinato” basato non su una semplice riproduzione o interpretazione dei modelli, ma sulla ricerca di analogie, collegamenti e punti di contatto tra le due esperienze artistiche.

Ne è scaturito un confronto aperto in cui Berlinde non ha rinunciato ai principi e agli elementi ricorrenti e caratteristici della propria arte, ma ha cercato di connettersi con LeWitt a partire da alcuni temi condivisi, come quello della “gabbia”, capaci di unire i due artisti.

Il titolo stesso, “Same Difference”, ovvero “la stessa differenza”, allude alla vicinanza tra le due esperienze ma allo stesso tempo rivendica la peculiarità e l’originalità di ciascuna di esse: per esempio la già citata “gabbia” è un elemento compresente e ricorrente nell’arte di Berlinde e di LeWitt, ma che assume significati diversi, venendo interpretata come strumento di protezione o come mezzo di prigionia e privazione della libertà.

Alla presentazione del libro è seguita una visita guidata all’omonima mostra, ospitata nello spazio espositivo al primo piano di “Casapeppe”, ex colonica riconvertita a spazio d’arte e inserita nel suggestivo scenario degli oliveti di Celle. Qui LeWitt nel 2004 ha realizzato una serie di quindici murales neri delle stesse dimensioni, esiti del suo studio artistico sullo spazio e le linee, che danno all’osservatore l’impressione della profondità e della tridimensionalità aprendo lo sguardo verso nuovi mondi e soluzioni immaginarie.

Colpita sia dall’impatto fisico e immediato dei monumentali quadrati neri, sia dal carattere sfuggente delle linee di grafici scintillanti che si rivelano gradualmente al visitatore avvicinandosi alle opere, Berlinde ha compreso che questo passaggio dal vuoto a una sottile allusione di spazio e di presenza umana attraverso delle griglie appena accennate non solo rispecchiava la sua ricerca sulla trasformazione, ma le ricordava in particolare la sua serie di “gabbie” create alla fine degli anni Ottanta.

A torto definite come esempi di arte minimalista, in realtà queste opere di Berlinde rivelano una sorprendente complessità nello studio delle forme geometriche, dell’alternanza tra bianco e nero, dei motivi ripetuti di linee “graffiate” su superfici di cartone. Dal punto di vista del significato esse sono concepite come vere e proprie gabbie con tutto il simbolismo che ne consegue: sono costruzioni ambigue che incarnano sia la protezione che la restrizione e la prigionia, affrontando il tema dell’individuo in gabbia, mettendo in discussione la possibilità della libertà individuale e indagando le relazioni di potere sia in ambito politico che personale.

Il risultato è un interessante e stimolante dialogo “a distanza ravvicinata” tra i due artisti, diversi per provenienza, formazione ed esperienze, ma posti in connessione e in contatto da temi universali e richiami simbolici che sembrano davvero “far parlare” le installazioni esposte.

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