mercoledì, Settembre 9, 2026

Saviano, Falcone e la storia che credevamo di conoscere

di Francesco Belliti

PISTOIA – Ci sono storie che pensiamo di conoscere a memoria. Le abbiamo scoperte, approfondite, sentite raccontare da voci diverse. Sono storie che in realtà hanno la ‘esse’ maiuscola: sono il passato che ha reso il nostro presente quello che è, sono la nostra identità, sono la nostra eredità. Un’eredità pesante, scomoda, irrisolta: non può essere altrimenti quando si pensa a Giovanni Falcone e alla strage di Capaci, di cui è ricorso pochi giorni fa il trentesimo anniversario.

Saviano davanti alla platea dei Dialoghi (foto Lorenzo Dalla Rosa)

Sono stati scritti libri, prodotti film e fiction. Di tanto in tanto, specie per le ricorrenze, in televisione i programmi di approfondimento ritornano a dedicarvi intere puntate. Sappiamo tutto, o almeno di questo ci convinciamo finché non arriva qualcuno a dirci che quel racconto lo conosciamo solo in parte. Quel qualcuno è Roberto Saviano, che nella sempre afosa Piazza del Duomo sale sul palco dei Dialoghi di Pistoia tra gli scroscianti applausi del pubblico che ha riempito il tendone.

L’autore di ‘Gomorra’ ha infatti pubblicato, solo un mese fa, la sua ricostruzione della storia, intitolata ‘Solo è il coraggio. Giovanni Falcone, il romanzo’. Lo ha fatto trovando nuove fonti cui attingere: memorie, diari, documenti scritti da uomini e donne che hanno fatto parte della vicenda. Perché una narrazione come questa non smette mai di rivelare elementi finora inediti.

Raccontare, soprattutto, significa far capire a chi ascolta e a chi legge. Come dice Saviano nel suo esordio, approcciarsi ad una narrazione non è mai un’attività passiva, perché, nella mente di chi riceve, le parole prendono forma e sostanza, immagine e significato. E così è anche quando si deve spiegare il fenomeno delle mafie a chi non ha ancora tutti gli elementi per comprendere. Ad esempio, dire che “ci sono le leggi e ci sono le regole: le leggi sono per i fessi, le regole per chi sa stare al mondo” è un modo originale ed attuale per descrivere la filosofia, se tanto si può osare, dei cosiddetti uomini di onore.

Giovanni Falcone ci viene descritto come un uomo appassionato e amante della vita, non certo votato alla rinuncia o al martirio. Conscio del pericolo, ma anche convinto di avere ancora del tempo. Un ingenuo, lo definisce rispettosamente Saviano, anche quando era certo di essere messo a capo del pool anti-mafia o di entrare a far parte del Consiglio Superiore della Magistratura. Pensava di farcela, Falcone, a sconfiggere le regole con la legge. Con quel maxi processo a Cosa Nostra che, per la prima volta, perseguì un’intera e complessa organizzazione criminale invece di un singolo.

Lo fece senza mai essere ritenuto un eroe ed essendo invece visto come un bugiardo arrivista, in un paese “dove sei credibile soltanto se muori”, tragica profezia che il magistrato anti-mafia fece su se stesso. Il romanzo di Saviano inizia con un’esplosione in una casetta rurale a Corleone nel Dopoguerra: un padre sta raccogliendo delle bombe inesplose lanciate dagli americani e sta cercando di aprirne una per poi rivenderne ogni pezzo e composto. La deflagrazione che segue non lascia scampo né a lui né ai suoi figli, eccetto uno: si chiama Salvatore Riina e ha solo 12 anni.

La chiusura del cerchio non può che essere, infine, quella che tutti conosciamo: a Capaci, con un’altra esplosione. Quella esplosione. Con quel dettaglio finale che racconta più di tutto il resto e che ci riconsegna l’uomo ancor prima del martire.

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