PRATO – Una riflessione sul disagio dell’individuo e sull’incontro di se stessi in una società contemporanea dai ritmi serrati e frenetici.
La stagione di prosa al Teatro Metastasio si apre con la prima nazionale di “Strangely Familiar”, spettacolo portato in scena da un cast internazionale che si avvale della drammaturgia dell’olandese Judith Wendel e la regia dello svedese Jakop Ahlbom, noto per dare vita a performance teatrali “fisiche e surreali” volte a catturare l’immaginazione degli spettatori.
Lo spettacolo, che nasce come tentativo di indagine e di ricerca sociale, si avvale di una comunicazione non verbale (sono infatti assenti le parole e i dialoghi tra i personaggi) affidandosi a una gestualità molto pronunciata, al continuo movimento degli attori sul palcoscenico e a musiche evocative e di forte impatto emotivo (ottimo il lavoro Leonard Lucieer, Jaïm Sahuleka e Teun Beumer).

Attraverso frequenti cambi di scenografia vengono riprodotti sul palco vari ambienti della nostra vita sociale e quotidiana, tra i quali è possibile riconoscere l’interno di un ufficio, un cocktail bar alla moda, una camera da letto. Sono luoghi familiari, che nella loro realtà non presentano nulla di strano né tantomeno di surreale, ma che lo spettacolo di Ahlbom ci presenta in una veste trasfigurata, un labirinto di corridoi e stanze interconnesse, cercando di far emergere il loro lato alienante nei riguardi dell’individuo che non vuole o non ha la capacità o la possibilità di adattarsi a essi.
Davanti agli spettatori scorrono così una serie di scene di diversa ambientazione in cui il filo conduttore è rappresentato dalla pressione sociale, dai condizionamenti imposti talvolta in maniera subdola dagli ambienti in cui viviamo e lavoriamo, dalla tendenza all’omologazione forzata nei comportamenti e nelle azioni quotidiane. Ecco allora scene corali e movimentate, veri e propri “affreschi del nostro tempo”, in cui i sei attori sono presenti in contemporanea sul palcoscenico e danno vita a “quadri” di grande dinamismo tra continui cambiamenti di posto, acrobazie, corse, giochi farseschi, fulminee entrate e uscite di scena.
Non è presente una vera e propria trama, l’idea è piuttosto quella di proporre all’attenzione del pubblico una serie di situazioni che ormai fanno parte del nostro vivere quotidiano e che molto spesso non comprendiamo quanto ci influenzino e ci coinvolgano, forse perché ormai assuefatti e totalmente assorbiti in esse. Eppure in ogni scena dello spettacolo c’è sempre un personaggio che appare diverso dagli altri, che cerca, talvolta in maniera goffa e comica, di liberarsi da queste “catene” causate dalla pressione sociale o dimostrare il suo disagio di fronte a ciò che sta vivendo.
Come ad esempio nella scena ambientata nell’ufficio, tra colleghi super indaffarati e stressati che non fanno altro che correre da una parte all’altra con le loro pratiche e i loro fogli, in un andirivieni schizofrenico e privo di senso, efficace metafora dello stress a cui l’uomo contemporaneo è sottoposto in determinati ambienti di lavoro; e in questo contesto vedere uno degli impiegati che più volte inciampa e “semina” i propri fascicoli sul pavimento non è solamente una trovata comica che fa sorridere, ma un invito a riflettere.
C’è infatti una velata denuncia verso una realtà che ci obbliga a correre continuamente, a non fermarci mai, ad essere rapidi e produttivi, a non avere più tempo per noi stessi sacrificandosi sull’altare dei miti di velocità ed efficienza. Un concetto evidenziato anche dall’unico elemento della scenografia comune a tutte le scene, ovvero un ascensore (ma concepito anche come una sorta di “portale” che connette le varie scene) che “inghiotte” famelico i personaggi, chiudendo immediatamente le sue porte e non lasciando loro nemmeno il tempo di tirare dentro un piede o la valigetta.

Ma c’è di più: il protagonista che in più occasioni si distingue dalla “massa” e manifesta la propria “estraneità” o incapacità di adattamento è in realtà un uomo alla ricerca di se stesso, della propria identità e della propria personalità all’interno di un mondo che in ogni momento vorrebbe “risucchiarlo” nel proprio vortice.
Una ricerca che a un certo punto viene stravolta da un evento inaspettato, nonchè efficace invenzione drammaturgica: nel luogo di lavoro si presenta un nuovo impiegato di aspetto identico, una copia perfetta che tuttavia, anzichè rassicurarlo, lo mette ulteriormente e drammaticamente in crisi. Il sosia, infatti, ottiene il riconoscimento tanto desiderato dal protagonista, che invece diventa invisibile agli occhi dei colleghi, tentando invano di imitare o di “tenere il passo” dell’altro (con esiti tutt’altro che positivi) e cercando di scrollarsi di dosso la sgradevole sensazione di essere la “brutta copia” di chi invece “ce l’ha fatta” ed è riuscito ad ambientarsi nella società contemporanea, accettandone regole e convenzioni.
Un tributo di Ahlbom e Wendel alla ricca e fortunata tradizione letteraria del “tema del doppio”, con richiami che spaziano da Plauto a Dostoevskij, per un “incontro con se stessi” dai risvolti talvolta comici e surreali, e comunque non pronosticabili, all’interno di un universo dai tratti alienanti e frenetici. E se il sosia dell’impiegato non esistesse nella realtà, ma fosse solo una proiezione immaginaria delle proprie ambizioni e delle proprie aspirazioni frustrate?









