PRATO – Un detenuto di 54 anni, originario di Pistoia, si è tolto la vita nel carcere della Dogaia a Prato. Stava scontando una pena per violenza sessuale.
“Ancora una volta un suicidio e ancora una volta nel carcere pratese della Dogaia, il quarto da inizio anno, mentre il totale di detenuti che si sono tolti la vita nei penitenziari italiani sale a 77, ai quali vanno aggiunti sette agenti di polizia penitenziaria. L’ultima vittima aveva 50 anni era italiano e stava scontando una pena definitiva che si sarebbe dovuta concludere tra sei anni, nel 2030.

Nella casa circondariale di Prato, oltre ai suicidi, si contano ogni anno 200 casi di autolesionismo e ad aggravare la situazione ci sono sovraffollamento e carenza endemica di personale. La crisi penitenziaria continua a non essere affrontata da questo governo e i numeri lo certificano. 15mila detenuti oltre i posti disponibili, le migliaia di agenti mancanti alla polizia penitenziaria. Siamo di fronte ad una situazione inaccettabile per un Paese civile.
In carcere durante l’esecuzione della pena il detenuto deve conservare i diritti fondamentali perché le carceri non sono il deposito di una parte di umanità da nascondere ma luoghi di rieducazione dove deve essere garantita un’esistenza degna e la possibilità di riappropriarsi della propria vita una volta scontata la pena”.
Marco Furfaro, capogruppo Pd in commissione Affari sociali alla Camera
e membro della segreteria nazionale del Partito Democratico
Biagioni (PD): “ennesimo fallimento dello Stato”
“Siamo di fronte all’ennesimo fallimento dello Stato, una tragedia annunciata. Oggi un uomo si è tolto la vita nel carcere della Dogaia, è il quarto suicidio dall’inizio dell’anno. Nonostante le continue promesse del governo e le passerelle degli esponenti della destra, a Prato non è arrivato nulla. Cosa deve ancora succedere per dimostrare che siamo di fronte a una vera e propria emergenza?”.
Marco Biagioni, segretario PD Prato
Cacciato: “Non si può morire in carcere”
“Non si può morire in carcere. Oggi alla Dogaia si è tolto la vita un uomo di 50 anni, originario di Pistoia, in detenzione a Prato da marzo di quest’anno e con fine pena previsto nel 2030. Questo tragico evento è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi che mettono in luce il degrado e la sofferenza che caratterizzano la vita all’interno di questa struttura penitenziaria. È inquietante notare che, solo un’ora prima del suicidio, l’uomo aveva avuto un colloquio con un educatore e non aveva mostrato segni di disagio. Questo evidenzia la difficoltà di riconoscere e affrontare il malessere psicologico che affligge molti detenuti, spesso invisibile fino a quando non è troppo tardi. Le condizioni di vita all’interno della Dogaia sono allarmanti. La presenza di associazioni e attività ricreative è ridotta al minimo, l’accesso alla biblioteca è off-limits da quattro anni, mancano i volontari per gestire i permessi premio. Senza accesso a programmi educativi e culturali, i detenuti si trovano privati della possibilità di sviluppare una coscienza critica e di prepararsi a un reinserimento nella società. Le carceri dovrebbero essere luoghi di riabilitazione, ma la realtà attuale è ben diversa. La Dogaia, come molte altre strutture penitenziarie, sembra essere più un luogo di punizione che di recupero. La mancanza di supporto psicologico e di attività significative contribuisce a creare un ambiente opprimente, dove la disperazione può facilmente condurre a gesti estremi. È fondamentale denunciare questa situazione e chiedere un cambiamento. Le istituzioni, a cominciare dal Ministero della Giustizia, devono assumersi la responsabilità di garantire alle persone private della libertà personale le risorse necessarie per affrontare la detenzione in modo dignitoso. Solo attraverso un investimento serio in programmi di formazione, supporto psicologico e attività ricreative è possibile sperare in un futuro migliore per i detenuti della Dogaia e, più in generale, per il sistema penitenziario italiano. Non possiamo permettere che la vita dietro le sbarre continui a essere caratterizzata da un tale degrado. È tempo di agire, di alzare la voce e di chiedere una riforma radicale che restituisca dignità e speranza a chi in carcere vive e lavora”.
Martina Cacciato, consigliera comunale e responsabile diritti del PD Prato









